Spotify e segugiNessuno ascolta i podcast, ma titillano l’ego degli intellettuali nutriti con i sott’olio di mammà

Il genere nato per gli americani che stanno tre ore in macchina è diventato il nuovo Graal dell’élite culturale italiana. Si guadagna quasi niente, ma fa figo esserci

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Una volta, in un tempo così lontano che non esistevano i social, la gente che smaniava per esistere pubblicava libri. Stiamo parlando dell’Italia: quel luogo di fantasia, patria della cottura al dente, in cui un libro è alla portata di tutti; non di paesi dall’editoria selettiva in cui «published author» è una definizione che fa colpo sugli impressionabili.

In questa penisola di fiaba, dunque, pubblicare un libro era più semplice che comparire al Costanzo Show, e a qualcuno ogni tanto portava la gloria, e quel qualcuno pensavamo sempre di essere noi.

Almeno finché un libro non l’abbiamo pubblicato praticamente tutti, e non abbiamo iniziato ad aver praticamente tutti il numero di qualcuno che lavorava nell’editoria, e quindi a chiedere ogni giovedì quant’ha venduto Tizio e quanto Caio.

Almeno finché non ci siamo resi conto che la profezia di Troisi si era avverata: tantissimi a scrivere, uno solo a leggere. A quel punto l’italiano smanioso ha ripiegato sui giornali, acciocché la zia al paese potesse dire che il nipote ha il nome in prima pagina, e mandargli i sott’olio tutti i mesi altrimenti coi soldi dei giornali le finiva denutrito.

Solo che a un certo punto, all’intellettuale nutrito a sott’olio, ha iniziato a divenire chiaro perché Cavalli e segugi lo pagasse due lupini e un’oliva: «Scusi, sa dov’è un’edicola» è domanda che i passanti accolgono con lo smarrimento che si riserva alle lingue straniere.

Se si viene a sapere che sì, scrivo, ma nessuno mi legge, che ne sarà del mio esistere? Sarò condannato all’anonimato e a essere io quello che nutre gli squattrinati con visibilità? Ma io i sott’olio non li so fare, puntesclamativo.

Poi, per fortuna, è arrivata la possibilità di non contarsi. Vuoi mettere scrivere una serie per Netflix, che non si saprà mai se è un supercalifragilistico insuccesso, rispetto a scriverne una per Rai 1, che la vedranno sì in cento volte tanti ma il giorno dopo rischi che i giornali titolino che qualche tronista ha fatto due punti di share più di te?

La possibilità di autocertificare i propri successi è inebriante. Mandi un film in sala, e tutti sanno quanto sbiglietti, e tutti fanno impietosi paragoni: nel 2003 i film di Tizio incassavano x, adesso una frazione di x. Si chiama «giornalismo del grazie al cazzo», è un genere d’autocertificato successo disponibile sui migliori siti. Metti un film su Netflix, e non saprai mai se «più visto» significhi quattordici spettatori invece degli undici che totalizza il meno visto.

Nessuno vuol essere un insuccesso percepito, nell’epoca in cui i numeri non vogliono dire talmente niente che quelli degli unici successi veri mica li dici: quando a Sanremo entrano Morandi e Ranieri e Al Bano, Amadeus non ha bisogno di convincerci che stiamo guardando una figata sciorinando numeri di streaming, di visualizzazioni, di dischi d’oro ottenuti ogni volta che un decimo delle persone che una volta si sarebbero dovute comprare un tuo disco clicca gratis su una tua canzone che non pagherebbe mai.

I numeri mentono, diceva una sondaggista saggia in un vecchio sceneggiato. Lo diceva cercando di convincere un politico che, stolido come quelli che hanno passato gli ultimi tre anni a ripetere «io credo nella scienza» (cosa c’è di più scientifico del fideismo), riteneva che i sondaggi fossero inequivocabili: erano numeri, diamine. Mi torna in mente ogni volta che qualcuno fotografa un «più venduto» di Amazon di fianco al suo libro, senza specificare che quella in cui è primo non è quella generale ma la sottoclassifica «storie di centravanti e ricette vegane».

E così si sono diffusi i podcast, quel genere nato per le autostrade americane, per gente che vive a Malibu e lavora a Beverly Hills e ogni giorno sta tre ore in macchina e in quelle tre ore mica ascolta l’audiolibro di Proust: ascolta Joe Rogan che intervista Tarantino. Ho un amico che ogni tanto mi dice che devo proprio ascoltare la tal intervista di Rogan, e io non so come spiegargli che c’è un solo genere di italiana senza patente che ha tempo di ascoltare tre ore e mezza di podcast, ed è l’italiana senza patente che stira. Non possiedo un ferro da stiro: non ascolto i podcast.

Non ascolto i podcast come tutti, la differenza è che non ne faccio. I miei conoscenti che non fanno un podcast ne hanno fatto uno in tempi recenti. I miei conoscenti che non hanno ancora fatto un podcast stanno per farne uno. Chi li ascolta? Non si sa. Se sono primi in classifica, esultano quindici secondi, poi ti spiegano con sconforto che i produttori li hanno informati di che oggetto fantasioso sia la classifica di Spotify. Almeno quelli di Netflix ti lasciano credere al successo percepito, i produttori di podcast sono crudelissimi.

Ed essendo crudelissimi, pagano persino meno di Cavalli e segugi. «Sto per fare un podcast: non mi pagano» è una frase che a cinquant’anni sento con la frequenza con cui a trenta mi dicevano «mi ha detto che lascia la moglie»: con lo stesso tono rassegnato ma destinato.

Esiste un pubblico, là fuori. Non è disposto ad ascoltare i podcast, ma in compenso è ignaro del fattore ascesa di cui tiene conto Spotify, e pensa che se sei primo non significa solo che sei nuovo, ma che sei un successo. C’è un pubblico che pensa che ti paghino, che tu sia l’élite culturale, e che questa cosa che quando vivrà in California anche lui ascolterà sia il futuro. Lo pensi anche tu, che dici eh per ora non c’è budget ma intanto mi sono inserito nel settore. Lo penso anch’io, mentre ti preparo i sott’olio.

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