Impegno condivisoLa ricostruzione dell’Ucraina e l’urgente adesione all’Ue

Sostenere Kyjiv vuol dire andare oltre gli aiuti militari, comunque indispensabili. «Il Paese ha bisogno di ripartire, di tornare a crescere economicamente e di velocizzare il suo percorso di ingresso nelle istituzioni di Bruxelles», dice a Linkiesta Victoria Vdovychenko, non-Resident Fellow del think tank ucraino Centre for Defence Strategies

AP/Lapresse

La distruzione portata sul territorio ucraino dall’invasione militare russa richiederà uno sforzo enorme, umano, politico, economico. Per le esigenze più immediate relative ai danni causati dai combattimenti serviranno circa quattordici miliardi di dollari, secondo i dati della Banca Mondiale. Mentre il recupero più ampio dell’economia di Kyjiv, sul lungo periodo, potrebbe richiedere investimenti fino a quattrocentoquarantuno miliardi di dollari. È un nuovo Piano Marshall, settant’anni dopo quello degli Stati Uniti all’Europa successivo al secondo conflitto mondiale. Una sfida enorme: bisogna convincere Paesi e investitori a investire in aiuti e investimenti in un Paese in guerra.

È stato il tema al centro della Ukraine Recovery Conference di Londra, il summit internazionale con cui l’Occidente ha dimostrato di voler lavorare al fianco di Kyjiv sulla futura ricostruzione del Paese, non solo sul piano militare. Alla due giorni di mercoledì e giovedì hanno partecipato i ministri degli Esteri di molte potenze della Nato e i vertici dell’Unione europea.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è intervenuto in un videomessaggio per ricordare al mondo che la ricostruzione dell’Ucraina è un passaggio obbligato se si vuol garantire la sicurezza globale: «Ricostruendo l’Ucraina stiamo ricostruendo molto più di un Paese, ricostruiamo il mondo intero per la nostra e le generazioni future».

Ricostruire l’Ucraina vuol dire anche restituire all’Europa una nazione da oltre quaranta milioni di abitanti, granaio del continente, culla di un’enorme biodiversità, hub di sviluppo del settore IT e molto altro. Non è un caso che gli investitori privati si stiano muovendo al fianco dei governi nazionale per rimettere in azione la macchina Ucraina. BlackRock e JPMorgan Chase stanno lavorando con il governo di Kyjiv su un nuovo fondo per lo sviluppo dell’economia nazionale. In totale, riporta la Cnn, più di quattrocento aziende da tutto il mondo si sono impegnate a sostenere la ricostruzione di un’economia dilaniata dalla guerra – nell’elenco di sono enormi multinazionali, come Citi, Sanofi e Philips, che hanno già manifestato il loro interesse ad aumentare gli investimenti nel Paese.

«La ricostruzione è già in corso, dal giorno uno», dice a Linkiesta Victoria Vdovychenko, non-Resident Fellow del think tank ucraino Centre for Defence Strategies, docente universitario alle università di Kyjiv e di Bologna. «L’Ucraina è un territorio molto grande, al centro di tutte le grandi sfide globali di quest’epoca, a partire da quelle ecologiche, ambientali, legate alla transizione green».

La guerra complica tutto e, come dimostra la distruzione della diga di Nova Kachovka, la portata della sfida continua a cambiare praticamente in tempo reale. «Molte persone hanno lasciato l’Ucraina, soprattutto donne e bambini, e presto vorranno tornare. Ma allo stesso tempo milioni di persone sono rimaste, lavorano e vivono ancora in Ucraina: dobbiamo fornire accesso ai bisogni primari a queste persone per ripristinare il normale svolgimento della vita nel Paese», dice Vdovychenko.

Un esempio su tutti: il settore tecnologico ucraino è uno dei più dinamici d’Europa, il processo di digitalizzazione è molto avanzato e la guerra non è riuscita a interromperne il flusso. Ma di certo ha intaccato un settore cruciale per lo sviluppo del Paese, «un settore che deve essere alla base della transizione digitale che ha già investito e investirà ancora di più, negli anni a venire, l’Ucraina», dice Vdovychenko. «La ricostruzione del Paese passa anche dalla digitalizzazione delle istituzioni statali e dalla rapidità con cui il Paese si riprenderà dalle difficoltà di questa fase». E per gli alleati occidentali, trasformare l’Ucraina vorrà dire anche creare posti di lavoro, ricchezza e trovare nuove competenze.

Investire nella crescita dell’Ucraina vuol dire anche avvicinare Kyjiv all’Unione europea, in funzione di un suo ingresso nell’elenco degli Stati membri. I tempi della ricostruzione/ripresa e dell’adesione all’Ue sono diversi, per quanto entrambe le operazioni siano già avviate. Non a caso da Londra la Commissione Europea ha presentato un nuovo aggiornamento sui progressi dell’Ucraina in materia di riforma giudiziaria, lotta alla corruzione, nuove leggi sui media e sulle minoranze nel Paese: la relazione dimostra che l’obiettivo è alla portata e che si lavorerà fino al suo raggiungimento.

«L’Ucraina ha ottenuto lo Statuto di Paese candidato all’ingresso nell’Unione esattamente un anno fa, il 23 giugno 2022, al fianco della Moldavia. E in un anno, come testimonia anche la relazione della Commissione, ha fatto progressi sui punti cardine in cui doveva migliorare secondo Bruxelles. E questo lo sta facendo nonostante sia anche l’unico, tra i Paesi con lo stesso status, ad avere una guerra in casa: per noi è importante soprattutto per dimostrare che gli ucraini lottano ogni giorno per affermare i valori di democrazia e libertà che condividono con il resto d’Europa», dice Vdovychenko.

Nei prossimi giorni, invece, si tornerà a parlare di Ucraina in relazione all’espansione di un’altra organizzazione, la Nato. L’11 e il 12 luglio l’Alleanza Atlantica terrà a Vilnius un summit che segnerà una svolta decisiva nei rapporti Kyjiv: «Stiamo lavorando per stabilire un nuovo Consiglio Nato-Ucraina, la nostra ambizione è quella di tenere il primo incontro a Vilnius con il presidente Volodymyr Zelensky», aveva detto il segretario generale Jens Stoltenberg. I trentuno Paesi membri della Nato dovrebbero avvicinare l’alleato ucraino almeno sul piano livello politico, uno step preliminare prima di parlare dell’adesione di Kyjiv all’Alleanza. In questo caso si tratterà di una decisione degli alleati. Una cosa è certa: la Russia non potrebbe impedirlo.

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