Anomalia lealistaStoria e contraddizioni degli Unionisti Nordirlandesi

Il Dup, principale partito protestante, contesta i nuovi accordi di Sunak con l’Ue e rifiuta di partecipare al governo di Belfast. Capire l’identità di questi ribelli rivela molto delle tensioni mai sopite nella regione, a ridosso del venticinquesimo anniversario dell’Accordo del Venerdì Santo

Il leader del Dup, Jeffrey Donaldson
Il leader del Dup, Jeffrey Donaldson (AP Photo/Peter Morrison)

Il nuovo accordo del primo ministro inglese Rishi Sunak ha infiammato gli animi in Irlanda del Nord. La metafora non è casuale: se l’Ulster fosse un elemento, sarebbe il fuoco. Dalle bombe molotov lanciate contro le auto della polizia nei quartieri cattolici, fino ai falò alti trenta metri in cui i protestanti bruciano le immagini del Papa e le bandiere dell’Irlanda, l’Ulster è come una tanica di benzina circondata da scintille pronte a farla scoppiare.

In questo limbo infernale, sospeso fra Irlanda e Regno Unito, hanno prosperato i membri del Democratic Unionist Party (Dup), la principale forza politica della galassia protestante e unionista. Probabilmente li avrete sentiti nominare indirettamente. Sono gli «hard-liners» che non perdono occasione per fare da spina nel fianco al governo di turno chiedendo la «Brexit dura».

Sono insoddisfatti dello status quo dell’Irlanda del Nord, politicamente nel Regno Unito ma economicamente rimasta nel mercato europeo comune. Sunak ha provato a persuaderli ad accettare il compromesso attraverso il «Windsor Framework», l’accordo con l’Ue patrocinato (non a caso) da Re Carlo. E invece non è andata così.

Sì, perché gli unionisti del Dup sono difficili da inquadrare. Amano il Regno Unito, ma diffidano di Londra. Vogliono sottostare alle sue leggi, ma fanno di tutto per bloccarle. Parlano di «British Values», ma non si capisce fino in fondo a cosa si riferiscano. Sono «lealisti» ribelli, più spinti dalla repulsione verso ciò che è irlandese che da una vera comprensione di ciò che è britannico.

Confondono la cultura dell’Ulster, fatta di falò, marce, conservatorismo sociale e fanatismo religioso, con quella della madrepatria, ben più multiculturale, laica e progressista di quanto non amino ammettere. Vedono in Sunak e in tutti i primi ministri degli «English men» pronti a tramare con Dublino per liberarsi di Belfast.

E vedono nell’uso strumentale della monarchia, unica istituzione a cui restano davvero fedeli, un tentativo goffo di ottenere il loro consenso per un protocollo che non hanno intenzione di approvare e su cui non sono mai stati consultati se non a cose fatte (e se fossero stati coinvolti, probabilmente il loro sabotaggio avrebbe impedito un compromesso).

Ma esattamente, che cosa significa essere membro del Dup? Dal 1971 al 2008, significava essere seguaci del suo leader e fondatore: il reverendo Ian Paisley. Conosciuto come «Mr. No», Paisley è stato tante cose: un feroce animale politico, un predicatore fondamentalista, un esaltatore della violenza e, verso la fine della sua carriera, un insospettabile uomo di pace.

Sì, perché il Paisley che incitava ai pogrom contro i cattolici e fondava gruppi paramilitari, fu anche il Paisley che lasciò il mondo a bocca aperta accettando di formare un governo con Sinn Féin (il braccio politico della famigerata Ira) e con l’ex terrorista cattolico Martin McGuinness, di cui divenne anche amico.

Ian Paisley disturba la seduta del Parlamento europeo in cui interviene Papa Giovanni Paolo II
Ian Paisley disturba la seduta del Parlamento europeo in cui interviene Papa Giovanni Paolo II (© European Communities 1988 – EP)

Nonostante la successiva svolta pacifista, negli anni Settanta essere «paisleyani» significava appartenere alla frangia più estrema dell’unionismo. Paisley era riuscito a convincere gran parte della classe lavoratrice protestante del fatto che Londra stesse ordendo un complotto per regalare l’Ulster alla Repubblica d’Irlanda.

Con questo cospirazionismo imbevuto di fanatismo religioso, era riuscito a chiudere ogni spiraglio per la pace. Perfino Margaret Thatcher, che certo non può essere accusata di avere avuto simpatie secessioniste, divenne una delle vittime preferite degli attacchi di «Mr. No».

Paisley non era un uomo che amava misurare le parole: la sua spettacolare cacciata dal Parlamento europeo per aver urlato contro Papa Giovanni Paolo II «Sei l’Anticristo» ne è la dimostrazione. Non era neanche un uomo avvezzo alla moderazione e ai compromessi, basta sentire la sua retorica durante la campagna «Salviamo l’Ulster dalla Sodomia» per averne una chiara dimostrazione.

Poi venne la svolta pacifista, e con essa la scissione del Traditionalist Unionist Voice (Tuv), nato dalle fila del Dup ma ancora più estremista e reazionario (se possibile). Oggi il Dup rappresenta il partito protestante maggioritario e, sotto la guida di Sir Jeffrey Donaldson, blocca dal 2022 la formazione di un nuovo esecutivo, rifiutandosi di governare con gli avversari di Sinn Féin.

Il motivo? Da un lato l’insoddisfazione per una Brexit non abbastanza dura (ricordiamo che Paisley considerava l’Unione europea un complotto del Vaticano e il seggio 666 del Parlamento europeo come riservato all’Anticristo), dall’altro la paura di perdere voti in favore del Tuv. Del resto, il Dup ha fagocitato i partiti moderati proprio ponendosi all’estrema destra.

Dunque, la leadership conosce bene i rischi del farsi superare agli estremi, soprattutto in un contesto in cui i predicatori più fondamentalisti, i paramilitari ancora attivi e i commentatori radicali fanno ancora breccia nel cuore di quella working class protestante che sente di aver dato tutto ai cattolici, senza aver ricevuto nulla in cambio.

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