L’architettura dei corpiIl rapporto osmotico tra arte, musica e cultura del clubbing

Un estratto del racconto di Claudia D’Alonzo all’interno del libro “Spazio Calmo” (Supersento) che indaga sul significato sociale e artistico della scena musicale elettronica e sperimentale contemporanea

ph. Daniele Baldi

A metà degli anni ’90 l’artista Jeremy Deller ha prodotto una serie intitolata Posters (1994-96) dedicata a eventi musicali immaginari ai quali avrebbe voluto partecipare o che avrebbe voluto organizzare. Tra questi, uno riporta la frase “Do You Remember the First Time?”, con le parole “First” e “Time” a formare uno smile, il simbolo iconico della prima scena rave inglese.

Le prime volte vanno ricordate perché sono generative, marcano un cambiamento tra un prima e un dopo. Sono ricordi di un’esperienza attraverso la quale si inizia a sapere qualcosa che era sconosciuto in precedenza. Hanno quindi a che fare con la conoscenza. Chiunque abbia vissuto l’esperienza dei rave o del clubbing sa che, nel bene o nel male, sono situazioni dense di prime volte. 

Una mia prima volta è stata quando ho intuito che le esperienze di incontri di corpi in ambienti saturi di luci, suoni e immagini che andavo sperimentando tra i festival e i rave di inizio anni ’00 potessero diventare il punto di partenza per la mia ricerca di tesi in storia dell’arte contemporanea. Ho iniziato da allora a rintracciarne le origini in una storia plurale che lega in rapporto osmotico gli ambiti delle arti ambientali e multimediali, quelli musicali e quelli della club culture. Infatti, questo incontro tra mondi diversi ha contribuito a strutturare modi di abitare gli spazi, di espandere le immagini in movimento fuori dalla cornice dello schermo ma anche i modi di percepire e sentire i corpi e gli ambienti attraverso le tecnologie.

Per quanto le prime pratiche di questo tipo si possano rintracciare già agli inizi del ’900, il periodo in cui cominciano a prendere forma è la seconda metà degli anni ’60 negli Stati Uniti, momento in cui si colloca anche la nascita della media art e della sua mescolanza di linguaggi, strategie espressive e tecnologie, spesso messe a punto da artisti e collettivi in collaborazione con scienziati e ingegneri elettronici.

Courtesy of Supersento

Durante gli anni ’60 i gruppi di arte cinetica e programmata italiani sono stati pionieri nella creazione di opere ambientali “immersive e interattive” in grado di stimolare nello spettatore risposte percettive inusuali, a volte traumatiche, spesso indotte da un massivo uso di luci stroboscopiche, come negli Ambienti a Shock Luminosi di Giovanni Anceschi e Davide Boriani del Gruppo T o la protodiscoteca dell’Ambiente Stroboscopico Programmato e Sonorizzato del gruppo MID. 

Quello proposto dai gruppi di arte programmata e cinetica era un rinnovamento del fare e intendere l’opera d’arte come habitat da praticare, un campo aperto di azioni e reazioni, di esperienze sensoriali e fenomenologiche che producono conoscenza e consapevolezza nei fruitori. Per loro, una delle funzioni sociali dell’arte era generare saperi sul corpo alternativi a quelli delle hard sciences che contribuissero a rendere le persone “più libere e capaci di vivere meglio la vita”.

Altro contesto germinale per questa storia di ambienti e di corpi è quello dell’Expanded Cinema. La definizione proviene dall’omonimo libro di Gene Youngblood del 1972 e fa riferimento a un insieme di pratiche che in quel periodo andavano ridisegnando i confini tra le arti a partire dal comune uso di dispositivi tecnologici e nuovi modi di concepire lo spazio: non più contenitore dell’opera ma ambiente audiovisivo espanso e performativo che è di per sé opera d’arte totale.

Da “Spazio Calmo”, Supersento, 167 pagine, 25 euro 

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