Westfalia milaneseI funerali poco berlusconiani di Berlusconi e l’Italia che riparte senza di lui

L’omaggio all’uomo che ha dominato la scena per trent’anni sono stati pieni di commozione e privi di ardore politico. In piazza Duomo si è chiusa una stagione politica e non se ne aprirà nessun’altra simile

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Sono stati, e per fortuna, funerali per nulla berlusconiani. L’omaggio all’uomo ha dominato, certo. Nessuna grandiosità, zero politica, fatti salvi i coretti fuoritempo «chi non salta comunista è»: tutto sommato ieri piazza del Duomo è apparsa milanista più che forzista. Commozione, parecchia. In piazza, nel Duomo.

Un addio a Silvio Berlusconi fatto di sguardi, parole sussurrate, canti gregoriani, esattamente come deve essere l’ultimo addio, e la famiglia – anzi, le famiglie –, il mondo di Mediaset, ministri e sottosegretari, stranamente pochi stranieri, il che è un po’ amaro: ma Silvio non aveva tanti amici nel mondo? Begli amici.

Ecco poi Sergio Mattarella, sempre dignitosissimo, che con la sua presenza centrale e riservata ha dato il segnale che la guerra dei trent’anni è finita con questa specie di Westfalia milanese. Una fase si è chiusa e non se ne apre nessun’altra simile a quella. Berlusconiani e antiberlusconiani ora impugneranno altre bandiere e vestiranno nuove armature che l’uomo di Arcore, il bau bau oppure l’Unto del Signore, non è più tra noi e quindi siamo tutti ex antiberlusconiani ed ex berlusconiani.

Una Milano assolata ha dunque salutato il suo cittadino più famoso e lo ha fatto com’è lei, composta, civile, umana. Il più bel teatro del mondo era a pochi metri ed è stato giusto e non casuale che il sipario calasse su un pezzo di storia italiana proprio lì vicino.

In quella bara non enorme di legno di Honduras che – hanno detto – serviva per le chitarre di Jimi Hendrix (ma tu guarda certi meandri della Storia come vanno ad intrecciarsi) oltre all’uomo c’erano trenta inverni, parafrasando Franco Fortini, ed è parso di cogliere sia in piazza che nel Duomo la consapevolezza della fine di un’epoca così lunga: quanti, in quella piazza, non erano nemmeno nati nel giorno della scesa in campo.

Giorgia Meloni, che al tempo era una ragazzina, a un certo punto si è raccolta in meditazione come chi sappia di dover affrontare un giro di giostra più impervio perché la sua responsabilità verso l’ex popolo berlusconiano ora cresce.

Si è rivisto Mario Draghi, serissimo, con accanto Paolo Gentiloni che rappresentava l’Unione europea. Chissà perché Ursula von der Leyen non è venuta, e nemmeno Roberta Metsola, in fondo sono nello stesso Partito popolare europeo. C’era, invisibile, Elly Schlein che ha fatto benissimo a essere presente, a differenza di quel maleducato di Giuseppe Conte, perché ci sono momenti nei quali la sinistra c’è e poi si discute, e ieri era uno di quei momenti.

Il cardinal Mario Delpini ha trovato le parole giuste: «In questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia». Un uomo che lascia un’eredità materiale di cui qui non interessa, se la vedranno tra i familiari almeno ieri tutti apparsi sinceramente uniti, su quella politica volteggia un grande punto interrogativo: a occhio e croce per ora non succederà assolutamente nulla. Dopo le Europee si vedrà: è questo il tacito patto.

Di certo si è fermata una certa idea della politica spericolata, indomita, un lungo dribbling tra le istituzioni e il popolo incedendo, cadendo, rialzandosi, schiaffeggiando le regole e subendo parecchio. Se ne continuerà a discutere, ed è molto improbabile che qualcuno cambi l’idea che del Cavaliere si è fatto in questi anni, per alcuni lo statista innovatore per altri il venditore corruttore di persone e di costumi. L’Italia ricomincia senza Silvio Berlusconi, in parte ci si era già abituata, ma non del tutto. E adesso chiedersi cosa succederà è inevitabile. Per ora, sipario.