Quesiti linguisticiChi è il paroliere, spiegato dall’Accademia della Crusca

La ritrosia di Mogol per la parola e il riferimento a Dante Alighieri. All’inizio il termine aveva una connotazione ironica e un significato dispregiativo, ma oggi non è più così

Da Facebook

Tratto dall’Accademia della Crusca

È giunta da qualche giorno al nostro presidente Marazzini la seguente richiesta, da parte della SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori):

Gentilissimo Presidente,
come accennatole stamattina e su indicazione del nostro Presidente onorario Giulio Rapetti Mogol, vorremmo avere dall’Accademia della Crusca una consulenza sul termine paroliere, usato spesso in maniera colloquiale come sinonimo della parola autore. Come le abbiamo spiegato, per il nostro Presidente utilizzare questo vocabolo equivale a sminuire la portata di un’attività creativa e artistica tra le più nobili ma saremmo onorati di avere anche la vostra opinione in merito.

Tale richiesta si aggiunge a quella, pervenutaci vario tempo fa, di un lettore che voleva “sapere quando e come entra in uso la parola paroliere per indicare colui che scrive il testo di una canzone”.

Risposta
Che il più famoso paroliere italiano, il celebre Mogol, Presidente onorario della SIAE, fosse contrario all’uso del termine paroliere per indicare chi scrive i testi delle canzoni di musica leggera era noto da tempo, come risulta dai brani di due interviste rilasciate a distanza di qualche anno, che riproduciamo:

Dove sta andando la canzone italiana? Mogol, il sommo paroliere di casa nostra, non è proprio ottimista. Sta scrivendo con Oliviero Beha un libro intitolato L’ Italia non canta più per sottolineare che “mai come in questi ultimi anni il divario tra successo e qualità è stato così abnorme”. […] Eppure già prima d’incontrare Battisti, Giulio Rapetti si chiamava Mogol da un pezzo ed era un paroliere di enorme successo. “Non mi chiami paroliere, la prego” protesta. “Io sono solo un piccolo autore. Il termine paroliere sminuisce la nostra categoria. Nel mondo anglosassone ci chiamano ‘lyrics writers’, scrittori di liriche”. (Giuseppe Videtti, Io, Mogol, dico Dio ci salvi dai cantautori, “la Repubblica”, 30/11/1996, p. 37)

Anche rispetto al suo nuovo incarico, Mogol, che inorridisce quando viene chiamato “paroliere” e ribadisce di voler essere definito “autore” (“io vi chiamo giornalisti, mica giornalai”), ha idee molto chiare. (Mogol sarà consigliere del ministro della Cultura: “Il mio impegno per l’arte popolare”, Repubblica.it, 23/2/2023)

Degno di nota, in questo secondo brano, il parallelismo tra parolieri e giornalai (che si oppone a giornalisti), nonostante i due termini abbiano suffissi diversi (-iere e -aio), entrambi usati, accanto all’ormai più diffuso -ista, per indicare nomi di professione (e si può rilevare che il termine spagnolo corrispondente a paroliere è letrista).

Per cogliere la percezione negativa del termine da parte di Mogol, è opportuno rispondere all’altra domanda pervenutaci, e ricostruire la storia della parola, che i principali dizionari italiani datano al 1928, sulla base di un esempio riportato dal GDLI nel Supplemento 2009, che anticipa il passo di Moravia (del 1970) citato nel vol. XII, s.v. paroliere (identica, nelle due voci, è la definizione: “Autore del testo di una canzone di musica leggera; chi svolge professionalmente tale attività”):

G. Giannini [“Kines”, 18-XI-1928]: Pochi versi qualsiasi su una musichetta rubacchiata danno al paroliere enormemente di più di quanto una riduzione cinematografica… dà al riduttore.

A. Moravia, 17-45: Quale verità? Quella dei parolieri di San Remo?

Sul piano dell’etimologia sincronica, paroliere può essere facilmente interpretato come suffissato, da parola + -iere, suffisso tuttora produttivo per indicare i nomi di mestiere, e non sempre con connotazione negativa: se verduriere e verduraio sono (geo)sinonimi, il gelatiere è professionalmente più quotato del gelataio. Storicamente, però, si tratta di un francesismo. Lo documenta il fatto che il termine francese parolier è attestato anteriormente: il TLFi lo data al 1855, riportando anche esempi del 1863 e del 1935, ma la prima registrazione lessicografica è in Émile Littré, Dictionnaire de la langue française, vol. III, Paris, Hachette, 1873, dove si precisa che si tratta di una “parola d’autore”, inventata dal critico e musicologo Castil-Blaze (citato del resto anche nel TLFi) con un valore spregiativo, per indicare l’autore di testi di opere e operette, quello che in Italia si chiama – a partire dai primi dell’Ottocento, e inizialmente anch’esso con valore spregiativo – librettista (vocabolo formato con l’aggiunta di -ista a libretto, nel significato specifico, documentato già dal Settecento, di ‘testo in versi di un melodramma o di un’opera lirica’):

