Oltre la quarta pareteCome sta il teatro (e come stiamo noi) nell’era della gratificazione istantanea

Il rapporto tra attore e spettatore all’interno delle sale è cambiato radicalmente. Questa piccola rivoluzione racconta non solo lo stato delle arti dal vivo, ma anche i nuovi modi di vivere le esperienze collettive

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Secondo l’ultimo rapporto Siae sullo spettacolo e lo sport, il 2021 non è stato l’anno della ripresa per l’industria culturale. Nonostante la quantità di spettacoli sia aumentata rispetto al 2020, il mondo del cinema, del teatro, del ballo e dell’intrattenimento musicale ha perso un considerevole numero di spettatori. Di questo triste trend il teatro è il settore tra i più colpiti, dove si registra un declino progressivo dell’audience: da quindici milioni di spettatori nel 2019 si è passati a 4,9 milioni nel 2020, fino a raggiungere i 4,3 milioni nel 2021.

Di pandemia e di social si è letto e scritto tanto, forse quasi tutto. Il teatro, in questo senso, con il pubblico che scarseggia e gli spettatori sempre più distratti e disabituati a rimanere concentrati un periodo di tempo prolungato, ci racconta un cambiamento forse più ampio, iniziato prima della pandemia, che esce addirittura dalle sale teatrali. 

Durante i vari lockdown, operatori e operatrici dell’industria culturale hanno dovuto ripensare il loro lavoro e riadattare i propri linguaggi per mantenere un rapporto con il pubblico, anche se virtuale, anche se a distanza. Tra l’infinita programmazione di IGTV e le dirette live su Instagram, che proprio durante la pandemia sono state estese fino a quattro ore di durata, anche lavoratori e lavoratrici del mondo dello spettacolo hanno provato a trovare il loro spazio sul digitale. Così ha fatto Stefano Dragone, regista, attore e formatore: «In quel periodo ci siamo tutti accorti di quanto fosse importante la produzione artistica e culturale per dare un senso alle nostre giornate. Anch’io in quella fase ho creato delle pagine social in cui sono rimasto in contatto con le persone che mi seguivano», racconta a Linkiesta Etc. 

Anche il rapporto tra attore e spettatore, quindi, si è spostato sul piano multimediale, dove i linguaggi e i codici sono inevitabilmente diversi rispetto a quelli delle sale di teatro. Con l’allentarsi delle restrizioni e il graduale ritorno alla vita “normale”, come sappiamo, niente è rimasto uguale a prima. Grazie alle varie piattaforme social oggi ci sentiamo estremamente vicini e raggiungibili, a tal punto che la teoria dei sei gradi di separazione sembra essere diventata anacronistica. Da questo nuovo paradigma sociale, l’interazione diretta ne è uscita estremamente indebolita. Da essere lontani ma vicini siamo così passati a essere vicini ma lontani. «Le persone non si fermano più a parlare con me direttamente dopo gli spettacoli, ma è probabile che il giorno dopo mi scrivano sui social», spiega Dragone.

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L’altra grande sconfitta è stata la soglia dell’attenzione, che negli anni si è abbassata al punto tale che non è più strano paragonarla a quella dei pesci rossi. Iperconnessi, ma sconnessi. «Nel 2021, dopo la riapertura delle sale, sono tornato in scena con uno spettacolo ispirato a “Uno, nessuno e centomila”, al teatro sociale di Como. Mentre recitavo mi sono accorto che c’era qualcuno con il cellulare acceso in platea. Ovviamente era buio in sala e l’unica luce era quella che illuminava la faccia del suo proprietario. Probabilmente non si era accorto di non essere al cinema: io ero lì fisicamente, non ero uno schermo e quello che ha fatto ha disturbato quello che stavo facendo in scena», racconta Dragone. 

Il teatro è il regno del “qui e ora” per antonomasia, un mondo fatto di reciprocità e di una miscela di esperienze – quella dell’attore e dello spettatore – che contribuiscono in egual misura alla riuscita dell’opera in un modo unico e irripetibile. L’attore arriva a lavorare fino a dove finisce il palcoscenico e da lì in poi subentra il ruolo del pubblico. Guardandosi e ascoltandosi reciprocamente, le due parti partecipano così al rito del teatro. I greci parlavano di catarsi, di «liberazione dell’anima dall’irrazionale» (Treccani), che avveniva proprio attraverso l’empatia nei confronti di una narrazione tale per cui «tu sei dentro quella storia e quella storia è dentro di te», chiude Dragone. 

