Convinzioni moraliIl liberalismo non è più un ismo come tutti gli altri

Questo atteggiamento etico-politico non descrive una specifica ideologia e si comprende meglio come aggettivo anziché come sostantivo, dice Michael Walzer in “Che cosa significa essere liberale” (Raffaello Cortina Editore)

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Il liberalismo è un ismo come tutti gli altri ismi? Credo lo sia stato in passato. Nel xix secolo e per alcuni anni, e in alcuni contesti, del xx secolo, il liberalismo è stato un’ideologia che abbracciava il libero mercato, il libero commercio, la libertà di parola, le frontiere aperte, lo Stato minimo, l’individualismo radicale, le libertà civili, la tolleranza religiosa, i diritti delle minoranze. Oggi però questa ideologia viene chiamata libertarismo e la maggior parte degli americani che si identificano come liberali non la accetta o, perlomeno, non del tutto.

Tra i liberali degli Stati Uniti, lo Stato minimo e il libero mercato sono stati sostituiti da differenti versioni della regolamentazione, del welfare garantito e della redistribuzione (assai modesta); l’individualismo radicale è stato sostituito da un grado maggiore o minore (perlopiù minore) di mutuo soccorso e di impegno condiviso.

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Oggi in Europa il liberalismo è rappresentato da pochi partiti politici, come il Partito liberale democratico tedesco (fdp), che è libertario in senso contemporaneo e quindi di destra, ma anche da partiti, come i Liberal Democrats nel Regno Unito, che si collocano a fatica tra i conservatori e i socialisti, prendendo dagli uni e dagli altri politiche e programmi ma senza avere un proprio credo forte. Al contrario, il liberalismo statunitense, come ho già indicato, è la nostra versione della socialdemocrazia: il “liberalismo del New Deal”.

Negli ultimi decenni è stato ferocemente attaccato come ideologia di estrema sinistra, cosa che certamente non è. E non è neppure un credo forte, come abbiamo potuto vedere quando molti liberali che si supponeva fossero fedeli a esso sono diventati neoliberali. Il programma neoliberale degli anni Novanta e degli anni Duemila – austerità economica, deregolamentazione e riduzione del welfare garantito – ha rappresentato un mezzo ritorno alla dottrina del xix secolo. Non era del tutto libertario ma ci andava molto vicino, come suggerisce il successo del Tea Party tra i repubblicani. Gli attivisti del Tea Party hanno descritto la loro critica al big government come una difesa della libertà contro il potere statale, ma non hanno fatto una critica simile alle banche e alle imprese che rappresentano il potere economico.

Di conseguenza, la libertà non ha goduto di una difesa su larga scala, mentre la disuguaglianza è stata promossa in modo efficace e, probabilmente, intenzionale. La versione democratica del neoliberalismo negli anni di Clinton e di Obama è stata una politica tiepida e intermedia: un’austerità dal volto umano; la fine, ma non completa, del welfare come lo conoscevamo (l’Affordable Care Act, con i suoi molti compromessi, è stata una parziale eccezione). I politici democratici hanno più o meno abbandonato l’impegno dei liberali del New Deal per il benessere di quanti stavano in fondo alla gerarchia capitalistica. Hanno assistito al costante declino dei sindacati, facendo ben poco per impedirlo. Hanno reciso, di fatto, i legami instaurati un tempo con la classe lavoratrice e non sono stati in grado di affrontare il populismo e il nazionalismo che le loro politiche hanno contribuito a provocare. Il neoliberalismo non è mai stato un credo duraturo o sostenibile ed è probabile che negli anni a venire lo vedremo abbandonato dalla maggior parte dei suoi difensori.

Il presidente Joe Biden e i suoi consiglieri e alleati hanno provato ad abbandonarlo completamente e a ripristinare il New Deal, ma senza riscuotere il successo che avevano promesso nel 2020. I liberali sono ancora un gruppo identificabile, e presumo che i lettori di questo libro ne facciano parte. Forse ci sfugge l’accezione più antica del termine, che descrive una vita vissuta nell’ozio a coltivare la mente; ma non l’ozio dei ricchi indolenti: semmai, un impegno dal passo lento e riflessivo nelle “arti liberali” e nell’apprendimento della cultura classica.

Il gentiluomo di un tempo – e talvolta anche la gentildonna – non era soltanto il detentore di un certo rango nella gerarchia sociale, ma anche e soprattutto una persona di modi gentili e mente curiosa. Credo che oggi i liberali come noi siano meglio descritti in termini morali anziché in termini politici o culturali: noi siamo, o aspiriamo a essere, di mentalità aperta, generosi e tolleranti. Siamo in grado di convivere con l’ambiguità, siamo pronti ad affrontare dispute che non sentiamo di dover vincere. Qualunque sia la nostra ideologia, qualunque sia la nostra religione, noi non siamo dogmatici, non siamo fanatici. O, come disse l’attrice Lauren Bacall a un intervistatore, un liberale è qualcuno che “non ha una mente piccola”.