PAROLIER pa-ro-lié s. m. Néologisme. Nom donné par Castil-Blaze aux auteurs des paroles dans les pièces à mettre en musique, parce qu’il prétendait que le poëte y devait être l’esclave du musicien, et fournir seulement des paroles propres à être chantées. (Émile Littré, Dictionnaire de la langue française, vol. III, Paris, Hachette, 1873, s.v. Trad.: “Neologismo. Nome dato da Castil-Blaze agli autori delle parole nei testi teatrali da mettere in musica, perché egli riteneva che in essi il poeta doveva essere al servizio del musicista e fornire soltanto delle parole adatte a essere cantate”]

Dopo aver riportato un exemplum fictum (Un parolier italien) e un passo di Castil-Blaze, il lessicografo commenta:

Le mot parolier suppose que la pièce, en soi, n’a aucune valeur; ce qui est souvent vrai. Mais, appliqué aux auteurs de pièces comme la Vestale de Jouy, la Muette et le Comte Ory de Scribe, le nom de parolier serait un contre-sens. [ibid. Trad. : “La parola parolier presuppone che il testo, in sé, non abbia alcun valore poetico, il che spesso è vero. Ma, se assegnato agli autori di testi come La Vestale di Jouy o La Muta [di Portici] e Il Conte Ory di Scribe, l’appellativo di parolier sarebbe un controsenso”]

Anteriormente alla prima attestazione italiana troviamo il termine francese, al plurale e con riferimento alla Francia, anche in un giornale piemontese:

Maître Ambros a Parigi — L’opera era attesa con una certa impazienza. La giustificava il fatto di essere il libretto di Coppée e la musica dell’elegante autore della Korrigane, Charles Widor. Un’opposizione sorda si era anche manifestata prima della recita, specialmente, al dire di certi giornali, per opera d’un “syndicat de paroliers d’operette”. (Arti e scienze, “Gazzetta piemontese”, 18/5/1886)

C’è, in verità, una precedente attestazione di paroliere in italiano, ma nel senso di ‘parolaio’, ‘linguaiolo’:

Il Gherardini reca altro esempio della Città di Dio, ma nella r. crusca trovasi soltanto intransitivo e accompagnato dal con. L’ho fatto avvertire, per altre voci da me usate senza licenza dei superiori, e per risparmiarmi la noja di appuntarmi ai piuchearciultravanignorantissimi pestiferi e pestilenziali fastidiosi parolieri del conciossiafussecosaavvegnaidioché; becchini della lingua, che vanno razzolando le ossa, ma non saprebbero ricomporle in forma d’uomo e plasmarle di vita. (Filippo Zamboni, Roma nel Mille. Poema drammatico, 2a ed., Padova, Salmin, 1878, p. 435)

Si può aggiungere che in italiano, per indicare, ironicamente, il librettista è documentato – prima ancora che nascesse questa parola, la cui prima attestazione risale al 1836 – anche un derivato da parola, usato più spesso nel senso di ‘chi parla molto e in modo poco concludente’, e cioè parolaio (1817). Sempre a scopo ironico, invece di paroliere, troviamo un esempio di parolante (1965), non a caso contrapposto a musichiere ‘autore della musica di una canzone’. Ecco al riguardo i due esempi riportati nel GDLI:

Pananti, I-32: Il suggeritore ed il copista / si lagnano d’aver quanto il poeta; / abbiam sentito dir fino il lumaio / che non vuole aver men del parolaio.

Brignetti, 3-56: La gente era stata emancipata a migliori garbatezze quali dopo sarebbero stati i quiz, le pacifiche tenzoni di parolanti e musichieri.

Tornando a paroliere, tra i due esempi riportati nel GDLI ce ne sono molti altri; tra i più antichi mi pare interessante questo, tratto da Google libri:

Maestro e paroliere (l’autore dei “versi” è definito per accordo internazionale paroliere) s’incontrano. (“Il Dramma”, XIV, 1938, p. 32)

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