Proprio per questo motivo andare a teatro è più faticoso rispetto allo scrolling infinito dei contenuti online, dove la comunicazione è unilaterale e dove lo spettatore è passivo e atrofizzato, in un atto solipsistico nella fruizione dei contenuti. «Quello che ci smuove dentro una storia, una narrazione che si va a vedere, è in qualche modo una gamma di emozioni e sentimenti di attraversamento, di viaggio tramite quello che ti viene raccontato e che da uno schermo, però, non condividi con nessuno», spiega Francesco Colella, attore di rara sensibilità che si divide tra teatro, cinema e televisione, tra i protagonisti di The Good Mothers, serie prodotta da Disney + e vincitrice del primo Orso d’oro per la serialità al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2023.

Il teatro è il luogo della ricerca della verità attraverso le maschere, dove la finzione è un tacito patto tra persone per rendere credibile la narrazione. Uno degli elementi fondamentali è infatti la sua dimensione sociale, come un luogo di aggregazione civile dove le persone – in un processo di mimesi – riconoscono sé stesse e i propri sentimenti attraverso l’espressività e l’emotività dell’attore o dell’attrice. Di fronte a un individualismo di massa, per cui ogni esperienza è vissuta nel privato, senza gli altri, senza condivisione e senza criticità, si è alla ricerca di un’eccitazione perpetua, spesso priva di contenuti, dove il significante è diventato il significato e dove ci ritroviamo sempre più fragili e manipolabili. «L’uomo non codifica più, siamo gente abituata a vedere e basta, senza comprendere le parole, le sequenze dei fatti e le concatenazioni di eventi che producono delle dinamiche», afferma Colella. 

«Altrettanto importante è ristabilire una grammatica di comunicazione sentimentale. La ricerca della comunione col pubblico sta nel trovare attraverso l’esperienza dell’altro una comunicazione forte, uno scambio di sentimenti, una ricerca per vedere come certe cose si possano condividere insieme», continua. Per rendere questo dialogo possibile è quindi primario ricostruire le basi per una convivenza attorno all’ascolto di una storia. 

In questa cornice, il teatro sembra destinato a morire. Ma forse non è così. «C’è sicuramente un’opera di evoluzione che deve essere fatta, non si può rimanere ancorati a un tipo di teatro anacronistico e spesso indicato come farraginoso», afferma Dragone. «Questo – continua – non significa necessariamente portare la multimedialità sul palco, non proporre i classici o raccontare solo storie nuove (ammesso che ne esistano), ma è importante riuscire a trovare canali e linguaggi nuovi per raccontare le stesse storie, senza snaturarle». La sfida sta quindi nel riuscire ad arrivare a un pubblico diverso e spesso frammentato, provando a parlare a tutti. «L’obiettivo è quello di proporre degli spettacoli in cui vengano veicolati dei messaggi con un valore condiviso e universale, che non scadano in esibizioni esclusivamente pop o al contrario che siano incomprensibili ed elitarie, perché troppo filosofiche», afferma Christian Poggioni, attore, regista e maestro di recitazione. La natura del teatro è connaturata nell’esperienza umana, per questo – anche se indebolito – non è destinato a scomparire. 

Ciò che si è veramente perso, quindi, è la ritualità del partecipare ad eventi comunitari. «La pandemia ci ha esposti a un’esplosione senza precedenti di nuove immagini, situazioni, allegorie, metafore. Situazioni costantemente inedite che abbiamo vissuto e cercato di interpretare soprattutto in solitudine, perchè i contesti deputati alla compartecipazione e all’elaborazione rituale di significati condivisi erano desertificati dalla pandemia», scrive Bertram Niessen nel libro “Abitare il Vortice” (UTET, 2023).

Tutte le arti interpretative live sono diventate così gli ultimi baluardi di resistenza culturale per opporsi alla perdita dei significati collettivi e alla frammentazione della comunità all’interno delle città. Il teatro ha ancora una storia da scrivere, per farlo, però, è necessario tramutare gli impulsi in linguaggi, dentro e fuori dalle sale.

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