Economia e climaEsiste uno strumento finanziario (sottovalutato) per garantire la protezione ambientale

Si chiama “debt-for-nature” e funziona come una sorta di scambio: il creditore riconosce la remissione del debito a fronte dell’impegno di un Paese a investire in campo ecologico. Di recente è stato sfruttato dall’Ecuador, ma non sempre si rivela di successo

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Con una manovra che gli esperti del settore chiamano “debt-for-nature”, l’Ecuador ha stipulato un accordo finanziario internazionale che in parte cancella il debito pubblico nazionale da un miliardo e mezzo di dollari, attualmente gestito da due Banche, la Credit Suisse e la Banca interamericana di sviluppo. Operazione possibile a patto però che lo Stato sudamericano investa una parte di quanto “risparmiato” nella salvaguardia dell’ecosistema nazionale. 

«Si tratta di uno scambio», spiega a Linkiesta Massimo Mari, economista e tecnologo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). «Il creditore riconosce la remissione del debito, in maniera totale o parziale, a fronte dell’impegno a investire in campo ambientale». Così da mitigare gli effetti del cambiamento climatico, implementare la protezione della biodiversità e degli habitat a rischio. 

Nel caso dell’Ecuador, per il rientrare del debito il governo si è impegnato a spendere per i prossimi diciotto anni più di trecentoventritré milioni di dollari, destinati a garantire la conservazione dell’arcipelago delle Galápagos e della riserva marina di Hermandad, un’area diventata protetta nel 2021. La regione, che si estende per migliaia di chilometri, ospita un prezioso ecosistema: alcune delle tremila specie che vivono al suo interno – come tartarughe giganti e iguane marine – non si trovano in nessun altro luogo della Terra. 

«Questi strumenti finanziari, che hanno lo scopo di alleggerire il livello del debito pubblico nazionale di Stati “deboli”, affinché dispongano delle risorse economiche necessarie a garantire la protezione dell’ambiente», nascono anche per via della convinzione che, a dirla con le parole pronunciate da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, «le principali economie mondiali abbiano un dovere specifico nei confronti dei Paesi più vulnerabili». 

Infatti, mentre i Paesi industrializzati sono i maggiori responsabili dei cambiamenti climatici in atto, considerando gli impatti antropici generati e i livelli raggiunti in termini di emissioni di CO2 equivalente (dati del 2021), sono i Paesi più arretrati e quelli in via di sviluppo a subirne i maggiori danni e le più dure conseguenze.

Per questo motivo la conversione del debito ecuadoregno, che verrà completata grazie alla garanzia fornita dalla Banca interamericana di sviluppo e ad una consistente assicurazione sul rischio politico messa sul campo dalla US Development Finance Corporation, è senza dubbio da considerarsi un’azione virtuosa ed economicamente vantaggiosa per il debitore – ed è considerata, tra l’altro, l’operazione di questo tipo più consistente mai realizzata dal punto di vista economico.

Tuttavia, come spiega Mari, «nel giudizio complessivo serve prudenza». Di volta in volta, l’accordo va “calato” nel caso specifico, valutando e selezionando «nel dettaglio le azioni che in quella determinata situazione sono più adatte per il raggiungimento degli obiettivi». Considerando la complessità dell’operazione e il coinvolgimento di diversi soggetti economici (sia pubblici, sia privati), nella costruzione dell’accordo è necessario «scongiurare il rischio che l’effettiva gestione di territori di inestimabile valore naturale venga affidata a soggetti esterni al Paese», che potrebbero nutrire altri scopi. 

Team di esperti e ricercatori selezionati e indipendenti potrebbero essere utili nell’esame delle possibili azioni per l’adattamento al cambiamento climatico e per la protezione e conservazione ambientale. È fondamentale, dunque, che al centro dell’accordo non ci sia la questione economica, ma quella ambientale. 

D’altronde il raggiungimento di specifici obiettivi ambientali non può reggersi in piedi da solo: anche dove sia prevista la costituzione di un fondo dedicato, come nel caso dell’Ecuador, «il successo è fortemente legato alla coesistenza di politiche generali interne coerenti», che per risultare realmente efficaci devono essere continuative e orientate al lungo periodo. 

Insomma, è necessario che s’incastrino una serie di tasselli – e questo in parte spiega perché il “debt-for-nature” non è sempre la soluzione più percorribile e adeguata. La cronistoria dice che tale meccanismo, che esiste dagli anni ottanta, è stato fino a ora adottato in centoquaranta operazioni, sempre con importi più piccoli rispetto a quello ecuadoregno. 

Fonte: weforum.org

È molto, è poco? Se si considera «la natura complessa del meccanismo, non direi che è stato poco utilizzato», dice l’economista. E poi «non rappresenta l’unico modo per permettere a Paesi con alto livello di debito pubblico di liberare risorse per azioni ambientali». Infatti tale metodo, come già specificato, seppur presentando evidenti vantaggi, non è adatto a tutti: «Lo strumento è senz’altro più indicato nei casi in cui le risorse sono utilizzate per azioni di conservazione ambientale-ecosistemica», ma appare invece meno opportuno per finanziare misure dirette alla riduzione delle emissioni in atmosfera, «visto che i Paesi destinatari degli interventi sono responsabili per meno dell’un per cento delle emissioni climalteranti globali». 

Va comunque riconosciuto che nel corso degli ultimi decenni, «nonostante un sempre più marcato disallineamento tra Paesi responsabili del cambiamento climatico e Paesi che ne subiscono le conseguenze», i “debt for nature” non hanno avuto un grande successo. Probabilmente perché «il meccanismo non può considerarsi lo strumento economico più efficace ad assicurare un decisivo sollievo economico per il Paese debitore». 

Per lo Stato beneficiario, la cui economia versa spesso in pessime condizioni generali, tale operazione potrebbe essere troppo vincolante – impedendo ad esempio una certa libertà d’azione per la definizione e la destinazione della spesa. Imposizioni che «potrebbero portare a trascurare investimenti fondamentali in altri settori essenziali». 

Tuttavia, se si tralasciano i casi specifici, e tirando le somme della questione, c’è una caratteristica positiva indiscussa propria del sistema del “debt for nature swap”: il presupposto. Adottare uno strumento come questo significa infatti «riconoscere il valore comune ed il beneficio globale derivante dalla salvaguardia degli ecosistemi più preziosi, più fragili e più a rischio del pianeta». 

Così come, dall’altra parte, comporta l’ammissione di responsabilità dei Paesi industrializzati rispetto al cambiamento climatico ed alle sue conseguenze. Ma secondo l’esperto, nei rari casi in cui sussistono le condizioni politiche adeguate per offrire un reale sostegno alle popolazioni coinvolte «si dovrebbe pensare senza indugio ad una cancellazione del debito priva di ogni condizionamento». 

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