Colonialismo climaticoIl debito dei grandi emettitori nei confronti dei Paesi più poveri e vulnerabili

La cifra, secondo un recente studio pubblicato su Nature Sustainability, è pari a centonovantadue trilioni di dollari. All’India e ai Paesi dell’Africa subsahariana spetterebbe circa la metà della compensazione finanziaria

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Negli ultimi decenni le emissioni globali di carbonio hanno continuato a crescere e le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera sono aumentate in maniera drammatica. Il limite planetario considerato “sicuro” per le emissioni, inteso come concentrazione atmosferica di trecentocinquanta parti per milione (ppm) di CO2, è stato superato già nel 1988. Solo lo scorso anno, per fare un esempio, tali concentrazioni atmosferiche sono risultate di quattrocentoquindici parti per milione e le temperature globali hanno superato di 1,1°C il livello preindustriale.

Lo stato di fatto è che i bilanci di carbonio rimanenti associati a questi limiti si stanno rapidamente esaurendo e i danni al clima stanno accelerando. C’è da dire però che non tutti i Paesi sono responsabili dell’esaurimento dei bilanci di carbonio in egual misura. Ce ne sono diversi che più di tutti hanno contribuito a causare questa crisi e dunque hanno una responsabilità storica sproporzionata. Una responsabilità che va valutata dal punto di vista della giustizia climatica, riconoscendo l’atmosfera come un bene comune per tutte le persone e al quale tutte le persone hanno diritto per un uso giusto ed equo.

Basandosi su questo principio di giustizia climatica, alcuni studiosi sostengono che le emissioni cumulative in eccesso rispetto alla quota equa di ognuno rappresentino una forma di appropriazione dei beni comuni dell’atmosfera. Inquadrandoli in questa logica, potremmo ben considerarli e definirli come “debito climatico” e “colonialismo climatico”, e sostenere che i Paesi che emettono troppo devono risarcire quelli che emettono poco per l’appropriazione dell’atmosfera e per i danni legati al clima che, in modo sproporzionato, ricadono su quei Paesi più poveri che invece hanno contribuito poco o nulla alla crisi.

Qual è dunque l’importo che i grandi emettitori dovrebbero risarcire a quelli “meno responsabili” per compensarli dei danni climatici subiti? Se ci si basa sulle emissioni dal 1960 in avanti, la cifra è pari a centonovantadue trilioni di dollari. Si abbassa a una media di centonove trilioni di dollari se si fanno partire le valutazioni dal 1992, ma sale a duecentotrentotto trilioni di dollari di media se si calcolano le emissioni dal lontano 1850. 

A dirlo è lo studio “Compensation for atmospheric appropriation”, che è stato pubblicato recentemente da Nature Sustainability ed è stato redatto con lo scopo di offrire un metodo empirico per calcolare la somma del risarcimento dovuto per essersi appropriati dei beni comuni atmosferici.

Quali siano i maggiori debitori non è difficile da immaginare. Stando allo studio, gli Stati Uniti, l’Unione europea e il Regno Unito devono circa due terzi della compensazione finanziaria totale. All’India e ai Paesi dell’Africa subsahariana spetterebbe invece circa la metà della compensazione finanziaria totale, indipendentemente dall’anno di inizio per il calcolo delle emissioni cumulative.

Per la Cina invece la prospettiva cambia in funzione dell’anno di inizio: facendo partire i calcoli prendendo come anno di inizio il 1992, risulta che il gigante asiatico ha superato del due per cento la sua “giusta” quota di carbonio. Facendoli partire invece dal 1850, secondo i ricercatori, resterebbe al di sotto della propria quota emettibile di CO2 ben del sedici per cento, una differenza che permetterebbe di passare da Paese “risarcitore” a quello di “risarcito”.

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