Staffetta a SofiaL’ex commissaria europea che proverà a salvare la Bulgaria dal caos politico

Mariya Gabriel ha lasciato Bruxelles per fare la vicepremier nel governo di unità nazionale, tra nove mesi prenderà il posto del primo ministro. L’instabilità, con cinque elezioni in due anni, ha permesso al presidente filorusso di aumentare la sua influenza

La commissaria europea Mariya Gabriel
Foto di Kathleen James/Commissione europea

Chi vive in Bulgaria, negli ultimi due anni, probabilmente è andato a votare più spesso che in vacanza. Cinque volte. Un solo governo politico, quattro provvisori, ma alla fine della «transizione» c’era ancora il caos: un’instabilità proverbiale quanto polarizzata e, proprio per questo, difficile da sbrogliare. Mariya Gabriel, la commissaria europea espressa da Sofia, ha lasciato Bruxelles per andare a “salvare la patria”. Il suo partito le aveva prospettato il posto da prima ministra, che durate le trattative per un po’ è sembrato sfumare. È la prima regola, Mariya, non dimetterti dal vecchio lavoro finché non hai firmato il contratto di quello nuovo!

Alla fine, invece, ci sarà una staffetta. Per nove mesi Gabriel sarà vicepremier e ministra degli Esteri, poi potrà guidare l’esecutivo. Quand’era pronta a consegnare al presidente una cartellina con dentro un foglio bianco, segnale di un mandato esplorativo fallito, è arrivato l’assenso di Continuiamo il cambiamento (Pp-Db), la formazione riformista del primo ministro uscente Kiril Petkov che ha sessantaquattro parlamentari e ha indicato il primo “staffettista”, Nikolay Denkov. L’ex commissaria appartiene al Gerb (sessantanove deputati), il centrodestra di Boyko Borissov, premier dal 2009 al 2021, considerato il dominus della politica bulgara.

C’era scetticismo, su un lieto fine, proprio per il «cordone sanitario» nei confronti di Borissov. Ha vinto di misura le ultime elezioni, lo scorso aprile, ma è accusato di aver creato un regime clientelare e di aver istituzionalizzato la corruzione che i vari cartelli dell’opposizione, inclusi i nuovi alleati, promettevano di estirpare. Il patto configura, quindi, una grande coalizione e ha una durata non esattamente d’ampio respiro: un anno e mezzo. Alla sua base, c’è l’impegno a una riforma costituzionale e giudiziaria, a riportare i parametri economici del Paese su un ritmo compatibile con un ingresso futuro nella moneta unica europea.
Bio dell'ex commissaria europea Gabriel
Chi è Gabriel? Nella commissione attuale, presieduta da Ursula von der Leyen, aveva la delega all’Innovazione e alla Ricerca, che ora passa alla vicepresidente Margrethe Vestager. Tra il 2017 e il 2019, ultimi due anni di Jean-Claude Juncker, era invece responsabile dell’Economia digitale. È arrivata al Parlamento europeo nel 2009 ed è su quella scena, tra Strasburgo e Bruxelles, che si è fatta conoscere. Potrà mantenere, invece, la carica di prima vicepresidente del Ppe, il Partito popolare europeo. «Ha l’esperienza e l’autorità internazionale per superare lo stallo politico a Sofia», l’ha incoraggiata il presidente Manfred Weber.

L’addio della commissaria apre potenzialmente una posizione nell’esecutivo comunitario. In teoria, toccherebbe al nuovo governo indicare un nome, in accordo con von der Leyen. La coalizione, però, ha altre priorità, da realizzare peraltro in soli diciotto mesi, e trovare un accordo tra le forze che ne fanno parte non è scontato. Non lo è neppure l’esito della procedura, con un’audizione tecnica davanti a un comitato selezionato del Parlamento europeo.

La Bulgaria, scrive Politico, potrebbe addirittura decidere di non sostituire Gabriel, nell’anno finale di mandato, prima delle Europee di giugno 2024. Un precedente c’è: nel 2019 l’estone Andrus Ansip e la romena Corina Creţu non sono stati rimpiazzati quando sono stati eletti nei Parlamenti nazionali, ma in quel caso mancavano solo poche settimane al rinnovo dell’Europarlamento. Stavolta l’ordine di grandezza è diverso. Un eventuale profilo, però, dovrebbe essere femminile, per rispettare l’equilibrio di genere della Commissione.

