Oltre le polemicheLa lotta all’inquinamento da plastica non ha bisogno di siparietti folkloristici

Al di là delle polemiche e delle ovvie schermaglie tra le parti, il tema degli imballaggi plastici è nodale. Per ottenere risultati bisogna puntare sui tagli alla produzione e su un maggiore riutilizzo degli articoli

Angelo Ciocca, eurodeputato della Lega, mostra una busta di insalata nelle aule del Parlamento europeo (Instagram / @angelocioccaofficial)

Tra le mille polemiche che avvampano la nostra società – e con le quali impieghiamo tempo schierandoci sempre dalla parte che riteniamo giusta – consiglio di seguire quella, tutta italiana e molto politica, nata per difendere l’insalata in busta dall’assalto sferrato dalla proposta di regolamento sugli imballaggi in plastica, presentata dalla Commissione europea (tra l’altro neanche tanto di recente).

La proposta della Commissione, che tra le varie cose punta all’abolizione delle confezioni monouso per la vendita di frutta e verdura di peso inferiore a 1,5 chilogrammi, nel nostro Paese ha dato il via a un coro di voci contrarie e a una sequela di siparietti talvolta anche folkloristici, allo scopo di schivare il rischio di vedere «cancellare dagli scaffali dei supermercati l’insalata in busta, i cestini di fragole, le confezioni di pomodorini e le arance in rete». Rischio che avrebbe un effetto «dirompente sulle abitudini di consumo degli italiani e sui bilanci delle aziende agroalimentari». 

E in effetti il progetto europeo prevede l’eliminazione degli imballaggi plastici, dalle buste per le insalate alle retine per gli agrumi, passando per i cestini di frutta e ortaggi, con lo scopo dichiarato di prevenire la generazione di nuovi rifiuti, aumentare il riutilizzo degli imballaggi e rendere tutte le confezioni riciclabili entro il 2030. 

Al di là delle polemiche e delle ovvie schermaglie tra le parti che difendono il tornaconto delle proprie filiere produttive o gli interessi del proprio elettorato, il tema degli imballaggi in plastica è nodale. Oggi più che mai. E non solo alla luce del dato di fatto – certificato dall’indagine “Beach litter 2023” appena diffusa da Legambiente – che vede proprio la plastica al primo posto fra i materiali che degradano le nostre spiagge. oggi, ogni cento metri di spiaggia italiana si incontrano novecentosessantuno, mentre l’anno scorso se ne incontravano ottocentotrentaquattro. Ma anche perché è proprio la plastica il killer di interi ecosistemi e di molte specie marine.

«La fotografia scattata quest’anno sulle nostre spiagge è sempre, purtroppo, impietosa: le spiagge rimangono l’indecorosa pattumiera delle nostre attività. Dalla plastica ai mozziconi di sigaretta, i rifiuti che abbiamo trovato sono la testimonianza di abitudini scorrette e nocive per l’ambiente – scrive Legambiente – su un totale di 232.800 mq di area campionata sono stati contati 36.543 rifiuti, una media di novecentosessantuno rifiuti ogni cento metri di spiaggia. Immaginate due corsie di una piscina olimpionica completamente piene di rifiuti di cui il 72,5 per cento è composto da polimeri artificiali/plastica, che si attestano come sempre il materiale più trovato».

«La crisi della plastica ottiene finalmente lo status di emergenza», titolava un recente articolo di Wired evidenziando, insieme al Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep) quanto il rapporto dell’umanità con essa abbia dell’assurdo. «Oggi ne produciamo un trilione di libbre all’anno e ne viene riciclato meno del dieci per cento. Il resto finisce nelle discariche, o disperso nell’ambiente o bruciato. E questa relazione disfunzionale sta peggiorando visto che la produzione di plastica potrebbe triplicare entro il 2060».

Esistono tuttavia azioni che potrebbero, o meglio, dovrebbero essere intraprese al più presto: secondo l’Unep, avviando diverse strategie che lavorano di concerto (ad esempio, i tagli alla produzione e un maggiore riutilizzo dei prodotti in plastica) l’umanità potrebbe ridurre l’inquinamento da plastica dell’ottanta per cento entro il 2040.

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