Fama di riflessoLa morte di Helmut Berger, il Luchino di Testori e l’ereditarietà dei prodotti culturali

La biografia di Visconti pubblicata da Feltrinelli a dicembre, con cinquant’anni di ritardo, ci ricorda quanto fosse difficile lavorare con lui senza rimanerne in qualche modo impigliato. È successo anche all’attore austriaco che fu rivale di Delon

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Una volta l’ereditarietà dei prodotti culturali funzionava diversamente. Adesso non mi è chiaro perché un ragazzino dovrebbe guardare la serie Paramount che dilata a otto ore “Attrazione fatale”, ma sono abbastanza certa che se lo facesse non sarebbe perché ha visto quello con Glenn Close; così come, se TikTok gl’insegna a cantare che il povero gabbiano ha perduto la compagna, il ragazzino di questo secolo non s’insospettisce circa l’esistenza d’una canzone sul gabbiano, e neppure incisa l’altroieri.

Un secolo fa, la roba che consumavano i nostri genitori era perlopiù noiosissima, e tuttavia non potevamo ignorarla del tutto: non c’era altro. In casa mia erano fissati con Visconti. Visconti e Bergman: il fatto che non sia morta di noia entro le scuole medie è un mezzo miracolo.

Visconti e, quindi, Helmut Berger.

Anche se, leggendo lo stupendissimo “Luchino”, la biografia scritta da Giovanni Testori nel 1972 e pubblicata da Feltrinelli solo nel dicembre scorso, le parti migliori non riguardano Berger e Visconti, ma la rivalità tra Berger e Delon nei dintorni di Visconti.

Quando il film tratto dalla Recherche non si fece perché Helmut era geloso che Alain facesse la voce narrante. Quando Visconti, disperato per la cotta ingestibile per Delon, andò in analisi da Lacan. Quando Visconti chiama un cane Konrad (il personaggio interpretato da Berger in “Gruppo di famiglia in un interno”) o quando paragona i suoi attori a cavalli, «Delon è latino, europeo, più capriccioso, meno segnato dal metodo. Berger è un giovane puledro, pieno d’ispirazione e di qualità, ma deve ancora farsi le ossa».

Insomma nella vita si riproduceva la stessa tensione di casa mia, dove i grandi guardavano i Visconti con Berger e a me interessava solo “Il gattopardo”, con quella moglie con la camicia da notte col buco che valeva seicento pagine di saggio sulla società italiana (Arbasino diceva che “Il Gattopardo” era una «pastorale dell’Altroieri», ma per fortuna la giovane me non lo sapeva, altrimenti se lo sarebbe fatto dispiacere).

Quando sono nata, Helmut Berger aveva già interpretato “La caduta degli dèi” e “Ludwig”, e anche i suoi due film che più avrei amato una volta raggiunta l’età della ragione (“Il giardino dei Finzi Contini” e “Metti, una sera a cena”). Ma non mi importava nulla di lui, finché non comparve in qualcosa che i miei non avrebbero visto mai: “Dynasty”. Ero alle medie, non conoscevo ancora i codici dello spettacolo hollywoodiano, e comunque lo guardavo doppiato: non sapevo che un tizio che parla l’inglese con un accento da Europa dell’est non può che essere cattivissimo.

In “Dynasty”, seduceva per interesse Fallon, la figlia bellina di Blake, inscenava il rapimento d’un cavallo per farsi pagare un riscatto, e infine moriva precipitando con un aereo privato: era il ricco cattivo di cui avrei voluto innamorarmi, almeno quanto Joan Collins era la ricca cattiva che sarei voluta essere.

Chissà perché i miei genitori andavano così pazzi per Visconti. Potrebbe essere per quella cosa che scrisse Alberto Arbasino, citata nel Testori postumo da Giovanni Agosti, curatore ma soprattutto annodatore di fili dei cinquant’anni di viscontismo che mancano dal testo originale (sì, Visconti è morto nel 1976, ma il viscontismo è immortale): quella tendenza viscontiana alla ridondanza estetica, all’addobbo, al barocco lombardo, «La vera eleganza è mai abbastanza». O per «l’eclettismo sistematico, la contaminazione fra un’epoca e l’altra nonché fra cultura e modisteria, il gusto sadico della violenza pur con tutti i trumeaux a posto in salotto, le bicchierate decadenti con le frange più sexy della classe lavoratrice senza dover per questo rinunciare all’automobile o alla cuoca».

Ma io credo c’entri proprio Berger: credo che “Gruppo di famiglia in un interno” fosse, per una coppia fondamentalmente frigida, una forma di pornografia, e ogni tanto mi balocco con l’idea di scrivere un romanzo sull’inconsapevole omosessualità di mio padre. Che mi avrebbe sfidata a duello se mi avesse sentita fare un’insinuazione così infamante, ma insomma, cosa dice di te che i tuoi preferiti al cinema siano Helmut Berger e Audrey Hepburn?

A parte per le ragazzine ignoranti che lo ricordano per “Dynasty” o per “Mia moglie è una strega”, è esistito un Berger senza Visconti? Forse no: «L’insegnamento di Luchino porta con sé qualcosa dell’intrigo. Ora l’intrigo lascia attorno flabelli, filapperi, cordoni, corde, elastici e perfino cordicelle; l’intrigo, insomma, impiglia. Chi, lavorando con Luchino, non è rimasto in qualche modo impigliato?».

Helmut Berger è morto giovedì ma io, come tutti, credevo fosse morto da anni. Non dico da quando, quarantasette anni fa, è morto Visconti – altrimenti non avrebbe fatto “Dynasty” negli anni Ottanta, diamine – ma quasi.

«Il discorso della morte, con Luchino, mi son trovato a doverlo fare tante volte, anzi, ce lo siam trovato lì, tra i piedi, come se per noi, parlarne, fosse un debito reciprocamente contratto. Credo che anche Luchino sia uno dei maledetti (o dei benedetti) che, tra i piedi, la cagna o, se preferite, la dolce sorella riparatrice delle offese, delle improntitudini e dei dolori, se la son trovata fin dalla giovinezza e dall’infanzia».

Di Berger non so: pensava alla morte? L’aveva rimossa o era una prospettiva che considerava tutti i giorni? La sua autobiografia non è pubblicata in Italia, non so se per la distrazione per cui il Testori su Visconti non è stato pubblicato per cinquant’anni, o perché Helmut Berger era una di quelle figure che abbiamo abolito dal discorso pubblico ma temo esistano persino dopo il Novecento: le persone famose solo di riflesso, solo per l’irraggiungibile personalità con cui praticano commerci carnali, solo perché tutti da loro vogliamo sapere non come stiano loro ma – dicci, com’era Luchino?

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