Il pozzo confermativo Il declino della conversazione e il pubblico che vuole solo annuire forte

Qualcuno che ci dà ragione e ci fa i complimenti è il modo più rapido di diventare noiosissimi (e perdere elezioni e lettori). Non servono a niente i «maggiùra» di chi non ascolta, né ribadire l’ovvio. Imparare da Kureishi in ospedale, ma anche da Piccolo a Bologna

Platea vuota
Foto di Nacho Capelo su Unsplash

Meno male che Francesco Piccolo c’è, e fa le cose che una volta facevano gli intellettuali: concedersi il lusso di concetti che non chiamino facilmente applausi e cuoricini, e fornirti parole per quel che ci avresti messo cento righe a mettere a fuoco (cento righe che neppure avrebbero racimolato gran cuoricini).

Meno male che Concita De Gregorio c’è, anche quando la do per scontata e – sessista che sono – mi accorgo che ha ragione solo quando i concetti li ripetono i maschi.

Meno male che Hanif Kureishi c’è, e ha le giuste priorità anche quando voi e io le perderemmo di vista. Meno male che sabato mattina arriva Francesco Piccolo, e m’inquadra il venerdì sera. Venerdì sera ho conosciuto un tizio che, in una scala della scarsezza conversatoriale, si colloca al gradino più alto, quello denominato M.

Meno male che sabato pomeriggio Hanif Kureishi scrive su Twitter che ogni giorno a mezzogiorno sua moglie arriva in ospedale da lui e se ne va la sera e tutto il tempo parlano, e un amico gli ha chiesto che argomenti abbiano visto che lui è chiuso in ospedale da mesi, ma ne trovano sempre e nessuno dei due è mai noioso.

Ora dovrei spiegarvi da dove prenda il nome la scala della scarsezza conversatoriale, e quindi – non avendo il nitore espressivo di quelli cui basta una frase – mi perderò in centosette divagazioni. Portate pazienza.

Il mio amico M è il peggior conversatore del mondo. Non dice una cosa interessante mai, non ascolta l’interlocutore mai, non coglie un tono mai.

Il mio amico M ha cambiato molti lavori, ma una sola è rimasta sempre la sua vocazione e la sua occupazione principale: essere amico della gente famosa (credo d’essere l’unica eccezione, l’unica persona cui non chiedano autoscatti per strada e di cui egli ogni tanto utilizzi il numero di telefono).

Al mio amico M piace la gente famosa, e questa non è una caratteristica di spicco: a quasi tutti piace la fama, nel secolo in cui essa è la valuta più inflazionata e tuttavia più valutata che ci sia. Ma la gente famosa, quando vede arrivare M, non cambia marciapiede. E la ragione è proprio quella: che M è il peggior conversatore del mondo.

È molto rassicurante, se hai un ego fragile come quello della gente che di mestiere sta sul palcoscenico, avere a che fare con un conversatore scarso. Non avendo egli mai un guizzo, una battuta, un punto di vista originale, si rifugerà nella tipologia di dialogo più cara a chi abbia un ego fragile: i complimenti.

Per M il tuo ultimo film è sempre un capolavoro, le tue canzoni sono sempre le sue preferite, il tuo romanzo gli ha sempre cambiato la vita. M è compiacente come gli entourage che i famosi pagano per dar loro ragione, e in più è gratis.

M, come tutti i conversatori scarsi, non sa ascoltare; e quindi, anche quando gli dici il contrario di ciò che ha appena sostenuto o di cui è convinto, la sua risposta sarà immancabilmente: sono assolutamente d’accordo, stavo proprio per dire la stessa cosa. Se hai l’ego fragile, è un balsamo senza controindicazioni.

Cosa c’entra M col tizio di venerdì sera? Niente, penso in principio, se non che non credevo ci fosse uno incapace d’essere un conversatore interessante quanto M, prima di venerdì. Venerdì sera osservavo questo disgraziato incapace di dire una cosa degna d’essere ascoltata, e mi chiedevo se il mio fastidio fosse invidia: io, se tornassi a casa sospettando che quelli che hanno passato la serata con me stanno pensando «quella tizia mi ha steso di noia», morirei di vergogna.

L’idea di risultare noiosa, che evidentemente non sfiora mai né M né il tizio di venerdì, mi terrorizza come le trentenni bellocce sono terrorizzate all’idea di venire taggate in una foto in cui sono venute male. È chiaro che sono invidiosa: pensa che vita riposante, non porsi mai il problema d’essere interessanti.

Mi balocco con questo vezzo dell’invidia per i noiosi per meno di ventiquattr’ore, poi sabato pomeriggio arrivano i tweet di Kureishi, e cedo, e ammetto che uno che non si pone il problema d’esser noioso lo soffocherei con un cuscino alla prima occasione. Apprezzo invece tantissimo i (pochissimi) Kureishi del mondo, che anche mentre avrebbero moltissimi altri cazzi di cui preoccuparsi stanno attenti a non diventare conversatori scarsi.

