Belgrado Today In Serbia sono i media governativi a diffondere la propaganda russa (e cinese)

La leadership politica ha sempre approfittato della popolarità di Mosca per prendere i voti dei filorussi, ricattando allo stesso tempo l’Occidente, ma questa strategia oggi è una trappola. I legami più forti sono ormai quelli con Pechino

La sede di Russia Today a Belgrado
La sede di Russia Today a Belgrado (foto di Gianluca Carini)

«La Russia è popolare in Serbia non tanto per ciò che è, ma piuttosto per ciò che non è: non è l’Occidente». Vuk Vuksanovic è senior researcher al Centre for Security Policy di Belgrado e segue da tempo i rapporti tra Russia e Serbia. «I legami slavi e ortodossi non c’entrano nulla, conta invece la rabbia della gente, il ricordo dei bombardamenti della Nato su Belgrado, la questione kosovara e il fallimento della transizione economica e politica seguita a Milosevic, che tutti associano all’Occidente. Tutto questo è parte del fascino russo».

La Serbia ha sempre perseguito un bilanciamento tra est e ovest: da anni gode del sostegno economico dell’Unione europea come Paese candidato e al contempo riceve gas a basso costo dalla Russia. Per Vuksanovic, si tratta «di una politica opportunista, senza una strategia politica. La Serbia ha sempre avuto una maggiore interazione con l’Occidente, ma la Russia è stata una leva per cercare di ottenere di più rispetto ad alcuni temi, come la questione del Kosovo».

Dopo la guerra in Ucraina, il presidente Aleksandar Vučić ha tentato di mantenere la solita rotta (condannando l’invasione russa senza però aderire alle sanzioni), ma qualcosa ovviamente è cambiato: «Non si può parlare di una pesante presenza russa in Serbia quando il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov non è venuto l’estate scorsa perché lo spazio aereo europeo era chiuso, o con la Serbia che non può importare petrolio russo, né prendere le armi che ha già pagato alla Russia per le misure europee».

Questa improvvisa frenata è coincisa poi con un maggiore impegno europeo nell’area balcanica, sul tema forse più divisivo tra Occidente e Serbia: il Kosovo. Per Vuskanovic, Vučić «potrebbe accettare di imporre qualche sanzione ed evitarne delle altre, ma penso siano tutte questioni minori. Il fulcro è la questione kosovara».

Un paio di settimane fa sono stati rivelati infatti i termini dell’accordo franco-tedesco in discussione da tempo, che comporterebbe grandi passi avanti nelle relazioni tra Belgrado e Pristina, pur senza arrivare a un riconoscimento formale dello stato autoproclamatosi indipendente nel 2008 e riconosciuto oggi da circa metà degli stati membri delle Nazioni Unite. Non è un caso se gli sforzi europei su questo terreno portano la firma dei due maggiori Stati dell’Unione, Germania e Francia.

Un accordo di matrice europea sarebbe un segnale forte anche nei confronti di Mosca, principale sponsor insieme alla Cina delle ragioni serbe sul Kosovo. «L’accordo franco-tedesco non è motivato da un desiderio europeo di risolvere la disputa nell’area, quanto piuttosto di chiudere ogni apertura verso la Russia», sostiene però Vuksanovic, che invita a «tenere in considerazione tutti i fattori che potrebbero fare andare qualcosa storto».

Oltre al Kosovo, l’altro grande tema da guardare quando si parla dell’influenza di Mosca è quello della propaganda. In Serbia operano due agenzie di stampa russe: Sputnik e, da poco, anche Russia Today. Per Vuksanovic però «la fonte maggiore della narrazione filo russa nel paese non viene da loro, ma dai media e dai tabloid governativi».

Infatti, «la leadership serba ha sempre pensato di approfittare della popolarità di Mosca per prendere i voti degli elettori filo-russi, ricattando allo stesso tempo anche l’Occidente». Una strategia che ha funzionato a lungo, ma che oggi costituisce una sorta di trappola per chi governa il Paese: «Non si può smettere così facilmente di guardare a Mosca dopo averne inflazionato la popolarità presso l’opinione pubblica», afferma Vuskanovic.

Oltre alla Russia, l’altro grande alleato della Serbia è la Cina, un rapporto più recente ma ormai consolidato. Il Dragone ha accentuato la sua presenza nei Balcani proponendosi come partner economico dei Paesi dell’area per sottrarli all’influenza occidentale. Una strategia che ha finito talvolta per assomigliare a una morsa dalla quale è difficile liberarsi, come dimostra la vicenda del prestito concesso al Montenegro oppure i pesanti danni ambientali causati dalle miniere cinesi in Serbia.

«I legami con la Cina sono molto più forti di quelli con la Russia. I rapporti con Mosca riguardano energia, Kosovo e popolarità nell’opinione pubblica. Pechino invece significa infrastrutture, cooperazione militare, tecnologica, vaccini contro il Covid e dialogo politico». Anche sul Kosovo, Pechino ha tutto l’interesse a sostenere la causa serba, legittimando così anche le proprie pretese rispetto al separatismo di Taiwan.

Non è l’unico Paese a non riconoscere Pristina per questioni interne: in Europa abbiamo ad esempio la Spagna, che si è sempre rifiutata per non dare sponde all’indipendentismo catalano. Per Vuksanovic, così come quella russa, anche la propaganda filo-cinese «è spinta da media governativi in Serbia, perché Pechino è molto utile per promuovere la leadership attuale, che può vantare di aver portato un piccolo stato come la Serbia ad avere come amica la Cina, attraendone anche gli investimenti».

In sostanza, «Cina e Russia non hanno bisogno di investire chissà quanto sforzo nel spingere narrative filo russe o cinesi, per la semplice ragione che lo fa già qualcuno a livello locale per loro». Prospettive difficili da cambiare in corsa, anche adesso che Belgrado sembra guardare più a occidente che a oriente.

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