NeologismiTangentopoli e tutte le altre città del gergo giornalistico

Da Mani Pulite a oggi il suffissoide è stato abusato dalla stampa italiana per descrivere ogni sorta di corruttela o episodi di malcostume. Mentre negli Stati Uniti si aggiunge alla fine “gate”, come il Watergate, per rimandare alla più ampia area semantica di uno scandalo nel quale ai vizi privati si affiancano quelli pubblici

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A trent’anni da Mani pulite, l’inchiesta che scoperchiò il sistema fraudolento delle collusioni tra politica e imprenditoria in Italia, non si può dire che quella epocale azione giudiziaria abbia sortito i risultati promessi – perché la corruzione, come la mitica Idra, ha nel frattempo moltiplicato le sue teste. Quel che invece appare incontestabile è la gemmazione potenzialmente infinita di neologismi che ha riprodotto, invadendo il gergo giornalistico.

Tutto cominciò, naturalmente, con Tangentopoli, felice invenzione di un cronista di Repubblica, che per la verità risale a qualche mese prima di quel fatale 17 febbraio 1992, quando l’arresto del “mariuolo” Mario Chiesa fu il primo piccolo segnale dell’imminente terremoto. Era il 9 ottobre ’91 e il giornalista in questione, Piero Colaprico, anni dopo l’avrebbe spiegata così: «Era uno scandalo da poco, una furbizia da quattro soldi, con personaggi sfortunati che mi sembravano assomigliare un po’ a Paperino. Da lì, da Paperino, e quindi da Paperopoli, mi venne in mente il termine fortunato di Tangentopoli”.  E così Milano, l’epicentro della scossa iniziale, da “città da bere” si trasformò nella “città (in greco pólis) delle tangenti».

Qui non ci interessa però la storia di quei mesi feroci e avvincenti, bensì la vicenda fantasmagorica della parola neonata, o per essere più precisi del suffissoide che la completa: perché tale era la forza attrattiva della prima parte del composto, ossia il concetto di tangenti, che questo finì ben presto con l’eclissare l’idea di città e fagocitarla in sé, come Zeus che inghiotte Metis, svuotandola del suo significato originario per trasferirvi il proprio (peggiorativo) potere connotante. Così che –poli, perfezionata in –opoli con l’aggiunta della vocale combinata “o” tra la parola base (privata della finale) e il suffisso, è divenuta l’elemento formativo che identifica il sistema tangentizio, e in senso più lato ogni sorta di corruttela che ha afflitto in questi trent’anni il nostro sventurato paese.

Come in ogni pandemia che si rispetti, si sono dunque moltiplicate le varianti: da Calciopoli e Moggiopoli (alla luce degli sviluppi, da alcuni ribattezzata Farsopoli) a (per restare nel calcio, questa volta rimasto immune da sanzioni) Passaportopoli, da Affittopoli a Concorsopoli, da Rimborosopoli a Mazzettopoli, Appaltopoli, Parentopoli, Cattedropoli, Farmacopoli, Sanitopoli, Fannullopoli, Fangopoli, Clientelopoli, Bancopoli, TerremotopoliTrivellopoli, Indultopoli, Maturopoli, Insultopoli, Vallettopoli, Sessuopoli, e ognuno può liberamente e magari scherzosamente aggiungerne quanti vuole, in relazione a grandi o piccoli, non necessariamente politici, episodi di malcostume.

Insomma la “città” greca è incorsa nella stessa sorte del “cancello” (o “porta) inglese. È infatti dai lontani tempi dell’inchiesta giornalistica di Bob Woodward e Carl Bernstein  – che giusto mezzo secolo fa portò alla luce gli episodi di spionaggio perpetrati dai sostenitori del presidente repubblicano Richard Nixon nella sede del Comitato elettorale democratico a Washington, in un edificio sito di fronte al fiume Potomac e per questo chiamato Watergate, “Porta dell’acqua” – che il confisso –gate è divenuto l’elemento morfologico obbligato per battezzare i più svariati scandali di là e di qua dall’Atlantico.

