Veti a perdereCosì il premier inglese Sunak vuole scavalcare l’ostruzionismo degli unionisti nordirlandesi

Il partito Dup continua a boicottare il Parlamento dell’Irlanda del Nord perchè è contrario all’accordo raggiunto con l’Ue dal primo ministro conservatore. Sembra un revival delle stagioni precedenti, ma sarà Londra, e non Belfast, a decidere in ultima istanza se bloccare le leggi europee

La sede del Parlamento nordirlandese, Stormont
La sede del Parlamento nordirlandese, Stormont (AP Photo/Peter Morrison)

Minuscolo a Londra, ma essenziale a Belfast. Il Dup – il principale partito unionista – ha bocciato l’accordo raggiunto dal primo ministro Rishi Sunak con l’Unione europea per sanare la falla causata dalla Brexit in Irlanda del Nord, rimasta dentro il mercato unico e quindi meno accessibile alle merci inglesi. L’esecutivo britannico, che oggi sottoporrà al Parlamento il protocollo, è pronto ad andare avanti lo stesso e ha i numeri per farlo, grazie all’appoggio dei laburisti, malgrado gli ultimi fuochi dello European research group (Erg). L’ostruzionismo a oltranza dei democratici unionisti resta però un problema per la stabilità della regione, orfana di un governo proprio a causa del loro boicottaggio.

Westminster deve valutare un aspetto specifico del testo, ma per Downing Street il voto esprimerà di fatto un giudizio complessivo sul nuovo assetto. L’aula esamina lo «Stormont brake», cioè il «freno d’emergenza» conferito all’assemblea parlamentare nordirlandese per bloccare l’applicazione delle leggi europee. Non tutte, non a priori. Alla nazione (una delle quattro che compongono il Regno Unito, insieme a Scozia, Galles e Inghilterra) continuano – e continueranno – ad applicarsi le normative di Bruxelles, è vero, ma solo quelle necessarie al funzionamento dell’area comunitaria di libero scambio di cui fa ancora parte.

C’era una volta l’opposizione (interna)
Il leader del Democratic unionist party, Jeffrey Donaldson, ha indicato ai suoi otto deputati di mettersi di traverso. Sulla carta, il parere contrario non è definitivo: il partito si dice disponibile a collaborare con Downing Street, non lo rigetta per intero e non esclude, in futuro, di accettare il compromesso, a patto di ricevere «ulteriori chiarimenti e modifiche».

Sia Sunak sia la Commissione europea hanno spiegato in più occasioni che l’architettura del Windsor framework non è negoziabile. Venerdì, a Londra, è già stato convocato il caponegoziatore di Bruxelles, Maroš Šefčovič, per sottoscrivere formalmente l’accordo annunciato a fine febbraio.

L’obiezione del Dup è centrata sull’efficacia dei «meccanismi democratici». In particolare «anche se rappresenta un progresso reale, il “freno” non risolve il tema fondamentale dell’imposizione della legislazione dell’Ue prevista dal protocollo». Si è allineato alle critiche lo European research group, potentato euroscettico dei Conservatori che può contare su una trentina di parlamentari, neppure così compatti. La lobby contesta la supremazia delle normative comunitarie e il dispositivo per bloccarle: «Ha un’applicazione molto ristretta nella teoria ed è probabilmente inutile nella pratica».

È indicativo il fatto che lo scontro si concentri su un correttivo politico e non sulla principale soluzione. Con le nuove regole, infatti, saranno abbattuti i controlli doganali grazie all’istituzione di una «corsia verde» nei porti per i carichi destinati alla sola Irlanda del Nord. L’escamotage dovrebbe sbloccare le importazioni e riportare sugli scaffali di Belfast gli stessi prodotti del resto del Paese.

Ai tempi di Theresa May, che dipendeva dalla stampella parlamentare degli unionisti, un’alleanza tra Dup ed Erg riusciva a far saltare i patti con l’Ue e abbattere una prima ministra. Steve Baker e Jacob Rees-Mogg hanno plasmato la traiettoria delle prime fasi della Brexit. Ormai il gruppo ha perso rilevanza e, come scrive il Times, questa potrebbe essere la sua ultima, fallimentare prova di forza.

