Finanza atlantica Si riparla di una Banca Nato per investire nella Difesa

Con la guerra, riacquista attualità la proposta del 2019 di creare un’istituzione di prestito multilaterale alleata. Offrirebbe tassi più bassi e stabilità a lungo termine, aiutando gli Stati membri a raggiungere l’obiettivo di destinare a spese militari il due per cento del Pil

Riunione comitato militare NATO
Foto NATO

A quasi un decennio di distanza dall’invasione russa della Crimea, gli alleati Nato ora si trovano di fronte alla necessità di riaffermare il loro impegno nella spesa per la Difesa: i progressi però restano piuttosto lenti. Dalla riunione di Newport, tenutasi in Galles nel 2014, solo sette degli attuali trentuno membri hanno raggiunto l’obiettivo minimo di investimento, pari al due per cento del prodotto interno lordo. A questo ritmo, l’obiettivo potrebbe essere raggiunto nel 2073: il target era stato fissato per il 2024.

Dopo il vertice gallese, sono stati compiuti alcuni progressi nel rafforzamento dell’alleanza, ma non abbastanza. I membri della Nato hanno dispiegato forze in Europa centrale e orientale e hanno iniziato a investire nelle strutture necessarie alla Difesa. L’alleanza è più forte e meglio preparata a fronteggiare la Russia rispetto a nove anni fa, nonostante l’approccio divisivo dell’ex presidente americano Donald Trump, ma rimangono problemi strutturali.

L’incremento degli investimenti di vari membri della Nato è stato marginale e spesso ha prodotto poche novità importanti o non ha affrontato alcune delle gravi carenze sul tavolo. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, le sue insidiose campagne di disinformazione e gli attacchi cyber richiedono un’azione massiccia. Nel frattempo, anche la Nuova Via della Seta cinese e le sue ambizioni globali hanno reso gli alleati Nato sempre più vulnerabili.

La spesa per la Difesa è soprattutto un tema politico, non economico: per questo motivo, in molti hanno avanzato un’ipotesi alternativa. Si tratta di creare un’istituzione di prestito multilaterale alleata: in altre parole, una banca della Nato. Se adeguatamente capitalizzata, questa soluzione potrebbe stravolgere le carte in tavola.

Robert Murray, docente di strategia e leadership presso la Johns Hopkins University, sul sul Financial Times ha recentemente sostenuto questa mossa. Una banca farebbe risparmiare alle nazioni milioni di euro sull’acquisto di attrezzature essenziali e offrirebbe ai membri dell’alleanza tassi d’interesse allettanti sui prestiti, sbloccando lo stallo degli investimenti. Potrebbe anche introdurre una nuova linea di finanziamento con tempi di rimborso più lunghi rispetto a quelli consentiti dai normali prestiti governativi.

L’idea risale a quattro anni fa, quando lo stesso Murray faceva parte del team Nato per gli investimenti nella Difesa, lavorando con funzionari e banche d’investimento per ideare un nuovo modello. La prima proposta arrivò nel 2019, suscitando l’interesse di alcuni alleati e dell’ufficio del Segretario generale.

Allo stesso tempo, non raccolse solo pareri positivi: l’opposizione era legata alle preoccupazioni per il debito collettivo e alla convinzione che i bassi tassi di interesse la rendessero inutile. Da allora, molte cose sono cambiate: la Commissione europea ha aumentato il debito per i suoi fondi del Next Generation Ee e l’inflazione è aumentata.

Anche il Center for American Progress, think tank con sede a Washington, si è schierato apertamente a favore dell’istituzione di una Banca Nato. In un report pubblicato dall’istituto nel 2021, si sottolinea come nel tempo i membri della Nato abbiano ridotto significativamente la spesa per la difesa e ridimensionato le proprie forze dopo la Guerra Fredda.

Dopo l’aggressione russa in Ucraina, la banca Nato è tornata a far parlare di sé. Capitalizzata dagli alleati, offrirebbe tassi più bassi per gli investimenti e consentirebbe un finanziamento stabile a lungo termine. Quasi certamente raggiungerebbe uno status creditizio di tripla A, a beneficio dei circa tre quarti dei membri della Nato che non raggiungono questo rating.

Gli attuali Paesi tripla A otterrebbero un aumento delle commesse per le loro industrie nazionali della difesa. Ciò stimolerebbe la creazione di nuovi mercati per le tecnologie di difesa, promuovendo l’innovazione e la competitività, dichiarano i sostenitori dell’iniziativa.

La banca potrebbe finanziare le iniziative volte a colmare le lacune critiche, come l’ammodernamento delle infrastrutture a duplice uso, realizzando ponti per supportare il transito dei veicoli militari pesanti da ovest a est o investendo nella tecnologia 5G.

Una banca Nato potrebbe fornire un’alternativa alle nazioni e alle regioni che si rivolgono a banche e istituti di credito legati a Cina e Russia. Sarebbe uno strumento importante per salvaguardare l’accesso alle infrastrutture e rafforzare i legami con gli Stati non membri della Nato fondamentali per la sicurezza dell’Europa, come ad esempio nei Balcani. In una nuova era di competizione geopolitica, una banca Nato potrebbe essere uno strumento fondamentale.

Il primo passo verso la sua istituzione però richiede negoziati politici concertati ai più alti livelli, sostenuti da professionisti della sicurezza nazionale e dei ministeri delle finanze. Il processo di attuazione comporterebbe la stesura e la ratifica di un quadro giuridico per stabilire la governance e la funzionalità della banca.

Il vertice della Nato di quest’estate a Vilnius è molto atteso da tutte le parti, ma la proposta della banca sarà all’ordine del giorno? Probabilmente no. In ogni caso, la sicurezza collettiva europea e globale e la stabilità dell’ordine mondiale potrebbero dipendere da questa mossa.

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