Futuro libero Il vino rieduca e offre nuove risorse 

Abbassare la percentuale di recidiva dopo l’uscita dal carcere con progetti di inserimento lavorativo, partendo da un lavoro enologico in un luogo d’incanto. A Gorgona si può

Quando si arriva sull’isola di Gorgona, si capisce subito che questo non è un posto come gli altri. Il viaggio da Firenze passa per Livorno, e poi diventa navigazione e mare, salsedine e attesa. Quando si sbarca su questa isoletta a poche miglia dall’Elba e da Capraia, la sensazione prevalente è di un tempo sospeso. Come il pagamento della pena che i detenuti costretti qui scontano per un debito verso la società, in un modo che sia quanto di più utile a loro e di possibile per noi. 

Sul muro azzurrino che sovrasta il piccolo agglomerato di case dai colori pastello c’è l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla redenzione del condannato”. Non è una frase fatta, non è solo un monito: è un obiettivo perseguito su quest’isola con determinazione e impegno, tanto che qui la percentuale di recidiva è molto più bassa che altrove. Sarà il luogo, sarà la possibilità di uscire e di stare all’aperto, ma di sicuro è anche la possibilità di lavorare a contatto con la terra, che accoglie uomini e vigne, e cura entrambi in modi differenti. 

L’idea nasce da Frescobaldi, un nome che definisce la storia del vino toscano, che qui ha deciso di costruire una sua nuova creazione e aiuta i detenuti ad affrontare la pena con un nuovo stimolo, legato proprio alla vinificazione. A Gorgona nasce un blend di vermentino e Ansonica, vitigni che trovano dimora sulle terrazze che circondano la casa di pena e che vengono coltivate proprio dagli “ospiti” che così si rieducano e imparano una professione che potrebbe diventare parte determinante del loro futuro libero. Per alcuni è successo, ed è una soddisfazione e un grande obiettivo collettivo e sociale raggiunto. 

Il progetto nasce nel 2012 con la prima vendemmia, e la prima annata di questo vino è uscita nel 2013: da allora sono dieci anni che si fa uva, si lavorano vigne, si vinifica direttamente sull’isola e si trasportano le barrique sulla terraferma, «di solito la notte, ed è un’emozione assistere a questo momento», ci racconta il giovane enologo che qui lavora con i detenuti. In Toscana, poi, si finisce il lavoro e si imbottiglia in ambiente sterile. A distanza di dieci anni, il presidente di Frescobaldi, il marchese Lamberto, è molto coivolto dal progetto, che gli ha offerto tante occasioni di riflessione, oltre che di costruzione professionale: «Devi fare uno sforzo terribile per allontanarti da quello che hanno fatto le persone che sono qui. Questo è pur sempre un carcere, e non dobbiamo mai dimenticarlo. Ma qui c’è una recidiva decisamente più bassa rispetto ad altre carceri: vuol dire che quello che stiamo facendo ha un senso». 

Ma il senso più autentico che il marchese porta con sé grazie a questa esperienza è di sicuro una riflessione che ha condiviso con lui il commissario, in occasione di una delle sue prime visite qui, di fronte alle sue perplessità: «Lei non giudichi: queste persone sono già state giudicate e condannate. Prima o poi, che ci piaccia o no, usciranno. Dobbiamo provare a farli uscire con un po’ di soldi e con delle competenze». 

E nel fare un vino, cosa che la sua famiglia fa da centinaia di anni, la soddisfazione in questo senso è doppia: «Questo vino è un messaggio di quest’isola e delle persone che qui dimorano, pigiate una dentro l’altra». 

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