Let AI beNon tutte le intelligenze artificiali sono generative (parola di Paul McCartney)

L’annuncio dell’uso di software nella composizione dell’ultima canzone dei Beatles ha scatenato un dibattito sulla produzione musicale informatica. Ma la paura dei sistemi tecnologici rischia di far confondere qualsiasi programma elettronico con un oracolo creativo

Lapresse

Per capire a che livello è arrivato l’hype per le intelligenze artificiali basta osservare il dibattito scatenato dalla “nuova” canzone dei Beatles che Paul McCartney qualche giorno fa. Il brano “Now and Then” è tratto da una vecchia demo registrata da John Lennon poco prima di morire – e custodita in una cassetta sulla quale aveva scritto “For Paul” –, che è stata opportunamente sistemata e riregistrata. Un esperimento simile, tra l’altro, era stato fatto già nel 1995, quando fu pubblicato “Free As A Bird”, altra canzone di John riportata in vita dai rimanenti fab four.

E che c’entrano le IA in tutto questo? C’entrano perché già nel 1995 i Beatles si servirono di tecnologie all’avanguardia per isolare la voce striminzita di Lennon e qualcosa di simile è stato fatto per “Now and Then”, nel 2023. Solo che la scorsa settimana Paul ha fatto l’errore di citare le IA e il loro utilizzo nella produzione dell’inedito, con grande clamore mediatico.

In tempi di ChatGPT, DALL-E, MidJourney e simili, in molti hanno pensato che il nuovo brano fosse stato “generato”. Negli ultimi mesi, del resto, sono circolati più esempi di canzoni prodotte artificialmente usando lo stile e la voce di artisti come Drake e Kanye West. E allora perché, invece, queste IA onnipotenti non hanno nulla a che vedere con la creazione di inediti del più grande gruppo della storia del pop?

L’equivoco ha spinto McCartney a una rettifica pubblica in cui ha precisato che, nel brano in uscita, «nulla è stata creato artificialmente o sinteticamente». Le tecnologie utilizzate per la composizione del pezzo sono, infatti, software molto potenti in grado di riconoscere e isolare i singoli suoni e le tracce registrate dai vari strumenti. Un sistema informatico sì notevole, ma molto più banale di una macchina fantascientifica in grado di comporre l’ultima canzone dei Beatles.

L’impiego di questi programmi da parte del gruppo non è nemmeno una novità. Nel corso della realizzazione di “Get Back”, il documentario sulle sessioni di “Let It Be” prodotto da Disney+, il regista Peter Jackson ha utilizzato sistemi simili per rimasterizzare le canzoni suonate dalla band. Quelle stesse IA, a dire il vero, sono il segreto delle recenti versioni “Super Deluxe” di album dei Beatles come “Revolver” e “Abbey Road”, uscite negli anni scorsi.

«Abbiamo potuto prendere la voce di John e mantenerla pura grazie a questa IA» ha spiegato McCartney, «poi possiamo mixare l’album come si fa di solito». Nulla di particolarmente avvincente, se non fosse per l’utilizzo della sigla del momento, IA, in grado di stimolare fantasie e timori d’ogni tipo. Insomma, se “Macca” avesse detto «l’abbiamo fatto grazie a questo software» oppure «l’abbiamo fatto col computer», è probabile che non se ne sarebbe parlato molto, come ha notato lo stesso musicista: «Abbiamo visto molta confusione e speculazione su questo, sembra che ci siano molte congetture là fuori».

Il potere cultural-mediatico delle intelligenze artificiali è ben noto i giornalisti, che sanno quanto citare “AI” in un titolo possa aggiungere un livello di interesse e urgenza alle notizie. E lo conoscono benissimo anche gli imprenditori tecnologici, che investono in startup specializzate sulle IA senza tenere troppo conto della loro sostanza, come dimostra Mistral, una startup francese che ha appena ricevuto cento milioni di euro di finanziamento senza fare granché. Ma la maggior parte di queste IA potrebbero essere tranquillamente definite… “software”. Programmi. Sistemi incredibili e potenti, certo. Ma non tutte le IA sono generative à la ChatGpt, anzi. Nella maggior parte dei casi sono grandi computer con grandi programmi pensati per fare un lavoro velocemente e con precisione, non degli oracoli in grado di trovare il senso nascosto delle cose – o supplire all’assenza di John Lennon e George Harrison.

Che la cosa ci stesse sfuggendo di mano lo si poteva capire anche prima dell’affaire “Now and Then”, quando per esempio la stampa era riuscita a tirare in ballo le intelligenze artificiali anche per raccontare l’animazione di alcuni elementi nell’ultimo film della Pixar, “Elemental”, in cui si sono utilizzati dei programmi per animare delle fiamme. Il tutto è stato presentato come una novità: «La Pixar usa le IA per animare i suoi film!». Ma chi se lo sarebbe mai aspettato, che la Pixar usasse i computer per fare i film.

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