Crisi umanitariaSenza l’aiuto dell’Occidente, il Ciad non potrà accogliere per sempre i sudanesi in fuga

N'Djamena ha accolto finora migliaia di persone che scappano dalla guerra in Sudan, alimentata dai mercenari russi del Gruppo Wagner, ma ha bisogno di un aiuto economico da Europa e Stati Uniti per sostenere la più grande comunità di profughi dell’Africa centro-occidentale

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Ciad e Sudan sono divisi da un confine lungo novecenticinquanta chilometri. Sono due stati grandi, che hanno rapporti da secoli, secondo alterne vicende che si legano strettamente all’instabilità politica dell’uno o dell’altro. Per un millennio abbondante i pastori del Ciad orientale hanno attraversato il Sudan durante il pellegrinaggio verso la Mecca, perché il passaggio sudanese è di gran lunga il più conveniente e rapido per arrivare alla città santa dell’Islam partendo dallo stato dell’Africa Centrale. Inoltre, Sudan e Ciad hanno relazioni commerciali basate principalmente sull’impiego di manodopera ciadiana nelle piantagioni di caffè sudanese (si stima che a fine anni ’70 fossero più di mezzo milione). A livello diplomatico però, i due paesi vivono uno stato di tensione quarantennale, a causa delle crisi nel Darfur.

Il Darfur è la regione più orientale del Sudan e ha una storia particolare. Indipendente dal 1300, fu annesso dall’Egitto nel 1874. Dopo un breve periodo di nuova indipendenza, nel 1916 l’Impero britannico, depose l’ultimo sultano, Ali Dinar, colpevole di fiancheggiare l’Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale, consegnando definitivamente il Darfur al Sudan. Negli anni ’80 iniziarono i veri problemi: motivo del contendere fu il ritrovamento di ampi giacimenti di petrolio, In quel periodo, diversi profughi in fuga dal Ciad sconfinarono e finirono in Darfur, causando una crisi umanitaria. Ddal 2003 è in corso una guerra civile tra la maggioranza nera della regione, perlopiù composta da tribù che ormai hanno rinunciato al nomadismo da decenni e la minoranza che invece proviene dalla Penisola Arabica, che è minoranza solo in Darfur, ma che è maggioranza nel paese.

Oggi però, c’è una minaccia in più per il Ciad: la guerra in Sudan. Dopo un mese e mezzo di combattimenti e varie tregue non rispettate e cadute dopo poche ore, non sembra che ci sia una pace all’orizzonte. Questo causa preoccupazioni al governo del paese confinante, che ha paura di un esodo oltre frontiera.  A Farchana, una delle città più importanti tra quelle al confine, le agenzie dell’Onu aumentano di giorno in giorno la presenza, così come le altre organizzazioni umanitarie che temono un travaso di profughi insostenibile per un paese grande ma fragile come il Ciad. L’UNHCR, che si occupa della tutela dei rifugiati, lancia da settimabe l’appello per gli approvvigionamenti di acqua, che scarseggiano.

Il Ciad è un paradosso idrico unico al mondo: il gigantesco (e omonimo) lago Ciad si sta prosciugando a causa dell’utilizzo intensivo delle sue acque per la pastorizia e l’agricoltura, ma anche perché è un lago endoreico, ossia senza alcun tipo di emissario. Tra il 1962 e il 2014, lo specchio d’acqua si è ridotto del 90 per cento e si prevede che possa sparire nel giro di pochi decenni. Insomma, a una situazione già fragile, si sta aggiungendo un’emergenza che solo qualche mese fa non era prevedibile. Sempre secondo l’UNHCR, i profughi si riparano dal caldo sotto gli alberi, perché la città di Farchana non ha abbastanza posti per ospitare tutte le persone che scappano dalla guerra tra l’esercito regolare e il gruppo paramilitare RSF.

Lo scontro tra il generale Abdel-Fattah Al-Burhan, capo del consiglio che guida il Sudan e le gli uomini del generale Mohamed Hamdan Dagalo sta lacerando un paese che per decenni è stato funestato dai Janjaweed, i ‘diavoli a cavallo’ che hanno compiuto massacri, soprattutto in Darfur, la regione che, come detto, confina col Ciad. Ora i Janjaweed sono confluiti nel gruppo RSF, che da mesi fa affari col gruppo Wagner.

Cosa ci fanno i mercenari di Putin in Sudan? Mercanteggiano oro, fanno affari con i più grandi elementi di instabilità di un paese che sta gestendo male la transizione democratica dopo la caduta del dittatore Omar Hasan Ahmad Al-Bashir, deposto nel 2019 e trasferito a fine aprile dal carcere di Kober a Khartoum in un ospedale militare.

