Allucinazione politicaMeloni ha capito (forse) che governare è una cosa seria e che la sua squadra non è pronta

Fin qui l’esecutivo ha potuto beneficiare di molti doni del cielo: l’assenza di opposizione, l’appoggio di Biden, la garanzia di Mattarella. Ma le difficoltà dei ministri e degli esponenti di Fratelli d’Italia su molti dossier mettono a nudo le carenze della destra

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I doni del cielo, per chi ci crede, sono preziosi e addolciscono la vita. In politica aprono i polmoni di una legislatura intera, come capita a Giorgia Meloni. «Ho la fortuna di avere un orizzonte di cinque anni», si compiace in una lunga intervista televisiva all’amico Nicola Porro. I doni del cielo servono anche a superare gli «imprevisti» che, per una come lei abituata a lavorare in maniera «schematica» (sono sue parole), destabilizzano. Quando è arrivata a Palazzo Chigi si è trovata a gestirne una quantità industriale.

Ovviamente l’underdog ha confidato a Porro che si è data una regolata, ha preso le misure e li ha gestiti. Sarebbe meglio dire che molte cose del passato all’opposizione sono state sbianchettate, compresa quella sostenuta nel 2021 dal fedelissimo Fazzolari, che chiedeva il rafforzamento dei controlli concomitanti della Corte dei Conti. Ma poi arrivano i doni dal cielo. Come definire altrimenti l’autostrada a cinque corsie, una per ogni anno di legislatura, che si è aperta davanti a Meloni? L’opposizione non ha un leader né morale né politicamente unificante. Del Terzo Polo, che doveva diventare un partito unico, sono rimasti unici solo i gruppi parlamentari e già sembra un miracolo. Il Partito democratico e i Cinquestelle sono innocui.

Nel dramma assoluto della guerra di resistenza ucraina la premier è presa in grande considerazione e per mano da Joe Biden. C’è poi il fattore Quirinale, che si tende a dimenticare o si fa finta di dimenticare quando si spara grosso contro il governo.

Facciamo l’esempio della “deriva autoritaria” per la vicenda sui controlli concomitanti della Corte dei conti. A parte le contraddizioni tra le parole del passato e quelle dette al governo, stiamo veramente diventando come la Polonia e l’Ungheria? Magari sarà il sogno di Meloni, ma quelli che temono questa deriva hanno mai pensato che una cosetta del genere metterebbe in discussione il ruolo del presidente dello Stato, garante prima di tutto dello Stato di diritto? Altro che presidenzialismo o premierato. Se ci incamminassimo sulla strada dell’est, immaginiamo e auspichiamo, si sentirebbe un tuono vero proveniente dal Quirinale.

L’imprevisto del Pnrr sul quale è impantanato il ministro Raffaele Fitto è di quelli che possono fare male veramente, non solo a Meloni, ma a tutto il Paese. L’approccio italiano non è dei migliori. Il Commissario europeo dell’Economia Paolo Gentiloni la mette così: «Secondo me – ha detto l’altro ieri durante la presentazione di un libro – una cosa che sbagliamo da italiani è nel trattare questo Pnrr come fosse una medicina amara, imposta da Bruxelles, mentre vedo in tanti altri Paesi i premier che fanno road show per aprire cantieri e far vedere iniziative».

Ora Meloni arriva ad ammettere che una volta al governo, «studiando i dossier, ti rendi conto che non tutto va come pensavi, che devi pensare a soluzioni praticabili». Succede quando nella stanza dei bottoni non trovi tutti i bottoni e bisogna arrabattarsi, moderarsi, piegarsi a compromessi. Nel caso della leader dei Fratelli d’Italia, il suo sovranismo si è schiantato sui dossier che la dura legge del potere le mette sulla scrivania. Rimane radicale su certe questioni gender, cultuali, storiche, lessicali. Si sostituiscono uomini e donne nei posti di potere. Si dicono cose assurde sul «pizzo di Stato». Si vellica l’evasore che è in noi. Quando però si maneggiano i fili dell’alta tensione, si scolora l’impeto e l’assalto del patriota che batte in ritirata.

Per dirne un’altra, l’immigrazione da fermare e i viaggi in Tunisia alla corte di Kaïs Saïed, un vero autoritario che è disposto a rinunciare ai soldi del Fondo monetario internazionale pur di non democratizzarsi. Per non parlare di quello che diceva Meloni di Recep Tayyip Erdogan qualche anno fa (fate una ricerca su YouTube) e i complimenti invece dei giorni scorsi dopo il trionfo elettorale del sultano, che qualche grinfia sulle rotte e i posti di partenza dell’immigrazione ce l’ha dalle parti libiche.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, sui conti pubblici sotto controllo, le paratie europee rispettate sul nostro debito e sulla stessa trattativa per smontare il Pnrr e dirottarne un pezzo verso il REPowerEU. E pure qui l’imprevisto dei costi e della guerra, insieme all’atavica obsolescenza della Pubblica amministrazione, incrocia il soccorso del cielo sotto forma di Quirinale. Sergio Mattarella vive come un incubo il fallimento italiano di fronte all’Europa e a quei Paesi formica che per la prima volta nella storia sono stati molto solidali e prodighi nei nostri confronti, contraendo un debito comune per le cicale mediterranee.

Il presidente ci ha messo la faccia quando fu costruito il castello Next Generation Eu, da cui deriva il Piano. Era lui che ha garantito fino a mettere sulla bilancia della persuasione il più prezioso dei gioielli della “corona”, Mario Draghi. E ora che c’è la destra al governo, il capo dello Stato non permetterebbe mai di fallire, facendoci fare la figura più barbina della storia occidentale. Non è un caso che ogni volta che si accende un incendio con Bruxelles viene subito spento grazie a Gentiloni, che con il più alto Colle ha un filo diretto.

Ma lì sopra hanno anche una pazienza e un limite. Il governo cosa vuole fare, lo dica presto e con esattezza e con una visione del futuro Paese, perché quei soldi non finiscano in mille rivoli e in inutili cementificazioni. La direzione è sempre quella necessaria alle nuove generazioni, al digitale, all’ambiente che significa anche sicurezza idrogeologica e non solo furore ideologico. Senza dimenticare che il futuro passa per l’istruzione e la sanità.

I doni del cielo non sono eterni. La sicurezza di avere un «orizzonte di cinque anni» potrebbe trasformarsi in allucinazione politica. Oppure nell’ammissione di non essere all’altezza di governare, nonostante un sistema senza alternanza bipolare.

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