Dove eravamo rimasti?La travagliata riforma di Nordio e le scarne 24 ore di maturità politica di Schlein

Il giorno dopo i funerali di Berlusconi, la segretaria dem ha iniziato di nuovo a criticare il lutto nazionale e il berlusconismo, come a volersi scusare con un certo mondo di riferimento per aver varcato il portone del Duomo di Milano

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Come disse Enzo Tortora quando ritornò in tv dopo la sua odissea giudiziaria: dove eravamo rimasti? Ah, sì. All’autoisolamento del Partito democratico. Sulla giustizia, sull’Ucraina, su Silvio Berlusconi. Troppo bello quel gesto di maturità politica da parte di Elly Schlein di recarsi al Duomo per i funerali, troppo serio quel non partecipare alle polemiche sul lutto nazionale. Troppo illusorio pensare che c’è una gran differenza con Giuseppe Conte. Era andato tutto bene. Ma ventiquattr’ore sono bastate per ritornar quel che si era. 

In effetti c’era qualcosa che non quadrava. Martedì solo verso le 18 il Nazareno, pressato dai giornalisti che chiedevano se la leader sarebbe andata ai funerali di Berlusconi, ha emesso una nota per far sapere che sì, ci sarebbe andata, una decisione che era maturata nel bel mezzo delle polemiche di Rosy Bindi, di Andrea Crisanti (addirittura contrario ai funerali di Stato che in questi casi sono disposti dalla legge) e evidentemente accettata dalla leader con riluttanza, come ha scritto Il Foglio, solo perché gli “adulti” del Pd insistevano: «Devi andare». Ma ecco che nel day after Elly è tornata Schlein. No alla beatificazione di Berlusconi, sbagliato il lutto nazionale: polemiche post mortem. Restano agli atti i giudizi sferzanti sul Cavaliere, ed è suo diritto, è persino normale.

Magari ci vorrebbe un di più di spessore per queste riflessioni ma ci sarà tempo e non mancano ai vertici del Pd le donne e gli uomini di pensiero che potranno svolgerle con più calma. Però non si sfugge all’impressione che Schlein ieri abbia voluto in qualche modo scusarsi con un certo mondo di riferimento per aver varcato il portone del Duomo, pur avendolo fatto quasi di nascosto, e che non intende lasciare all’avvocato del populismo, di Marco Travaglio e Tomaso Montanari l’esclusiva della distinzione dalla beatificazione del Cavaliere. Un recupero tattico, d’immagine. Forse è quello che desiderano i militanti, frastornati da giorni e giorni in cui non si è parlato altro che di Berlusconi e con toni il più delle volte agiografici. La segretaria del Pd se ne è tirata fuori. Però poteva lasciar perdere, il giorno dopo. 

Comunque l’antiberlusconismo di ieri si è subito saldato con una ripresa delle ostilità politiche contro il governo esattamente sulla scia politica dell’ex presidente del Consiglio, e cioè sulla questione della giustizia, materia in questi decenni declinata sulla figura e sulle problemi di Berlusconi anziché sugli interessi dei cittadini comuni. 

Ora si potrebbe cambiare pagina, e se è propagandistico che il governo intesti l’annunciata riforma voluta da Carlo Nordio alla memoria del Cavaliere è parimenti esagerato il rullo di tamburi del Pd per una normativa che potrebbe rappresentare un punto serio di discussione e di possibile condivisione. Ma Schlein ha bocciato il tutto, a partire da quella abolizione dell’abuso d’ufficio chiesto anche dai sindaci del suo partito, un reato che si è rivelato praticamente impossibile da sostenere e che rappresenta un laccio stretto intorno alle mani degli amministratori.

La riforma portata ieri in Consiglio dei ministri da Nordio è già duramente avversata dai giornalisti che gridano al bavaglio e dai giudici e i pm dell’Associazione nazionale magistrati (tanto che – eccedendo – il Guardasigilli ha detto che questi «non devono interferire») poiché prevede una forte stretta all’uso delle intercettazioni, una piaga che ha messo inutilmente nei guai migliaia di cittadini sbattuti in prima pagina; modifica il reato di traffico di influenze illecite; interviene sulle misure cautelari per garantire maggior contraddittorio tra le parti; limita il potere di appello del pubblico ministero. 

Non sarà “la” riforma della giustizia ma è una buona base, ottima anzi per un partito di opposizione come Italia viva, un testo che contiene norme di buon senso improntate da quella cultura garantista che sembrava avesse finto col permeare anche la cultura giuridica del Pd. Che però si è subito irrigidito. Il richiamo di certe Procure si deve essere sentito. La grancassa di Repubblica e Fatto pure. Si rischia così un pauroso capitombolo all’indietro che fa ripiombare il clima nell’éra berlusconiana appena conclusasi, quella segnata dal conflitto tra politica e magistratura. Ma non è finita qui. 

Dulcis in fundo è tornato il problema dell’Ucraina, la solita spina nel piede degli eurodeputati dem già nei giorni scorsi protagonisti di una pessima figura sulla questione del finanziamento delle munizioni per la Resistenza di Kijiv, quegli stessi eurodeputati dem che ne hanno combinata un’altra forse ancora meno comprensibile: tranne Elisabetta Gualmini e Mercedes Bresso, due riformiste serie, si sono tutti astenuti (con il solito Massimiliano Smeriglio che ha votato contro) su una risoluzione in cui si chiede l’accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato, dopo la fine della guerra beninteso, un voto contrario espresso in difformità da quello degli altri socialisti europei: e qui ormai è chiaro che c’è un problema politico. 

Ah, veramente l’ultima notazione: Elly Schlein ha detto che l’obiettivo del Pd è diventare primo partito alle Europee. Con questa linea? Auguri.

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