Una delle grandi preoccupazioni internazionali riguarda anche la posizione dell’ex leader del Sudan: l’instabilità estrema, i combattimenti per le strade e la guerriglia urbana potrebbero favorire una fuga di Al-Bashir, che pare abbia alleati all’interno di RSF, e quindi, per esteso, anche nel gruppo Wagner e a Mosca. L’idea che Al-Bashir possa essere liberato dalla sua detenzione ospedaliera non è solo una supposizione campata in aria, ma una realtà verosimile, tanto che politici di opposizione come Yassir Arman, hanno evidenziato il pericolo che una sua evasione possa far ingigantire il conflitto.

Di fatto, il dittatore non è più in carica, ma le strutture di potere che aveva creato non sono state abbattute: sia Burhan che Dagalo sono stati importanti ufficiali dell’esercito di Al-Bashir, che ha sostenitori in entrambe le fazioni. Non solo, la situazione è resa ancor più ingarbugliata dal fatto che Burhan non ha ancora tolto a Dagalo il ruolo di vice nel consiglio di transizione, creando di fatto una situazione paradossale in cui, se Burhan venisse ucciso durante questa guerra, il suo nemico gli succederebbe alla guida del paese. Uno scenario che farebbe ridere, se in ballo non ci fossero milioni di vite umane.

Insomma, in uno scacchiere politico-militare intricatissimo, la crisi umanitaria sta giocando un ruolo fondamentale e mette in difficoltà il Ciad, che non è intenzionato a interrompere l’accoglienza, ma che chiede aiuto dalla comunità internazionale.

Gli Stati Uniti per ora non hanno ancora preso una posizione netta nel conflitto, ma difficilmente parteggeranno per RSF, soprattutto dopo la scoperta della collaborazione con Wagner. Per ora Washington si sta limitando a fornire assistenza ai profughi, evidenziando come la priorità statunitense sia quella di aiutare i cittadini sudanesi. Solo qualche giorno fa USAID, l’agenzia americana per lo sviluppo internazionale, ha annunciato lo stanziamento di centrotré milioni di dollari come contributo iniziale per l’assistenza ai fuggitivi. Di questi, solo sei saranno destinati al Ciad, nonostante i report delle Nazioni Unite dicano che dall’inizio della guerra, lo scorso 15 aprile, più di settantaseimila persone abbiano attraversato il confine, aggiungendosi ai seicentomila rifugiati che negli anni sono stati accolti perché fuggivano dalla guerra in Darfur, dalla siccità o dalla miseria, andando a costituire la più grande comunità di profughi dell’africa centro-occidentale.

Secondo le stime di USAID questi sei milioni aiuteranno il World Food Programme a fornire cibo per circa centotrentacinquemila persone. Ma per quanto tempo? I rapporti sempre più stretti tra RSF e Wagner preoccupano gli Stati Uniti non solo per il fatto che gli affari nell’estrazione dell’oro forniscono liquidità al gruppo di Prigozhin, che spende quei soldi per finanziare i propri uomini a Bakhmut e dintorni, ma anche per l’arrivo concreto di armi in Ucraina. Secondo il Dipartimento di Stato americano infatti, Wagner starebbe già facendo transitare armi e munizioni dal Mali, utilizzando documenti falsi per agevolare le transazioni. Se questo succede nello stato del Sahel dell’Est, perché non può succedere a Ovest?

Inoltre, la Russia sta cercando di aumentare la sua sfera di influenza in Africa, ma deve, nella sua ottica, concentrare tutti gli sforzi dell’esercito ufficiale in Ucraina. Per questo “delocalizza”, proprio come farebbe una qualunque azienda, delegando le missioni in paesi che per ora hanno una priorità minore a Wagner, anche perché, a differenza dei militari regolari, possono muoversi tramite canali non ufficiali, facendo affari, come nel caso del Sudan, con i ribelli sanguinari di RSF.

Il Ciad per ora sta a guardare, ma senza l’aiuto dei paesi occidentali non potrà continuare ad accogliere le migliaia di persone che ogni giorno si incamminano verso ovest, per provare a fuggire da una guerra che non li riguarda, combattuta sopra gli interessi dei cittadini comuni. Secondo molti analisti, la maggior parte dei sudanesi non parteggia né per l’esercito regolare, né per RSF. Vorrebbe solo vivere in pace, dopo decenni di povertà, sangue, siccità e dolore.

Oggi non gli è permesso. Oggi l’unica speranza è il Ciad. Ma domani?

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