Multipolarità e violenzaL’ambigua strategia diplomatica della Russia in Sudan

Non potendosi affermare come superpotenza al pari di Cina e Stati Uniti, Mosca scommette su uno stato di anarchia nel paese africano, sostenendo senza pudore entrambe le fazioni in lotta

AP/Lapresse

La presenza è potere: la politica estera del Cremlino è essenzialmente dettata da questo principio. Se una qualsiasi area del mondo è sull’orlo in una crisi politica, ci sono buone possibilità che Mosca abbia come minimo un interesse ad affacciarsi sulla regione. I disordini in Sudan non sono un’eccezione. La Russia è attivamente coinvolta nelle vicende di questa parte dell’Africa da anni, sia tramite canali ufficiali, sia grazie a diversi snodi della rete di Evgeni Prigozhin, il signore della guerra a capo dei mercenari Wagner. Il Cremlino ha investito tempo e risorse per coltivare i rappresentanti delle fazioni oggi allo scontro, la giunta del Generale Abdel Fattah Burhan e il suo ex-vice Mohammed Hamdan Dagalo, a capo dei paramilitati della Rapid Support Force (Rsf).

Negli anni della dittatura di Bashir, Mosca ha rappresentato una delle pochissime capitali mondiali dove il tiranno, accusato di crimini contro l’umanità, si sentiva accolto. Già in questa fase il Cremlino si era mosso per sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Entro la fine del 2023, la Marina russa dovrebbe ad esempio completare i lavori sulla propria nuova base sul Mar Rosso, uno stretto fondamentale per il commercio globale. Al di là delle considerazioni geostrategiche si sprecano poi le storie di favolosi carichi di oro in viaggio verso Mosca, estratto da società russe nelle miniere nel Sud del Paese africano. 

Diplomazia militare e mineraria 
Allo stesso tempo, la diplomazia militare ha anche permesso a Mosca di stringere rapporti con la classe di ufficiali che ha oggi in mano i destini del Paese. Molti si sono formati nelle accademie militari russe, e dopo la caduta di Bashir le autorità russe si sono impegnate per rimanere in buoni rapporti con le parti in causa. Si è assistito a una sorta di divisione del lavoro: le forze regolari sudanesi e il governo di Burhan a Khartoum sono in stretto contatto con le forze armate e il ministro degli Esteri Lavrov; i paramilitari Rsf intrattengono invece rapporti con Wagner. Non a caso, gli uomini di Degalo sono spesso schierati a difesa delle operazioni minerarie della Meroe Gold (controllata da Prigozhin) attiva in Darfur. 

Il core business dell’oligarca asceso alla politica mondiale grazie all’invasione dell’Ucraina è infatti proprio qui, nel continente africano. In Sahel, ma anche in Repubblica Centrafricana e in Mozambico, la presenza russa passa soprattutto per le industrie estrattive e gli interessi privati di diversi faccendieri, coadiuvati in certi casi da un mandato ufficiale da parte di Mosca per supportare l’autocrate locale. L’utilizzo dei mercenari Wagner ha qui la sua forma più pura ed elementare: permette infatti una presenza militare russa in Africa che essenzialmente si autofinanzia, sfruttando le risorse minerarie ed energetiche del continente e sdoppiando gli sforzi politici russi.

L’ambiguità della strategia russa sta tutta qui: da un lato, Prigozhin e i suoi accoliti hanno un evidente interesse personale ad arricchirsi tramite le sue operazioni africane. Dall’altro, essere coinvolti nelle dinamiche locali permette alla Russia di erodere l’influenza europea e americana nei confronti di Paesi che detengono materie prime chiave e voti alle Nazioni Unite. La mescolanza fra interesse nazionale e privato è all’ordine del giorno nel regime russo, ma è tollerabile quando permette di muoversi nel tipo di caos nel quale la politica estera russa fiorisce. In un contesto nel quale il sistema di governance globale è scardinato e le coalizioni costruite da Stati Uniti ed Europa si sfaldano, l’offerta politica di Mosca nei confronti dei vari uomini forti diventa ben più attrattiva. 

Multipolarità e violenza
L’obiettivo dichiarato della Federazione Russa è sostenere l’avvento di un sistema globale di tipo multipolare, al punto da rendere il termine “ordine” internazionale quasi una contraddizione in termine. Consapevole di non potersi affermare come superpotenza al pari di Cina e Stati Uniti, Mosca scommette su uno stato di anarchia internazionale dove prevalgono gli attori più violenti e spregiudicati, due tratti più che acquisiti della strategia militare russa. 

Anche in Sudan, la Russia ha potuto sfruttare una dinamica conflittuale che non ha scatenato lei, ma che tuttavia è stata certamente accelerata dall’intervento di Mosca. Il putsch contro l’amministrazione civile sudanese nel 2021 ha goduto di un supporto tacito dei russi, e secondo i recenti leak del Pentagono, Wagner starebbe passando da un semplice sfruttamento di scontri fra parti terze a una strategia di incoraggiamento attiva. Ciò suggerisce anche un uso più coordinato delle misure di disinformazione digitale e una visione della regione più interconnessa che in passato.

Il Sudan è stato a lungo uno snodo delle operazioni russe in Libia, Mali e Chad, tre Paesi le cui dinamiche politiche sono sempre più intrecciate. Ed è proprio questa complessità che potrebbe presto costare caro alla Russia se non sarà in grado di coordinare la propria presenza sul campo. I destini del conflitto civile che si sta delineando in Sudan dipenderanno in gran parte dalla presa di posizione del generale Haftar, al potere nell’est della Libia, e dell’Egitto, la maggiore potenza regionale. Il Cairo sembra per ora intenzionata a sostenere le forze regolari sudanesi a scapito dei paramilitari dell’Rsf, avendo costretto anche Haftar a limitare il proprio supporto ai rivoltosi. 

Un mediatore poco credibile
Con Prigozhin dalla parte del Rsf e le autorità russe investite nel rapporto con Khartoum e l’esercito regolare, che attualmente controlla Port Sudan e la futura base della marina russa, la situazione rischia di sfuggire di mano anche al netto di una strategia votata al caos. Che Prigozhin si stia spendendo per dimostrare la propria imparzialità (si è addirittura proposto come intermediario fra le parti, scoprendo una vocazione diplomatica curiosa per il paladino delle esecuzioni sommarie) è indice di una certa preoccupazione. L’ambiguità di un attore privato, ufficialmente libero dai vincoli della politica estera russa, potrebbe non convincere più neanche in Africa. 

Finché si tratterà di sostenere militarmente entrambi le parti in causa, Mosca non avrà difficoltà a usare sia il proprio braccio ufficiale che quello ufficioso e giocare su più tavoli. Rimarrà da vedere quanto Hemedti e Burhan continueranno a tollerare il supporto del proprio principale alleato mondiale a favore del rispettivo avversario. 

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