Da allora – citiamo alla rinfusa – abbiamo dovuto registrare il Sexgate, o anche Monicagate o Zippergate, che coinvolse un altro presidente americano, in questo caso il democratico Clinton, per i suoi rapporti con la stagista Monica Lewinsky al cui cospetto volentieri apriva (verbo to zipper) la cintura lampo dei propri pantaloni; l’Irangate (traffico illegale di armi con Teheran messo in piedi dall’amministrazione Reagan per finanziare i ribelli antigovernativi del Nicaragua); il Nigergate (falso dossier che accusava Saddam Hussein di aver acquistato in Niger 500 tonnellate di uranio grezzo per fabbricare ordigni nucleari); il Climategate (diffusione di fake news sul riscaldamento globale); il Cablegate (cablogrammi diplomatici statunitensi svelati a partire dal 2010 da WikiLeaks). Ma anche, in Italia, il Rubygate berlusconiano, l’Irpiniagate sortito dal terremoto del 1981, il Laziogate innescato dall’allora governatore del Lazio, Francesco Storace, per interferire nella campagna elettorale della concorrente di destra Alessandra Mussolini, e (rieccolo) il Moggigate.

L’oscillazione combinatoria in cui si trova coinvolto il nome dell’ex direttore sportivo della Juventus non cancella una (lieve, ma non trascurabile) differenza tra il suffissoide –poli (–opoli), che definisce un quadro eminentemente corruttivo, in modo specifico nei rapporti tra politica e affari, e il confisso –gate, che rimanda alla più ampia area semantica di uno scandalo nel quale ai vizi privati si affiancano, spesso intrecciandovisi, quelli pubblici. Li accomuna il destino metasemico, quello stesso a cui è andato incontro un altro suffisso molto (im)popolare di questi tempi: -demia, dal greco dêmos, che ha dato origine a epidemia e pandemia. 

Nel greco antico, però, così come in quello moderno, dêmos significa popolo e nulla ha a che vedere con le emergenze sanitarie (Omero e tre secoli dopo di lui Tucidide, per indicare il morbo che nell’Iliade fa strage nel campo acheo e quello che falcidia gli ateniesi nel secondo anno della guerra del Peloponneso, usano i termini nósos e loimós): ai tempi di Platone la parola pandemia designava la totalità (pân) del popolo (dêmos), mentre l’aggettivo epidémios indicava semplicemente qualche cosa che sta, opera “su” (epí) un determinato territorio (coincidente con il dêmos). È soltanto nel XIX secolo, per la suggestione forse delle Epidemíai ippocratiche (che non erano malattie epidemiche nel senso di contagiose, ma patologie caratteristiche di un determinato luogo), che il termine epidemia entra nel lessico della medicina con il significato che gli attribuiamo oggi.

La metasemia non è un fenomeno linguistico isolato. Uno dei casi più noti è la parola “martire”, che in greco significava testimone, ma in quanto riferito ai primi eroici testimoni del cristianesimo divenuti pet food per gli “amici a quattro zampe” (non troppo domestici, per la verità) degli antichi Romani è poi passato a designare chi è disposto a sacrificare la vita per la propria causa. Un altro esempio rimarchevole è rappresentato dalla famiglia lessicale “tradire-traditore-tradimento”: in latino “traditore” si dice proditor (affine al greco prodótes; nell’italiano corrente ne conserva la traccia l’aggettivo “proditorio”), mentre tradere significa “consegnare” (valore conservato nella parola “tradizione”, ossia consegna nel senso di trasmissione di qualche contenuto identitario-culturale); ma da quando Giuda consegnò Gesù a coloro che lo avrebbero messo a morte, questo suo atto di tradere si è caricato di una connotazione spregiativa diventando il nostro “tradire”.

Ed è singolare come la metasemia si ripresenti nella storia del cristianesimo. Nietzsche parlava di “trasvalutazione di tutti i valori” (Umwertung aller Werte), riferendosi al capovolgimento operato dalla morale giudaico-cristiana. Forse bisognerebbe aggiungere la trasmutazione delle parole.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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