Diane Wilson e il suo kayakLa storia della pescatrice di gamberetti che ha vinto il “Nobel per l’Ambiente”

La vincitrice per il Nord America del Goldman Environmental Prize ha 74 anni ed è nata e cresciuta sulle spiagge del golfo del Taxas. Dopo decenni di battaglie, ha vinto in maniera schiacciante una causa federale contro una delle più grandi aziende petrolchimiche al mondo. E non ha intenzione di fermarsi

Photo: Goldman Environmental Prize

1989, Calhoun County, Texas. Diane Wilson, pescatrice di gamberi di quarta generazione, sta leggendo un’inchiesta dell’Associated Press in cui il giornalista definisce la sua contea come la più «tossica» di tutto lo Stato. Colpa dell’inquinamento idrico del golfo texano, avvelenato dalle attività delle industrie petrolchimiche. Ancora oggi, il quarantadue per cento delle fabbriche di quel genere si trova in Texas. 

Aprile 2023, San Francisco, California. Diane Wilson è la vincitrice per il Nord America del Goldman Environmental Prize, comunemente chiamato “Nobel per l’Ambiente”, assegnato ogni anno alle «persone normali che fanno azioni straordinarie per proteggere il pianeta». 

Tutto partì da quell’inchiesta dell’AP, che nel pieno dell’industrializzazione sfrenata (e sregolata, come vedremo) di fine anni Ottanta si rivelò la scossa necessaria per stuzzicare l’animo ecologista di Diane Wilson, già da tempo preoccupata per la riduzione del numero di gamberi pescati durante le sue uscite in barca. Decine di anni dopo, vincerà una causa contro una delle più grandi aziende produttrici di plastica al mondo. 

Stiamo parlando di Formosa Plastics, fondata nel 1978, presente a Calhoun County con un impianto nella città di Point Comfort. Secondo un report del 2019 stilato da Chemical & Engineering News, si tratta della sesta azienda chimica più importante al mondo per fatturato (36,9 miliardi nel 2018). Nello stesso anno, Forbes l’ha inserita nella casella numero 758 della sua Global 2000, che mette in fila le compagnie pubbliche più influenti del pianeta. 

Preoccupata per il mercato ittico locale, per il sostentamento della sua famiglia e per l’ecosistema, Wilson iniziò a condurre in modo indipendente delle analisi sulle acque reflue prodotte dall’impianto, coinvolgendo ricercatori, associazioni e cittadini comuni. Presto divenne il megafono di una comunità ben conscia dei crimini ambientali della multinazionale taiwanese, ma priva del coraggio, degli strumenti e delle conoscenze per agire in modo concreto e mirato. Aveva bisogno di una leader, e quella leader era Diane Wilson. 

La sede di Formosa Plastic in Texas (Photo: Goldman Environmental Prize)

Le sue proteste costrinsero presto Formosa Plastics a firmare un accordo di «zero scarico» per quanto riguarda i rifiuti tossici in mare, ma la Texas commission on environmental quality – complici le pressioni dell’organizzazione – non applicò mai le regole di quel documento. L’impianto continuò a inquinare come se nulla fosse nonostante le violazioni, le multe, i processi e l’esplosione che nel 2005 ferì undici operai. 

L’anno della svolta fu il 2008, quando un ex dipendente di Formosa divenne il whistleblower di Diane Wilson. L’accusa nei confronti dell’azienda? Manomissione dei parametri chimici dell’acqua e scarico in mare dei nurdles, piccoli pezzetti di plastica vergine che vengono fusi per creare migliaia di oggetti che usiamo quotidianamente. Avendo le stesse dimensioni delle uova di pesce, questi frammenti tossici – contaminati dal mercurio – vengono spesso scambiati per cibo dai pesci. In più, si disperdono nelle acque e nell’ambiente con enorme facilità. 

Partendo dalle spifferate del whistleblower, Wilson prese i contatti con decine di dipendenti che, anonimamente, le raccontavano le violazioni quotidiane dell’azienda. In barca e in kayak, inoltre, scovò i punti di scarico dei nurdles, formando poi delle squadre di volontari per condurre il maggior numero di campionamenti possibili sulle particelle di plastica abbandonate in mare da Formosa. Il bottino: quaranta milioni di nurdles raccolti e più di settemila video e foto in quattro anni.

Numeri perfetti per presentarsi in tribunale con delle prove solide contro il colosso taiwanese e convincere la Texas commission on environmental quality ad abbandonare la via della negligenza. L’agenzia statale per la protezione ambientale, infatti, nel 2015 decise finalmente di aprire una causa civile contro Formosa Plastics. Due anni dopo, nel 2017, fu il turno di Diane, che citò in giudizio l’azienda presso un tribunale federale per aver violato il Clean water act (Cwa) degli Stati Uniti d’America. 

Il Cwa è una legge federale approvata nel 1972. È considerata una delle norme ambientali più importanti nella storia americana, in quanto stabilisce una rigida regolamentazione degli scarichi di sostanze inquinanti e degli standard di qualità delle acque superficiali. 

Il giorno prima del processo, fissato per il marzo 2019, Diane Wilson circumnavigò in kayak l’impianto di Point Comfort per attirare ulteriormente l’attenzione. Poche ore dopo, si presentò in tribunale con 2.400 campioni di nurdles e il supporto di un ex funzionario statale in materia di protezione dell’ambiente. Nove mesi più tardi, a dicembre, ecco la sentenza: un giudice federale definì Formosa Plastics una «delinquente seriale» a causa delle sue violazioni «estese, costanti e storiche» del Clean water act. 

L’accordo in seguito alla vittoria toccò quota cinquanta milioni di dollari: la cifra più consistente – da quando esiste il Cwa – contro un inquinatore industriale coinvolto in una causa civile. Diane Wilson decise di rifiutare tutti i soldi vinti, creando invece un fondo per finanziare attività di ricerca e di educazione ambientale, la costruzione di un parco e il ripristino delle zone umide nei pressi del litorale della baia di Lavaca. Contemporaneamente, Formosa Plastics fu costretta a spendere cento milioni di dollari per raggiungere gli obiettivi di «zero scarico» di plastica in mare. 

Ancora oggi, se passate in quella zona, troverete Diane Wilson con l’acqua fino alle ginocchia a raccogliere i rifiuti plastici lasciati dalle fabbriche o dalle imbarcazioni. O, in alternativa, a bordo del suo kayak per monitorare le attività delle aziende petrolchimiche della riserva di Cox Creek e della baia di Lavaca.

«Ho 74 anni e vorrei dirvi che non si è mai troppo vecchi per salvare un pezzo di pianeta. Ho combattuto per 34 anni contro un inquinatore internazionale. Quando ho cominciato non avevo supporto, non avevo soldi e non avevo esperienza. Le persone mi definivano pazza, isterica. Mi dicevano di tornare in cucina e chiamavano mio marito per dirgli di tenermi a bada», ha detto Wilson durante il suo discorso alla cerimonia di consegna del premio. 

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