Boyko Borissov
(Valentina Petrova/AP)

La “missione impossibile” di Gabriel e, quindi, quella dell’esecutivo si scontra con un ambiente tossico. Fallire potrebbe segnare un passo indietro democratico. Se il Paese ha fama di «mafia State», il (de)merito è soprattutto dell’uomo nella foto qui sopra, il capo del suo partito. Borissov è ancora molto influente: la joint venture con l’opposizione per lui è già un successo, si traduce nella fine dell’ostracismo nei suoi confronti e gli permette di tornare a dare le carte, anche senza incarichi alla luce del sole. L’esperimento si inserisce in una resa dei conti tra due pezzi grossi del regime che non tramonta.

Una faida che «nemmeno Netflix», l’ha battezzata Politico. L’altro protagonista, oltre ovviamente a Borissov, è il procuratore capo Ivan Geshev. Gli intrallazzi tra politica e magistratura non sono mai un sintomo positivo, diciamo. All’ex premier deve il posto, ottenuto nel 2019. In cambio, secondo le campagne anticorruzione, lui ha contribuito a far scagionare, come «politicamente motivato», Borissov quando è stato arrestato, a marzo 2022, per presunta estorsione di denaro ai danni di un gestore di casinò. In generale, il magistrato avrebbe garantito un trattamento di favore anche ai vertici dei clan criminali attivi nel Paese.

Insomma, già qui ci sono gli elementi per una serie. Secondo i retroscena, Gabriel – decisa a ripulire l’immagine del partito – avrebbe chiesto al patron di scaricare Geshev, che in una conferenza stampa ha minacciato di fare rivelazioni compromettenti sull’ex socio. Nella stessa occasione, ha sostenuto che qualcuno a inizio maggio ha cercato di far saltare in aria il suo suv antiproiettile, poi si è paragonato a Giovanni Falcone (sic). Davanti alle telecamere ha stracciato una lettera di dimissioni e ha accusato Borissov di avergli offerto, come risarcimento, un posto da ambasciatore in Turchia o Israele.

Un cittadino esce da un seggio alle elezioni di aprile in Bulgaria
Un cittadino esce da un seggio alle elezioni di aprile (Vadim Ghirda/Ap)

Questa «guerra civile», così l’hanno chiamata i media, non è l’unico problema, a prescindere da come poi si concluderà (Borissov sembra disposto a “sacrificare” il procuratore pur di continuare a contare e per restituire credibilità a Sofia a livello europeo). Il biennio di confusione ha permesso al presidente della Repubblica, Rumen Radev, di accrescere i suoi poteri, anche rispetto alle prerogative costituzionali, come ha messo in luce un’analisi di Foreign Policy. A differenza dei principali partiti, però, Radev è su posizioni filorusse.

È in carica dal 2017, è stato rieletto per un secondo mandato a gennaio 2022. Di fronte alla fragilità degli esecutivi, con maggioranze variabili, ha aumentato la sua influenza sulla politica estera, che sarebbe una prerogativa del governo (infatti il Paese è entrato nella Nato nel 2004 nonostante il capo di Stato fosse contrario). Radev considera la Crimea parte della Russia, l’anno scorso ha tacciato i deputati di essere «guerrafondai» per l’invio di armi all’Ucraina e ha minacciato un veto in caso di sanzioni europee alla Rosatom.

Il Parlamento, invece, a dicembre 2022 ha approvato a larga maggioranza l’invio di armi (cosa che avveniva già dalla scorsa primavera). Tra l’altro, gli stabilimenti del Paese sono preziosi perché sono in grado di produrre le munizioni di standard sovietico usate dall’esercito di Kyjiv. Un governo più saldo potrebbe ridimensionare l’assertività del presidente. La Bulgaria ha legami storici con Mosca, che nel 1878 ha contribuito a liberarla dal dominio ottomano, ma anche quell’amicizia è cambiata per sempre dopo il trauma dell’invasione dell’Ucraina.

Pochi giorni fa, durante una manifestazione, sono stati vandalizzati con la pittura rossa gli uffici della Commissione e del Parlamento europeo a Sofia. Sono stati alcuni sostenitori di Revival, un partito nazionalista filorusso, passato dal quattro per cento del novembre 2021 al terzo posto alle elezioni di aprile. Un revival che la Bulgaria spera proprio di non rivivere. Di solito, nella retorica populista e sovranista, da Bruxelles arrivano «i problemi»: stavolta, con la promozione di Mariya Gabriel, un pezzo di Paese si augura sia arrivata finalmente una soluzione.

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