EvoluzioniPassaggio generazionale o rivoluzione generazionale?

È tempo di cambiamento. Anche nell’impresa. Durante il Festival di Gastronomika si è discusso anche di passaggio generazionale, di quel processo delicato e a volte doloroso, che segna la vita di un’azienda e spesso anche il suo declino

@Gaia Menchicchi

Successione, figli, eredità, opportunità. Paura, evoluzione, sicurezza, certezza. Quali parole vi vengono in mente quando si parla di passaggio generazionale? Tante, troppe forse. E spesso confuse.
Durante il Festival di Gastronomika si è discusso anche di questo. Un momento di riflessione nato da una mente visionaria, qual è quella di Davide Longoni, il padre dei panificatori moderni, colui che nella formazione e nelle nuove generazioni investe tempo e passione. «Ho 50 anni, voglio pensare a cosa sarà il mio lavoro e ci voglio pensare adesso»: un pensiero buttato lì, a bruciapelo, che non ti aspetti da un uomo nel pieno ancora della sua carriera professionale. Un pensiero che spesso, nella maggior parte delle imprese italiane, non viene fatto. O viene fatto quando ci si trova alle strette.

«L’80% dei passaggi generazionali avvengono a causa di un evento inatteso» ci spiega infatti Simone Evangelisti di Cesaro & Associati, studio che si occupa da tanti anni di imprese familiari.
Un lutto, un qualcosa che capita all’improvviso e che magari non ti aspetti e il nome sulla porta dell’amministratore delegato deve cambiare. Ecco, il passaggio generazionale avviene spesso come un trauma. Ed è così che viene gestito, in modo confusionario e non programmatico. Eppure è proprio questo il nocciolo della questione: la programmazione. Laddove un altro concetto chiave di questo tema è la parola processo, che può durare, e deve durare, tanto, qualche anno, non il tempo di un battito di ali.

Le cose stanno cambiando. Cambiano allo stesso modo in cui stanno cambiando le imprese e la loro stessa essenza. E questo emerge chiaramente in un’ora di chiacchierata, fatta al caldo del laboratorio dello stesso Longoni, tra una ventina di ragazzi e ragazze che hanno creato la loro impresa o che lavorano in realtà che potremmo definire non tanto illuminate, quanto nuove e giovani.
Il cambiamento, vero propulsore dell’economia. Lo si intravede dagli interventi di ognuna di queste persone, interpellate per dare il proprio significato al concetto di passo generazionale.
Daniela Montemerlo, professoressa che si occupa da tanti anni di Family Business, guida la discussione, insieme ad Anna Prandoni, direttrice di Gastronomika. Entrambe punzecchiano, danno stimoli di pensiero, provano a unire i puntini, lì dove magari le cose appaiono chiare solo su carta, ma non nella pratica.
In Italia, questa è una storia che si ripete: quando si tratta di imprese familiari, a un certo punto il castello crolla. Succede di solito alla terza generazione. Aziende solide, create da un capostipite, che poi non riescono ad andare avanti per mille motivi. Da una parte c’è uno stallo, la paura di lasciare andare ciò che si è costruito, e, forse, anche l’incapacità di prendere le consegne. Sicuramente, l’errore di prendere le cose sottogamba.

@Gaia Menchicchi

La realtà però sta prendendo strade nuove. Cambia il concetto stesso di impresa. E allora è più corretto parlare di rivoluzione generazionale, piuttosto che di passaggio generazionale. Perché i giovani presenti nella sala hanno idee chiare e fanno fatica a comprendere il punto di vista di chi ha qualche anno in più.
La gestione delle imprese nasce infatti, a quanto dicono i breaders invitati a prendere parte all’incontro, da una struttura diversa, rispetto a quella canonica. È diversa la geometria stessa delle imprese. Non più verticali, ma dalle forme concentriche, in cui le decisioni vengono prese insieme e al centro non c’è più un capo: è l’organizzazione, con i suoi processi produttivi, a essere protagonista.
Strutture a vasi comunicanti, che dimenticano la solitudine della figura dell’imprenditore che deve prendere le decisioni senza appoggi esterni, ma che si plasmano sulla condivisione di valori e di idee.
E allora il passaggio generazionale si trasforma in qualcosa di diverso: nella necessità di portare avanti la longevità sostenibile dell’azienda, quello che si è costruito e che, inevitabilmente, getterà le basi per quello che si costruirà domani.

Le voci, che si sommano timide in uno spazio stretto, più o meno dicono tutte la stessa cosa: le nostre aziende sono evolutive. Anche le sedie, sistemate in cerchio, suggeriscono la stessa idea di cambiamento che sta vivendo l’economia attuale e le nuove imprese: comunità, partecipazione, corresponsabilità, compartecipazione, ma anche creatività e individualità positiva che genera valore.

Il processo del passaggio generazionale è dunque destinato a morire? Ovviamente no. È insito nella natura umana e nella vita imprenditoriale. Muteranno forse i termini e i modi. Ma un dubbio poi viene spontaneo ed è dato proprio dallo scarto generazionale, che porta inevitabilmente a guardare le cose da distanze differenti: le nuove generazioni saranno davvero in grado di gestire questo passaggio in modo indolore? Le nuove imprese saranno davvero comunità di intenti e valori? O questi concetti sono romanticismi dell’età destinati a soccombere di fonte alla quotidianità della vita? Se così non fosse, allora potremmo parlare davvero di rivoluzione generazionale. Finalmente.

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