Sante, poetesse, navigatriciLe donne vichinghe combattevano e guidavano flotte

Un saggio per abbandonare la visione, manipolata, del Medioevo come un’epoca esclusivamente maschile: i «secoli bui» sono stati tutt’altro. Janina Ramirez ha scoperto innumerevoli nomi cancellati dai documenti storici con la parola «femina» annotata accanto

Nave vichinga
Foto di Steinar Engeland su Unsplash

Ci sono vichinghe identificabili e menzionate per nome, le cui imprese sono celebrate e narrate nelle saghe e sui monumenti ru­nici. Ottennero grandi risultati, che le consacrarono alla memo­ria.

La Laxdæla Saga, un testo islandese del XIII secolo, descrive Unnur (il cui nome significa «di saggezza profonda), una colona islandese del IX secolo. Moglie del sedicente «re di Dublino» Olaf il Bianco, viaggiò molto con la sua famiglia, seguendo il figlio per vivere con lui nelle Ebridi. Alla morte di quest’ultimo commis­sionò in segreto un grande knarr, una nave che comandò fino alle Orcadi. Alla testa di un equipaggio di venti persone, Unnur svol­se il ruolo di comandante. Diede in moglie la giovane nipote a un forestiero e trasportò prigionieri e schiavi attraverso le acque.

Quando arrivò nell’Islanda occidentale, rivendicando la re­gione come sua, fondò una comunità e concesse agli schiavi libertà e terre. Sapeva che, dopo la morte del figlio, la sua posi­zione sociale sarebbe stata minacciata. La decisione di agire da leader, riunendo famiglia, schiavi e beni in cerca di un luogo dove trascorrere la vecchiaia, fu dettata da ragioni di soprav­vivenza. La sua vita è raccontata in molte saghe; una storia di fondazione incentrata su una donna di potere, celebrata e ricordata nel corso dei secoli. Recenti studi sul Dna in Islanda dimostrano che i primi coloni provenivano davvero dall’Irlan­da, dalla Scozia e dalla Scandinavia, perciò l’eredità di Unnur continua ancora oggi.

I resoconti delle vittime delle armate vichinghe suggerisco­no che le donne figuravano tra i guerrieri. Cogad Gaédhel re Gallaib («La guerra degli irlandesi contro i forestieri»), un testo del XII secolo, racconta come, durante un’aggressione al Mun­ster alla metà del X secolo, una delle sedici flottiglie fosse co­mandata dalla «flotta della Inghen Ruaidh», traducibile come «Ragazza Rossa». Questo fugace riferimento lascia intendere che una donna era in grado di comandare una flotta.

Perché, allora, restiamo ancora così sbalorditi quando tro­viamo prove archeologiche della presenza di guerriere? Pas­sando alla Norvegia, la nave più grande del paese fu scoperta a Gokstad nel 1880. Destinata a usi bellici e commerciali e al trasporto di persone e di merci, poteva ospitare trentadue re­matori e aveva un albero che si poteva alzare per sostenere una vela di centodieci metri quadrati. La progettazione è ingegno­sa, ma l’esecuzione è semplice, con pochi intagli e decorazioni. Sepolta sotto un enorme tumulo, la nave conteneva il corpo di un uomo di circa quarant’anni, alto un metro e ottanta e con un fisico possente: un vero «vichingo», insomma.

Poco più di vent’anni dopo, nel 1904, Gabriel Gustafson guidò un team alla scoperta di un’altra enorme nave, questa volta a Tønsberg, al confine tra Svezia e Norvegia. Conosciuta come nave di Oseberg, oggi è conservata accanto al reperto di Gokstad nel Museo delle navi vichinghe e le differenze sono notevoli. Leggermente più piccola della nave di Gokstad, quella di Tønsberg presenta elaborati intagli sulla prua e sulla poppa, e la varietà dei beni deposti al suo interno al momento della sepoltura è semplicemente incredibile. Dai secchi smaltati ai collari per cani, dai frammenti di arazzi all’unica sedia vichin­ga sopravvissuta, i reperti della nave di Oseberg rappresentano un microcosmo della vita del IX secolo nelle più ricche e poten­ti famiglie vichinghe.