Il leader del Dup, Jeffrey Donaldson
Il leader del Dup, Jeffrey Donaldson (AP Photo/Peter Morrison)

Si fa presto a dire veto
Può sembrare una questione di massimi sistemi, non lo è. La procedura attraverso cui Stormont (si chiama così il Parlamento dell’Irlanda del Nord) potrà chiedere la sospensione di una legge made in Bruxelles comincia a Belfast e poi passa a Londra – e lì si conclude. Un’analisi di Politico illustra bene perché, alla fine, il verdetto spetti al governo centrale. Non proprio una devolution. Il diritto di «veto» conferito all’assemblea locale, insomma, ha delle condizioni. È depotenziato.

In base alle nuove regole, per attivare il «freno d’emergenza» serve una richiesta condivisa da trenta deputati, appartenenti ad almeno due partiti diversi. Già qui il Dup teme di non poter toccar palla, perché ha perso le elezioni del maggio 2022, vinte dagli indipendentisti di Sinn Féin. Da solo, gli mancano i numeri. La formazione di Donaldson ha venticinque seggi, quindi dovrebbe accodarsi ai moderati degli Ulster Unionists (nove), che però si erano opposti alla Brexit e considerano prioritario salvaguardare i flussi commerciali con l’Ue.

Anche se riuscisse a raccogliere le firme, la petizione passerebbe poi al comitato congiunto tra Unione e Gran Bretagna, incaricato di disinnescare le tensioni tra i due blocchi. Il dialogo bilaterale potrebbe stabilire che la norma non mette a repentaglio gli scambi: in quel caso, il governo inglese non avrebbe i presupposti per stopparla. Anche se per la ratifica a Stormont occorre il consenso di entrambe le comunità, dei nazionalisti e degli unionisti di cui il Dup è solo una delle sigle, il voto non è però legalmente vincolante per il ministro di Stato per l’Irlanda del Nord.

Può comunicare alla Camera dei Comuni l’applicazione di una legge nonostante le obiezioni degli unionisti. Downing Street ricorrere a questa scelta in presenza «circostanze eccezionali», oppure può motivarla con una valutazione propria. È nella capitale, in ultima istanza, dove viene stabilito se esiste davvero il pericolo che nell’isola risorga un confine doganale. Ma a Westminster la potenza di fuoco degli unionisti è troppo piccola per incidere: l’Irlanda del Nord esprime diciotto deputati su una Camera di seicentocinquanta.

Stallo senza fine
Il punto vero è come si muoverà il Dup in patria. Il boicottaggio delle istituzioni locali è iniziato proprio come protesta alle condizioni della regione dopo la Brexit. L’Accordo del Venerdì Santo, di cui ad aprile ricorrono i venticinque anni, prescrive infatti una coabitazione al potere tra unionisti e nazionalisti. Senza la partecipazione della seconda forza politica, non si può eleggere un first minister, né una squadra di governo (avevamo spiegato come funziona qui). Questa prolungata paralisi è un danno d’immagine per il compromesso di Sunak. Bruxelles, da parte sua, potrebbe al massimo spendersi per delle rassicurazioni formali, senza ritoccare il testo.

Le consultazioni locali di maggio potrebbero costringere gli unionisti democratici a interrompere la secessione, per non perdere consensi a favore di Traditional Unionist Voice. Se lo stallo si protraesse, a gennaio 2024 potrebbero essere riconvocate le urne per Stormont, ma la scadenza è stata rinviata tre volte e, salvo sprofondi, il Dup sarebbe comunque il secondo partito, indispensabile per formare una coalizione. Un loop, con l’assemblea tenuta in ostaggio. È lo scenario che il governo deve disinnescare sul lungo periodo. L’opinione pubblica, in entrambe le isole, è stufa della Brexit e di questo che sembra soprattutto un revival delle stagioni precedenti.

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