Artista sul parquetLe mani di Steph Curry e lo spettacolo del riscaldamento prepartita

La guardia dei Golden State Warriors ha cambiato il modo di giocare a basket grazie al tiro da tre punti (e non solo). Una rivoluzione che nasce dai polpastrelli e dalle dita del campione nato a Akron (Ohio), come racconta Dario Costa nel libro pubblicato per 66th&2nd

AP/Lapresse

Osservare da vicino le mani di un giocatore di basket può rivelarsi un’esperienza singolare e per certi versi disturbante. A impressionare non sono tanto le dimensioni, peraltro superiori rispetto alla media, requisito necessario per disporre di una presa efficace sulla palla, quanto la conformazione delle dita. La continua sollecitazione a cui vengono sottoposte nel contatto con la palla finisce per provocare problematiche che vanno dalla dislocazione alla vera e propria deformazione delle falangi.

Le mani di Curry, in questo senso, non rientrano nel canone condiviso dalla categoria. Se le dimensioni delle mani di Steph appaiono infatti nella norma e le dita versano in buono stato, a saltare all’occhio sono però i calli, particolare che si tende ad associare a chi pratica mansioni dalla manualità molto accentuata. E, da un certo punto di vista, quella che Curry svolge ogni giorno da oltre vent’anni è a tutti gli effetti una mansione dalla manualità molto accentuata. L’attrito prolungato e ripetuto con il cuoio ruvido ha prodotto una serie di ispessimenti, la pelle in rilievo leggermente più scura che parte dai palmi e si irradia verso i polpastrelli.

Il percorso che ha portato alla formazione di quei calli, i quali a distanza ravvicinata ricordano un’incisione su linoleum, è cominciato ai tempi della Charlotte Christian, per poi svilupparsi in una routine perfezionata a Davidson e che accompagna Curry fino agli esordi con Golden State.

La routine di Steph è plasmata attorno ai consigli del padre e segue uno schema ben preciso: 2000 tiri a settimana, 250 al giorno a cui se ne aggiungono altri 100 se è in programma una partita. Si tratta, per quanto ovvio, di una mole di lavoro che Curry si sobbarca prima o dopo gli allenamenti di squadra, in molti casi sia prima che dopo, e che non prevede pause, nemmeno quando il resto dei compagni approfitta dello sporadico giorno di riposo. Il lavoro extra paga, perché l’efficienza al tiro di Curry non subisce scossoni nella transizione, in genere poco agevole, dal college al professionismo. Anzi, forse anche grazie al fatto che il gioco praticato in Nba concede maggiori possibilità di esprimersi rispetto al basket collegiale, caratterizzato da un approccio tattico più rigido, le percentuali al tiro di Steph migliorano dal 46,2% dell’annata da rookie al 48,2% di quella successiva.

La ripetizione maniacale degli stessi movimenti giova a una meccanica già molto vicina alla perfezione, ma a dispetto degli ottimi riscontri statistici si affacciano due problemi. Il primo è rappresentato dalla monotonia degli allenamenti che comporta il rischio di un vero e proprio burnout, ovvero di un esaurimento graduale ma inesorabile del piacere provato nel giocare a pallacanestro. È un destino che accomuna molti colleghi, sopraffatti nel passaggio in cui il gioco si trasforma in carriera. Il secondo problema è molto più personale e riguarda l’idea che Steph ha di sé e la sua ambizione a diventare qualcosa in più di uno specialista al tiro dalla lunga distanza. Mentre fatica a trovare la sua dimensione in Nba, Curry intuisce di avere bisogno dell’aiuto di qualcuno che ne comprenda l’esigenza di mantenere intatta la passione per il gioco e, allo stesso tempo, di uscire dalla zona d’ombra del padre.

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Ricevere complimenti è una cosa a cui una stella Nba fa l’abitudine piuttosto in fretta, ma se quel complimento arriva da Jerry West la faccenda cambia parecchio. Definire West una leggenda è persino riduttivo perché la sua figura ha segnato la storia della lega, e in particolare dei Los Angeles Lakers, in modo indelebile. Campione con pochi eguali tra gli anni Sessanta e Settanta, West è stato in grado di vivere una carriera da dirigente ancora più vincente di quella in canotta e pantaloncini, caso più unico che raro nello sport americano.

Le sole imprese sul parquet gli sono comunque valse la massima onorificenza possibile: la silhouette del giocatore che palleggia nel logo dell’Nba è modellata sulle sue fattezze. West, inoltre, è noto per la parsimonia e la franchezza con cui esprime le proprie opinioni. Arrivato a Golden State nel 2011 nelle vesti di consulente per la nuova proprietà capeggiata da Peter Guber e Joe Lacob, West interpreta il ruolo del vecchio saggio misurando dichiarazioni e pareri. Quando gli viene chiesto di Curry, invece di sottolinearne la straordinaria capacità di segnare dalla lunga distanza o magnificarne le doti di palleggio, fornisce un’angolazione diversa: «Pagherei il biglietto per vederlo mentre si allena».

Le parole di West, non a caso, suonano come una profezia, perché proprio a partire dalla stagione 2014-15, la prima con Kerr in panchina, e in misura ancora maggiore durante quella successiva, il riscaldamento pre-partita di Curry diventa un appuntamento fisso atteso da una parte consistente degli spettatori. Quello di Steph è un rituale replicato anche in trasferta, ma che trova la sua sublimazione tra le mura amiche della Oracle Arena. Un rituale che inizia a novanta minuti dalla palla a due e che Fraser ha perfezionato partendo da una serie di esercizi ideati da Stephen Silas, assistente a Golden State quando Curry era un rookie.

Da “Steph Curry. Gioia e rivoluzione” (66th&2nd), di Dario Costa, p. 240, 17€

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