C’è un’altra importante differenza tra le navi. Quella di Oseberg serviva a commemorare due individui, non uno. E la scoperta che le ossa di entrambi gli scheletri erano femmini­li provocò grande sconcerto. Mentre lo scheletro di Gokstad corrispondeva all’idea preconcetta di un guerriero vichingo, gli studiosi cercarono coraggiosamente di spiegare perché una donna anziana e una di mezza età fossero state ritenute de­gne di una sepoltura straordinaria come quella della nave di Oseberg.

Qualcuno ha persino ipotizzato che un terzo corpo, questa volta maschile, fosse stato inumato come fulcro di un monumento funerario così elaborato, con le donne sacrificate per accompagnare nell’aldilà un uomo molto più illustre. Ma non è mai stato scoperto nulla del genere. Piuttosto, la nave fu­neraria – contenente quattro slitte, una grande carrozza, mobi­li, suppellettili e tessuti – era riservata solo a queste due donne, di circa cinquanta e ottant’anni.

Gli studiosi hanno cercato di stabilire chi fossero, con la supposizione diffusa che una fosse la regina Åsa, nonna del primo re di Norvegia. Non so se ri­usciremo mai ad appurare la loro identità, ma lo sfarzo delle sepolture indica che erano di altissimo rango e che godevano del rispetto della comunità.

Inoltre le ossa della nave di Oseberg furono chiaramente spostate alcuni secoli dopo la sepoltura originale. Questa non è una caratteristica rara per i tumuli funerari vichinghi; pare che spesso, a un certo punto dopo l’inumazione, venissero scavati dei condotti nel terreno e che una parte dello scheletro venisse rimossa. È difficile immaginare lo scopo di questa operazione.

Secondo una teoria, le ossa venivano macinate e utilizzate per fabbricare armi che conservassero la memoria e la forza dei grandi antenati. La forgiatura richiedeva che il ferro brucias­se in presenza di carbonio e, siccome sono state trovate del­ le ossa nelle pentole rinvenute nei cimiteri, sembra che i resti umani venissero adoperati come carbone animale per il pro­cesso di tempra. «Nate» dalla fornace, le armi ricevevano poi nomi come Gram, Bastard e Tyrving. Forgiando il metallo con le ossa umane, si faceva sì che le esperienze di vita dei grandi predecessori venissero assorbite magicamente dagli oggetti.

Un’altra teoria sulla manomissione degli scheletri di Ose­berg riguarda la diffusione del cristianesimo in Scandinavia. I rus’ raccontano di sovrani che dissotterrano le ossa dei pa­renti per farli battezzare. A metà dell’XI secolo, Jaroslav il Saggio fece riesumare due zii pagani, Olaf e Jaropolk, che furono benedetti e deposti nella sua nuova chiesa. Aroldo Dente Az­zurro, il primo sovrano cristiano di Danimarca, ordinò che i suoi genitori pagani venissero sepolti in una camera sotto il pavimento della sua chiesa a Jelling.

Le chiese scandinave sor­gevano spesso vicino o sopra i siti di sepoltura precristiani, e la famosa Laxdæla Saga del XIII secolo narra come una strega pagana inumata sotto una delle prime chiese islandesi appaia in sogno e chieda di essere trasferita in un luogo lontano dalle lacrime e dalle preghiere dei cristiani.

Gli scheletri delle donne sepolte a Oseberg sono incompleti ed è chiaro che alcune ossa sono state rimosse attraverso con­dotti. È impossibile stabilire se i pezzi mancanti siano state riseppelliti o utilizzati per intridere le armi della protezione degli antichi antenati. Ma la manomissione della sepoltura suggeri­sce che la sua ubicazione fu ricordata per secoli e che i nomi, la reputazione e l’importanza delle defunte furono tramandati di generazione in generazione.

Ciò dimostra che le audaci e forti guerriere vichinghe potevano essere onorate anche molto tempo dopo la morte.

Da “Femina. Storia del Medioevo attraverso le donne che sono state cancellate”, di Janina Ramirez, Il Saggiatore, 552 pagine, trentacinque euro.

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