L’illusione del sovranismoMeloni e Salvini litigano su tutto perché, in fondo, sono ancora in competizione

Il gran casino su migranti, Pnrr, balneari e altre cose dimostra che i leader di Fratelli d’Italia e Lega provano ancora a prevalere l’una sull’altro. L’anno prossimo c’è l’importante appuntamento delle europee, ma già tra un mese ci sono le amministrative

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L’illusione del sovranismo, che tutto risolve e sistema una volta entrato nella stanza dei bottoni immaginari, ha una controindicazione come i farmaci. Questa tendenza politica, più nazionalistica che identitaria, purtroppo tira ancora, rastrella consensi come sta succedendo anche negli ex mitici Paesi socialdemocratici nordici. Il sovranismo della razza italica, quello che combatte la sostituzione etnica, si deve alimentare continuamente di propaganda forte, di emergenze inesistenti, di veli per coprire la mancanza di una sperimentata classe dirigente e giustificare il grande casino che a Palazzo Chigi stanno facendo sul Pnrr. Sottolineiamo Palazzo Chigi per dire che al Mef, dove comanda il leghista Giancarlo Giorgetti, sostengono che la centralizzazione della governance in mano al ministro Raffaele Fitto si sta rivelando non solo una perdita di tempo, ma anche inutile.

Ma questo fa parte del gioco del potere invidioso. Un’altra cosa è invece il fatto che sul Pnrr il governo è veramente nel pallone. In particolare, non sa proporre a Bruxelles cosa togliere, tagliare, «rimodulare», che risorse spostare su altri fondi, per esempio quelli di coesione piuttosto che del RepowerEu. Addirittura, come scrive sulla Stampa Marco Bresolin da Bruxelles, il governo italiano ha chiesto ufficialmente alla Commissione ulteriori prestiti. E questo senza specificare agli uffici di Palazzo Barlaymont una cifra precisa. Ma come, non aveva detto che non siamo in grado di spendere entro il 2026 le risorse assegnate all’Italia, al punto di ipotizzare la rinuncia parziale dei fondi a debito?

Andiamo al punto. Più che la confusione, il governo ha paura di svelare il dettaglio delle cose da espungere dal Pnrr, i progetti concreti. Qualche tratta ferroviaria, magari dell’alta velocità che non va oltre Salerno, quella che dovrebbe arrivare sullo Stretto di Messina, con buona pace per il ponte e del Capo Cantiere Matteo Salvini. Qualche ponte, locale, centinaia di ristrutturazione di asili, scuole, ospedali, ambulatori pubblici e tante quelle opere che dovrebbero portare ossigeno alle casse dei Comuni, da anni tagliate. Sindaci che scopriranno di non poter fare quello che avevano promesso.

Non è un caso infatti che ieri il presidente dell’Anci e sindaco di Bari Antonio De Caro (Partito democratico) abbia scritto una nota per dire che i Comuni hanno già bandito gare per diciotto miliardi. L’antifona a Fitto è: non ti venga in mente di tagliare agli enti locali con la scusa che non siamo in grado spendere i soldi del Pnrr.

Soldi, tantissimi, che potrebbero modernizzare il Paese e farlo crescere veramente, non solo in termine di occupazione e Pil, che invece gettano nel marasma il governo. E fanno litigare i leader della maggioranza (tagliare progetti, «rimodularli» con più cemento come vorrebbe il capo leghista, non è un gioco da ragazzi).

Giorgia Meloni e Salvini litigano su questo, sui migranti, sui balneari, e se può servire per avallare questa realtà, basta leggere cosa scrive in un retroscena in prima pagina il Giornale, che non può certo essere sospettato di remare contro: alta tensione tra i due, al punto che la premier avrebbe sostenuto che Matteo si sta troppo allargando sulla questione migranti, che sta giocando al rialzo su un tema che appartiene a Fratelli d’Italia. Cosa non vera, tra l’altro, perché il partito di Giorgia non è mai stata secondo a nessuno. Così come non è vero che l’espressione orribile di Francesco Lollobrigida sulla sostituzione etnica non sia mai stata usata da Meloni e da Salvini. L’hanno già usata in passato tante volte in stile Steve Bannon, anche se dobbiamo dare atto al leghista la non onorevole primogenitura suprematista: lui ha usato questa espressione nel 2015, lei l’anno successivo.

Una rincorsa che dura anche adesso che sono al governo, dove un ministro come Lollobrigida afferma di avere usato quella frase per «ignoranza, non per razzismo» (testuali parole), senza coglierne la portata politica, culturale e storica. Non sappiamo in questo caso se sia peggio l’ignoranza o la conoscenza. In questa infausta gara a difendere la razza, sulla pelle di poveri cristi, Salvini ritrova il consenso (prima o poi dovremmo anche affrontare la favola degli italiani brava gente, del volemose bene). E non si tratta di guardare cosa accadrà alle europee del prossimo anno.

La terra si prepara per il raccolto fin da oggi, guardando a una tornata elettorale finora sottovalutata, quella delle amministrative del mese prossimo. Il 14 e 15 maggio andranno a votare 6,3 milioni di italiani. Altro che sondaggi. Al voto andranno settecentonovantuno Comuni, di cui centosette con popolazione superiore ai quindicimila abitanti. Diciotto i comuni capoluogo di provincia: Ancona, Brescia, Brindisi, Catania, Imperia, Latina, Massa, Pisa, Ragusa, Siena, Siracusa, Sondrio, Teramo, Terni, Trapani, Treviso, Udine e Vicenza. Anche un capoluogo di Regione (Ancona) e un capoluogo di Città Metropolitana (Catania). Sette superano i centomila abitanti (Ancona, Brescia, Catania, Latina, Siracusa, Terni, Vicenza).

Il centrodestra vorrà confermare di avere il vento in poppa. Elly Schlein che il Partito democratico è arrivato senza farsi vedere. Nell’area della maggioranza di governo Lega e Fratelli d’Italia concorreranno a far vincere il candidato sindaco comune, ma avranno interesse a piazzare quanti più sindaci, consiglieri e assessori perché anche loro saranno la spina dorsale della campagna elettorale delle europee.

Ora la gara a chi è più cattivo con i migranti (il tema, dice la sondaggista Alessandra Ghisleri, è balzato al secondo posto dell’attenzione degli elettori) andrà avanti nella convinzione che gli italiani li premieranno, come ha già fatto, ma questa volta in maniera proporzionale. Salvini ha chiaro che senza un ottimo risultato nelle urne verrà emarginato da un possibile nuovo patto di potere a Bruxelles tra Popolari e Conservatori. Ha subodorato che Meloni, anche se volesse imbarcare l’alleato e replicare in Europa il modello romano, incontrerà serie difficoltà con i polacchi. Gli amici di Varsavia, il partito dei Conservatori di cui la premier è presidente, non ha mai perdonato a Salvini la sua vicinanza a Mosca e il patto della Lega con Russia Unita di Vladimir Putin. Quando poi sentono parlare di Marine Le Pen mettono mano alla pistola.

Allora succede che Salvini applauda il capogruppo dei Popolari Manfred Weber, che bacchetta i Paesi europei perché non aiutano l’Italia sui migranti. Non dice fino in fondo quello che vorrebbe dire: perché i Popolari vengono in soccorso a Roma mentre i Conservatori, che non lo vogliono, tacciono?

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