Economia di guerra Il piano europeo per produrre le munizioni che servono all’Ucraina

La Commissione stanzia mezzo miliardo di euro per espandere la capacità industriale in undici Paesi, tra cui l’Italia, e per riqualificare le scorte. «È un investimento a difesa della democrazia», dice Breton

Un cannone tra le trincee in Ucraina
Foto Libkos/Ap

Il nome è un programma. L’acronimo è «Asap», come «as soon as possible» in inglese, però sta per Act in Support of Ammunition Production. Si tratta di aumentare la capacità di produzione dell’Europa, per fornire all’Ucraina le munizioni, i razzi e i proiettili d’artiglieria di cui ha bisogno. Più di un anno dopo l’inizio del conflitto può sembrare una tempistica non proprio da «il prima possibile», su cui gioca il titolo dell’iniziativa, ma l’orizzonte è il futuro: finora gli alleati hanno attinto alle scorte, è il momento di una pianificazione industriale per rinnovarle e non lasciare Kyjiv a corto di colpi. Di «passare a un’economia di guerra», per dirla con il commissario al Mercato unico, Thierry Breton.

L’obiettivo, numerico, corrisponde alla promessa fatta al presidente Volodymyr Zelensky. Un milione di munizioni all’anno. Per questo cambio di passo, la Commissione stanzia cinquecento milioni di euro. Serviranno a modernizzare ed espandere le linee di produzione che già esistono, ma nelle intenzioni di Bruxelles anche a creare nuove fabbriche. La formula sarà quella del cofinanziamento: l’Ue metterà il quaranta per cento dei fondi, gli Stati membri il sessanta (è previsto un bonus del dieci per cento in caso di partenariato, o di riconversioni). Sono già stati identificati quindici produttori, in undici Paesi.

Il commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton
Thierry Breton (foto Lukasz Kobus/Ec)

 

Breton ha visitato i siti di produzione, passando ad aprile anche in Italia, e concluderà a breve questo tour, che l’ha visto incontrare ministri della Difesa e premier, con le ultime due tappe, in Germania e Spagna. Nella conferenza stampa parla di «corsa contro il tempo», avverte che «prima di stipulare nuovi contratti, bisogna investire» ed elogia una base di partenza solida, dovuta al passato europeo. Il programma Asap resterà in vigore fino a metà 2025, ma il commissario chiarisce quale sia la priorità ora: «C’è bisogno di munizioni per l’Ucraina e per gli Stati membri, in quest’ordine».

La parte normativa del dispositivo punterà anche a semplificare il versante burocratico, per esempio introducendo «soluzioni temporanee» per consentire alle catene di montaggio di operare su turni notturni o durante il fine settimana e, quindi, di non fermarsi mai. Verranno monitorate le linee di approvvigionamento per eliminare, o anticipare, eventuali colli di bottiglia. Sarà testato e ricondizionato il materiale obsoleto per renderlo riutilizzabile. Un altro strumento si chiama «priority order». Si tratta di adattare la produzione – su base volontaria, in cambio di incentivi – per coprire i bisogni dell’Ucraina.

Un soldato ucraino porta munizioni di artiglieria
(Foto Libkos/Ap)

Cosa occorre a Kyjiv? «Sono informazioni riservate», obietta Breton alla domanda di un cronista della Reuters. Il commissario, però, spiega che il piano non riguarderà solo le munizioni da 155 millimetri – lo standard della Nato –, ma anche gli altri calibri e i missili anticarro e antiaereo. Insomma, «tutte le categorie di munizioni». L’industria ucraina è riuscita ad aumentare significativamente i suoi volumi, come ha documentato il Wall Street Journal, spesso anche dislocando i siti nel Paese per proteggerli dai bombardamenti. Tale incremento, però, ha riguardato i proiettili di stampo ex sovietico, con cui secondo le stime funziona il settanta per cento dell’artiglieria ucraina.

Si deve a munizioni made in Ukraine, e in particolare ai missili antinave Neptune, uno degli episodi a più alto tasso simbolico del conflitto, l’affondamento dell’incrociatore russo Moskva, sul mar Nero. Il Paese non ha ancora le risorse per fabbricare i colpi di alcuni armamenti fondamentali forniti dagli alleati, come il lanciarazzi americano Himars o, appunto, le scorte calibro 155 per gli obici e i cannoni occidentali, come l’M-777 britannico o il Panzerhaubitze tedesco. Per questo, l’Ucraina ha bisogno dell’aiuto europeo che i Ventisette hanno quantificato nell’obiettivo di un milione di proiettili all’anno.

Un lanciarazzi durante un esercitazione militare Nato
(Foto Nato)

Proprio a causa della penuria di rifornimenti, l’Ucraina spara un quarto di quanto faccia la Russia. Lo ha scritto, a marzo, il ministro della Difesa in una lettera agli alleati europei visionata dal Financial Times. In media, si leggeva lì, l’artiglieria dei liberatori tira 110mila colpi al mese, un quinto della sua capacità totale. «Secondo le nostre stime, per eseguire con successo i nostri piani di battaglia, il bisogno minimo sarebbe del sessanta per cento delle munizioni, o 356mila proiettili al mese». L’appello, un mese fa, era ricevere 250mila proiettili ogni trenta giorni: una mole superiore agli obiettivi di produzione dell’Ue.

Intanto la conferenza degli ambasciatori, che precede i lavori del Consiglio europeo, ha approvato la decisione di spendere un miliardo di euro dello European Peace Facility per acquisti comuni di munizioni e missili da trasferire alle forze armate ucraine. Un altro miliardo di euro, invece, servirà a sbloccare dai magazzini, per lo stesso controvalore, l’equipaggiamento di cui gli Stati membri dispongono. Questi due miliardi non erano una novità, nel senso che erano già stati annunciati. Ora arriva un altro mezzo miliardo (che raddoppia considerando l’altra fetta, a carico degli Stati membri) sotto forma di investimenti con un lascito duraturo: l’ammodernamento del settore. Ma non solo.

«Questi investimenti ci permettono di difendere la nostra democrazia», sottolinea Breton. Durante la conferenza stampa, il commissario difende la svolta dell’Unione, che acquista materiale militare per l’Ucraina aggredita e spende per potenziare l’industria bellica. «Per quanto riguarda la pace, dall’invasione della Russia la nostra posizione è cambiata. Non possiamo chiudere gli occhi, questa aggressione è un fatto. Non possiamo essere ingenui: dobbiamo essere responsabili e fare tutto quello che possiamo per continuare a proteggere i nostri cittadini».

Questo articolo è tratto dalla newsletter di “Linkiesta europea”, ci si iscrive qui.

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