La sensibilità liberale che si accompagna alla morale è quasi certamente meglio rappresentata in letteratura che in politica. O, quantomeno, ho imparato a percepire questa sensibilità e a valorizzarla leggendo poeti come la polacca Wisława Szymborska, l’israeliano Yehuda Amichai e tre americani: Philip Levine di Detroit, Philip Schultz di New York e C.K. Williams di Princeton. Ce ne sono anche altri, ma sono loro cinque in particolare ad avermi insegnato qualcosa sulla generosità, sulla compassione, sull’umorismo e sull’ironia gentile che si accompagnano all’aggettivo “liberale” ma che non escludono la rabbia e un feroce realismo.

La morale liberale viene talvolta sintetizzata dal detto “Vivi e lascia vivere”, che però non è del tutto corretto, perché noi non siamo relativisti. Riconosciamo i limiti morali; soprattutto, ci opponiamo a ogni sorta di intolleranza e di crudeltà. La mia maestra e amica Judith Shklar, in un libro delizioso sui sette peccati capitali, sostiene che dovremmo sempre “mettere la crudeltà al primo posto” tra i peccati che cerchiamo di non commettere (Vizi comuni, 1984). È una buona introduzione alla morale liberale. Credo che Democratici e Repubblicani, democratici e repubblicani con la minuscola, libertari e socialisti possano e debbano essere liberali di questo tipo.

Per tutti questi gruppi, considerati al loro meglio, la morale liberale viene con il territorio. Ma né il liberalismo vecchio stile, né il neoliberalismo, né il socialismo democratico, né alcuna ideologia onnicomprensiva sono imposti dalla morale liberale o dalla sensibilità liberale: conosciamo tutti democratici e repubblicani, libertari e socialisti che sono dogmatici e intolleranti.

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Il nostro legame con il liberalismo si manifesta in modo molto differente da quanto suggerito dal sostantivo e dall’ismo. Io lo interpreto come una connessione aggettivale: noi siamo, o dovremmo essere, democratici liberali e socialisti liberali. Io sono anche un nazionalista e un internazionalista liberale, un comunitario liberale, un femminista liberale, un professore e talvolta un intellettuale liberale, un ebreo liberale.

L’aggettivo funziona più o meno allo stesso modo in tutti questi casi, e il mio obiettivo è descrivere la sua forza in ognuno di essi. Come tutti gli aggettivi, “liberale” modifica e complica il sostantivo collegato, con un effetto talora vincolante, talora ravvivante, talora trasformativo. Definisce non le persone che siamo, ma in che modo siamo le persone che siamo, ovvero come mettiamo in atto i nostri impegni ideologici. Nel suo significato originario, il liberalismo era un’ideologia occidentale, il prodotto dell’Illuminismo e il trionfo (in letteratura e in filosofia, se non nella vita quotidiana) dell’individuo emancipato – una figura dell’Occidente.

Ma gli aggettivi “liberale” e “illiberale” possono utilmente descrivere i membri di altre culture che utilizzano sostantivi diversi per dare un nome ai propri impegni e che qualificano tali sostantivi in un idioma differente. Presumo che la morale liberale e la sensibilità liberale siano universali. Devono esserlo, giacché oggi sono visibilmente sotto attacco in tutto il mondo – anche qui negli Stati Uniti. Esaminerò, capitolo per capitolo, i sostantivi che definiscono i miei impegni, e in un capitolo la mia vocazione, e poi cercherò di descrivere esattamente come l’aggettivo “liberale” qualifichi l’impegno.

La mia argomentazione, molto semplicemente, è che l’aggettivo non può stare in piedi da solo come comunemente viene fatto credere (aggiungendo l’“ismo”); ha bisogno dei suoi sostantivi. Ma i sostantivi, gli impegni sostantivati, non saranno mai ciò che dovrebbero essere senza l’aggettivo “liberale”. Senza l’aggettivo, i democratici, i socialisti, i nazionalisti e tutti gli altri possono essere, e spesso lo sono, monisti, dogmatici, intolleranti e repressivi. L’aggettivo, come cercherò di dimostrare, impedisce l’uso della forza e favorisce il pluralismo, lo scetticismo e l’ironia.

Da “Che cosa significa essere liberale” (Raffaello Cortina editore), di Michael Walzer, p. 171, 19€

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