Come si sia formato un ceto medio riflessivo – mica gente che ha i campi da arare e altro cui pensare che la civiltà della conversazione – che non sa essere brillante me l’aveva, in realtà, già spiegato Concita De Gregorio proprio venerdì. Dal palco di Repubblica delle idee, in piazza Maggiore a Bologna, a pochi metri da dove avevo conosciuto il tizio che non somiglia a Kureishi, mi aveva spiegato cos’avessero in comune lui e M.

Non so neanche di cosa stessero parlando, sul palco, perché ero lì sotto che origliavo Elly Schlein e Matteo Lepore che parlavano di spazzatura (una specie di scena primaria), ma a un certo punto ho sentito distintamente Concita dire: «Sì, e su questo siamo certamente tutti d’accordo, in questa piazza, ma forse dobbiamo porci il problema di parlare a quelli che non sono in questa piazza».

Ecco com’è successo, il declino della conversazione di M e di quel tizio e di tutti: parlandosi tra gente la cui idea di dialettica è dirsi «sono assolutamente d’accordo, stavo per dirlo io».

Quindi arriva il sabato mattina, e Francesco Piccolo è su un palco dentro all’Arena del sole, e una giornalista di Repubblica – che non ha letto o non ricorda quel solito paragrafo del “Desiderio di essere come tutti” che ho citato circa cento milioni di volte – ha l’ingrato compito di alzargli la palla chiedendogli dello scrivere sui giornali; e a quel punto Piccolo fa, con grazia e una certa qual voluttà, quella cosa che fa spesso anche Michele Serra: dire, nel contesto d’un giornale la cui idea di dialettica è «stavo proprio per dirlo io», che non serve a niente darsi ragione, non serve a niente ribadire l’ovvio, non serve a niente compiacere i lettori (non serve neanche ad avere lettori).

«Quando pensi che i tuoi lettori leggendo faranno sì con la testa, allora non devi scrivere. Quando pensi che i tuoi lettori potranno pensare “non sono d’accordo” oppure “m’inquieta”, allora ha un senso». Piccolo lo chiama, quello da evitare, «il pezzo confermativo»: l’articolo in cui dici che non bisogna portare un coltello a scuola e accoltellare i professori (io lo chiamo: maggiùra).

La sventurata sul palco, tentando disperatamente di difendere la sbrindellata trincea di giornali che vivono nel terrore di alienarsi il pubblico costringendolo alla fatica di pensare invece che al riposo di dire «stavo proprio per dirlo io», obietta che però potrebbe, Piccolo, scrivere «di chi è la colpa» se i ragazzi vanno a scuola coi coltelli (degli arrotini? Dei genitori che non mettono lucchetti ai cassetti della cucina? Del patriarcato? Della Montessori? Della scarsa cultura delle armi da fuoco in questo derelitto paese? Dei TikTok dei cuochi di sushi?).

Lui non infierisce, perché è un gentiluomo, ma ribadisce che il pezzo confermativo «è una necessità dei giornali, ma è una necessità che io cerco di scansare». Io penso che meno male che Piccolo c’è, però poi esco dal teatro col dubbio che questa mia fissa per la conversazione sia un tic elitario: mica tutti guardano “Succession” o hanno letto Yasmina Reza o hanno un repertorio d’argomenti avvincenti.

Poi per fortuna arrivano i tweet di Kureishi. «La conversazione è inutile nel miglior senso della parola. È anticapitalista: non la monetizzi, non c’è niente da guadagnare, tranne quel che viene scambiato sul momento. C’è solo il puro piacere di sedersi con un altro essere umano, e ascoltarlo; e dello scambio effimero che non ha significato a parte il piacere che temporaneamente si condivide».

Una lista dei suoi argomenti di conversazione in ospedale include: la calvizie di Pep Guardiola; il figlio autistico d’un amico; l’attaccante che dovrebbe comprare il Manchester United; una conversione all’Islam; il cane di famiglia e la sua passione per i viaggi in metrò. (Se siete gente che, non sapendo fare conversazione, non sa neanche leggere, la lista significa: se sai parlare, puoi parlare di qualunque cazzata, e ti ascolterò).

Conosco una persona così brava a fare conversazione che la ascolto quando parla di calcio. Non dice mai mai mai «stavo proprio per dirlo io». Sono negata in similitudini sportive, ma una persona che sa fare conversazione è un allenamento indispensabile per restare buoni conversatori; qualcuno che ci dà ragione e ci fa i complimenti è invece il modo più rapido di diventare noiosissimi (e perdere elezioni e lettori).

«Non c’è dubbio che alcune persone siano più portate per la conversazione di altre. Si potrebbe dire che quest’abilità è più importante della bellezza e del talento, giacché parlare è una cosa che passiamo la maggior parte delle nostre vite a fare». Forse Kureishi ha ragione. O forse ormai è tutto perduto.

Mi resta, questo dubbio, da sabato mattina, dall’Arena del sole che prorompe in un applauso pavloviano alle parole «pornografia del dolore». Lo riconosco, è il fischio per cui noi cani medi riflessivi ci scandalizziamo. Diceva quello lì che non c’è gusto, in Italia, a essere intelligenti. Se solo avesse immaginato quanto poco ce n’era, a sinistra, a provare a far ragionare platee che vogliono solo annuire forte.

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