Le elezioni parlamentari montenegrine hanno confermato la svolta europeista e la sconfitta del Partito dei Democratici e Socialisti dell’ex capo di Stato Milo Djukanovic emerse dalle consultazioni presidenziali di aprile. Il partito Europa Ora, che ad aprile era riuscito a far eleggere Jakov Milatovic come presidente della Repubblica, si è imposto con il 25,5 per cento dei voti mentre i Democratici e Socialisti si sono piazzati in seconda posizione con il 23,8 per cento.
I filo-serbi di Per il Futuro del Montenegro si sono invece fermati al 14,9 per cento e i centristi di Ura e Montenegro Democratico al 12,9 per cento dei consensi. I diversi partiti che rappresentano le minoranze bosniache, albanesi e croate (tradizionalmente alleati dell’ex Presidente Djukanovic) hanno ottenuto al massimo il 6,9 per cento dei suffragi. I risultati si basano sulle proiezioni, provenienti dal 98,7 di quattrocento seggi campione, realizzate dall’Istituto demoscopico Centro per il Monitoraggio e la Ricerca, mentre per gli esiti definitivi bisognerà attendere alcuni giorni.
La vittoria, seppur di misura, di Europa Ora è stata accolta con soddisfazione dal suo leader Milojko Spajic che ha dichiarato di aspettarsi «la formazione del governo in tempi brevi». Il primo ministro uscente Dritan Abrazovic, esponente della coalizione tra Ura e Montenegro Democratico, ha espresso soddisfazione per lo svolgimento del processo elettorale e ha reso noto che l’alleanza tra i due partiti farà parte del nuovo esecutivo.
Abrazovic ha riconosciuto che «Europa Ora ha vinto le elezioni» ma anche che «il governo non potrà essere stabile senza la partecipazione della coalizione» e che «gli interessi nazionali vanno messi prima di quelli del partito». I Democratici e Socialisti hanno ottenuto il peggior risultato della loro storia e per la prima volta dal 1990 non sono riusciti a essere i più votati del Montenegro. Il leader ad interim Danijel Zivkovic ha però reso noto che il movimento potrebbe ottenere un seggio in più rispetto ad Europa Ora.

Il voto, che ha fatto registrare un’affluenza pari al 56,4 per cento degli aventi diritto e alcune irregolarità, dovrebbe avere effetti benefici sull’instabilità e sullo stallo che hanno colpito il Montenegro. Le elezioni parlamentari svoltesi nel 2020 avevano portato alla formazione di una grande coalizione dell’allora opposizione, formata da movimenti filo-occidentali e filo-serbi, in coabitazione con il presidente Djukanovic.
La coalizione, segnata da forti differenze interne, era però collassata dopo un anno e mezzo ed era stata sostituita da un governo simile che, a sua volta, era stato sfiduciato dopo poco tempo dando vita a confuse rivendicazioni.
In ballo c’è il futuro del Montenegro, che ha aderito all’Alleanza Atlantica nel 2017 e che è uno dei candidati per l’ingresso nell’Unione europea. Le trattative con Bruxelles sono state aperte nel 2012 ma non sono progredite a causa dello scetticismo comunitario manifestato nei confronti dei problemi di Podgorica come l’autoritarismo, la corruzione ed il mancato rispetto dello Stato di diritto.
Diverse istituzioni montenegrine sono segnate, secondo quanto riportato dal portale American Security Project, dalla corruzione e mancano di indipendenza. Le riforme, come quelle in ambito giudiziario, richieste da Bruxelles non sono state realizzate ma le cose potrebbero cambiare dopo l’esito delle recenti consultazioni e la possibile formazione di un esecutivo realmente riformista.
Non bisogna poi dimenticare che diversi Stati sono contrari ad un ulteriore allargamento dell’Unione e che questo influisce sulle dinamiche. Il concetto è stato ribadito dallo storico Marko Attila Hoare secondo cui «le prospettive di un rapido ingresso nell’Ue sono scarse e che i criteri di ammissione, una volta interpretati in maniera meno rigida dagli Stati membri, sono stati resi più severi».
Le indecisioni e le incertezze non sembrano poter incidere sull’orientamento europeista ed atlantista del Paese. La Russia, che condivide forti legami culturali e religiosi con la piccola nazione balcanica, continua a essere il punto di riferimento di una porzione significativa, ma minoritaria, della popolazione.
Mosca non sembra avere molti margini di manovra dopo lo scoppio della guerra in Ucraina anche se in passato ha dimostrato tutta la propria contrarietà nei confronti dell’allontanamento di Podgorica. Il Cremlino sta concentrando le proprie energie sul teatro di guerra e sul rafforzamento della macchina bellica interna mentre le mosse tattiche e geopolitiche in contesti più lontani, seppur strategici, come quello balcanico non sembrano essere prioritarie. L’intervento militare in Ucraina ha inoltre raccolto la ferma disapprovazione delle opinioni pubbliche di molte nazioni dell’Europa Orientale.