Confusione semanticaSe vi danno del ventriloquo di qualcun altro non offendetevi: non vuol dire niente

È un tipico caso di enantiosemia, ossia quel fenomeno linguistico per cui una parola assume nel corso del tempo un significato opposto a quello etimologico

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Uno spettro si aggira tra di noi, è lo spettro del ventriloquo. Più precisamente, del “ventriloquo di”. Nelle ultime settimane è tornato a trascinare le catene sotto le sembianze di Salvatore Baiardo, il gelataio piemontese amico dei boss mafiosi siciliani, unanimemente evocato come «ventriloquo dei Graviano». Ma, nel recente passato, il lenzuolo d’ordinanza ha rivestito le fattezze del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «ventriloquo di Salvini» secondo la dem Simona Malpezzi; dell’allora presidente del Consiglio Draghi, «ventriloquo di Washington» per il cinquestelle eretico Di Battista; dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, «ventriloquo di Alessandro Di Battista» giusta un titolo di ItaliaOggi; e naturalmente non sono mancati avvistamenti dei «ventriloqui di Vladimir Putin» e di quelli di Volodymir Zelensky, e insomma chiunque può ritrovarsi a essere ventriloquo di qualcun altro. È accaduto perfino a Thomas Mann, “ventriloquo” (nientemeno) “di Dio” nel titolo di un vecchio saggio di Paolo Isotta.

Il senso, in tutti questi casi, è che c’è una persona (il ventriloquo) attraverso la quale parla un’altra persona: un veicolo passivo della voce (delle idee) altrui. Ma: è questo il vero significato della parola ventriloquo? Ventriloquo, dal latino tardo ventriloquus, composto di venter, ventris, ventre, e loquor, parlo, ossia – citiamo dal vocabolario Treccani – “persona che ha l’abilità di parlare a bocca chiusa e tenendo le labbra immobili, così da far sembrare che non sia lei a parlare ma che le parole siano pronunciate da altre persone, o da pupazzi, oppure che abbiano origine dal ventre”.

I meno giovani ricorderanno lo spagnolo José Luis Moreno nella televisione degli anni Ottanta con il suo Rockfeller (come la dinastia industriale americana, ma senza la “e” dopo “Rock”), il corvo antropomorfo in frac che spernacchiava i personaggi dell’epoca. I più anziani si spingeranno fino alle immagini in bianco e nero di Provolino, il pupazzo monodentato che nella tv degli anni Sessanta-Settanta battibeccava con Raffaele Pisu per infine prorompere nell’esclamazione che alla lontana ha ispirato il titolo di questa rubrica, “Boccaccia mia statti zitta!” (non una vera esibizione di ventriloquio, in realtà, perché la voce veniva prodotta fuori campo e l’attore si limitava a animare il fantoccio che reggeva sulla mano). In entrambi i casi, comunque, a parlare non era il pupazzo ma un individuo esterno in carne e ossa: era questo il ventriloquo, mentre il pupazzo, per così dire, “veniva parlato” – era, vorremmo poter azzardare, “ventrilocuto”, non fosse che loquor è un verbo deponente e quindi locutus sum non ha un significato passivo e si traduce “ho parlato”.

Cioè il vero, unico ventriloquo è l’esatto contrario di ciò che oggi viene abitualmente gabellato per tale. Ci troviamo di fronte a un caso di enantiosemia, ossia quel fenomeno linguistico per cui una parola assume nel corso del tempo un significato opposto a quello etimologico (un esempio tipico è l’aggettivo feriale, che deriva dal sostantivo ferie ma designa i giorni in cui si lavora), anche se le due accezioni al momento convivono e anzi è soltanto quella propria a essere registrata nei vocabolari, mentre l’altra, etimologicamente insensata, non si capisce come sia potuta un bel giorno sgorgare da una qualche mente insana.

Curiosamente, la parola ventriloquo è vittima di una confusione semantica simile a quella che ha colpito un’espressione a cui è imparentata per prossimità anatomica: “gola profonda”. Nell’uso corrente “gola profonda” è qualcuno che passa informazioni riservate, un informatore generalmente nascosto. Di “gole profonde” è affollata la cronaca quotidiana, ne spuntano ovunque. In Italia una delle prime, ancora scolpita nella memoria, ci riporta ai tempi tenebrosi della Prima Repubblica e dello scandalo Lockeed, nella seconda metà degli anni Settanta, quando da quelle profondità emerse l’insinuazione che a ricevere le tangenti dell’impresa aerospaziale americana, sotto il nome in codice di Antelope Cobbler, fosse stato, tra gli altri, l’allora capo dello Stato (al tempo dell’episodio corruttivo presidente del Consiglio) Giovanni Leone: un’accusa mai provata, e per la quale vent’anni dopo gli stessi accusatori (Marco Pannella e Emma Bonino) avrebbero fatto pubblicamente ammenda, ma che nel 1978 indusse il Presidente alle dimissioni. La madre di tutte le “gole profonde” nostrane.

Ma in origine Gola profonda (in inglese Deep Throat) era il titolo del celebre film porno di Gerard Damiano alias Jerry Gerard, uscito negli Stati Uniti nel 1972, con una caliente Linda Lovelace nei panni della protagonista che aveva il clitoride in fondo alla faringe ed era smaniosa di sesso orale. Di qui il termine composto deep-throating, per designare la pratica erotica in cui la penetrazione si spinge oltre l’epiglottide. Fu un altro scandalo a determinare la migrazione semantica, il padre di tutti gli scandali caratterizzati dal suffisso -gate (che non vuol dire scandalo ma cancello, porta, varco:). Nello stesso 1972 del film deflagrò negli Stati Uniti il Watergate, e fu il giornalista del Washington Post Bob Woodward, autore con Carl Bernstein dell’epocale inchiesta che nel giro di due anni avrebbe portato alle dimissioni del presidente Richard Nixon, a parlare per primo di deep throat, nel libro Tutti gli uomini del presidente, per coprire l’identità del suo informatore (rimasta segreta fino al 2005, quando Mark Felt, all’epoca dei fatti vicedirettore dell’Fbi, si decise a confessare).

A ideare lo pseudonimo, però, non era stato Woodward ma il direttore del Post Howard Simons, giocando sul titolo del film accostato all’espressione deep background, che nel gergo giornalistico anglosassone allude alle fonti testimoniali anonime. Una felice trovata comunicativa, destinata a diventare metafora obbligata, spesso abusata, che suggerisce l’idea di storie oscure custodite dall’informatore dentro di sé, fino al momento in cui comincia a estrarle, come l’acqua da un pozzo, per diventare un confidente. Anche se – è chiaro – le profondità faringo-laringee, senza il concorso degli altri organi e parti anatomiche che intervengono nella fonazione (lingua, labbra, palato, denti), da sole non sarebbero in grado di produrre articolate rivelazioni. Soltanto un ventriloquo potrebbe riuscirci: ma un ventriloquo vero, ventriloquente e non “ventrilocuto”.

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