L’era glacialeAddio all’uomo che ha dominato la scena pubblica per oltre 30 anni, lasciandola esattamente com’era

L’impressione è che il nostro paese, al termine dell’era berlusconiana, sia più o meno dove Berlusconi l’aveva trovato all’inizio della sua esperienza politica, che coincide non per niente, tutta intera, con la Seconda Repubblica

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Per i giovani d’oggi i capi del centrodestra si chiamano Giorgia Meloni e al limite Matteo Salvini, il leader dei populisti si chiama Giuseppe Conte (e prima, semmai, Beppe Grillo), persino la figura del palazzinaro passato dalla tv alla politica con tutti i suoi conflitti d’interesse, il suo narcisismo, i suoi problemi giudiziari e tricologici evoca il nome di Donald Trump, prima che quello di Silvio Berlusconi (Trump in tv ci andava, non la possedeva, ma non è una differenza essenziale).

Per la generazione che la televisione la guarda sul telefonino (anzi non la guarda proprio, se non in streaming) e i propri idoli della musica o dello sport li segue su Instagram, il fondatore di Forza Italia, padre della tv commerciale, presidente e rifondatore del Milan degli anni ottanta aveva ormai da tempo un ruolo politico marginale, e un’influenza anche minore sul terreno della cultura popolare e del costume (molto meno non dico di Chiara Ferragni, ma pure dell’ultimo influencer di Tik Tok).

I giornali di oggi dedicheranno giustamente decine di pagine all’uomo che più d’ogni altro ha dominato la scena pubblica italiana per oltre trent’anni, praticamente in ogni campo, ma è innegabile che tra il protagonista di quelle vicende e l’uomo spentosi ieri all’ospedale San Raffaele di Milano corresse ormai, da tempo, una notevole differenza. Più o meno analoga a quella che corre tra il Milan di Van Basten, Gullit, Rijkaard e il Monza di oggi.

Adesso, come è naturale che sia, ammiratori e sodali ci spiegheranno in lungo e in largo le epocali innovazioni introdotte da Berlusconi nella politica, nella televisione, nella cultura popolare e nel costume. E come è forse altrettanto naturale, in ogni caso inevitabile, i suoi detrattori ci spiegheranno con non minore dovizia di dettagli quanto Berlusconi abbia distrutto la politica, rovinato la televisione, involgarito la cultura popolare e corrotto i costumi (e non solo i costumi).

Eppure, guardando all’Italia di ieri e a quella di oggi, è difficile resistere alla tentazione di dare torto agli uni e agli altri. L’impressione è che il nostro paese, al termine dell’era berlusconiana, comunque la si voglia datare, sia più o meno dove Berlusconi l’aveva trovato all’inizio della sua esperienza politica, che coincide non per niente, tutta intera, con quella lunga stagione che i giornali hanno pigramente battezzato Seconda Repubblica. Una stagione che non ha visto nessuna particolare rivoluzione (tantomeno nel costume, come testimonia il ritardo accumulato nel campo dei diritti civili e l’arretratezza di tutte le relative discussioni e legislazioni in materia), ma neanche chissà quale svolta autoritaria. È stata piuttosto un’era glaciale, segnata dall’immobilismo politico, dalla stagnazione economica, dal declino demografico e sociale.

Come TeleMike e La ruota della fortuna non hanno avuto, nel forgiare l’identità italiana, il peso che hanno avuto la Divina commedia, i Promessi sposi o Libro Cuore, così un partito chiamato Forza Italia – nome che ormai ci sembra normale, perché col tempo ci si abitua a tutto, ma dovrebbe pur dirci qualcosa – non ha svolto una funzione nemmeno lontanamente paragonabile a quella della Democrazia cristiana.

Nei libri di storia, dove finirà a brevissimo, Forza Italia sarà ricordata come quello che è sempre stata l’intera avventura politica berlusconiana: una gigantesca, eccezionale, riuscitissima operazione di marketing. E nient’altro.

Il primo vero campione dell’economia del sé (cit.), il primo e il più gigantesco di tutti gli influencer, obiettivamente, è stato proprio Silvio Berlusconi. Di sicuro non è stato uno statista, anche se, almeno per quanto riguarda la costruzione del consenso e il mantenimento del potere, è stato un politico geniale. Ma la sua idea di polis non ha mai oltrepassato i confini delle sue proprietà.

Socialista e conservatore in politica interna, ultra-atlantista e ultra-putiniano in politica internazionale, oligopolista e liberista in economia, libertino e tradizionalista nel costume, Berlusconi non è mai stato in realtà nient’altro che berlusconiano. Non ha salvato l’Italia e non l’ha affossata. L’ha semplicemente lasciata dov’era, alla fine della cosiddetta Prima Repubblica, dopo il crollo del Muro di Berlino e la tempesta giudiziaria di Mani Pulite, e da dove purtroppo non si è mai mossa.

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