Il grande complottoCom’è nato il mito della mafia che aiutò gli americani a sbarcare in Sicilia nel 1943

In un libro edito da Donzelli, Salvatore Lupo ricostruisce la genesi della storia (falsa, ma spacciata come vera per anni) di come Lucky Luciano avrebbe aiutato l'intelligence statunitense a coinvolgere i boss locali nella programmazione dell’operazione Husky

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L’idea del Grande complotto tra mafia e americani venne presentata da Michele Pantaleone, non so se per la prima volta, in un articolo pubblicato su «L’Ora», nel 1958, nell’ambito della grande inchiesta sulla mafia che in quell’anno riempì le pagine del quotidiano di sinistra palermitano . Ma la versione più matura e influente fu quella fornita dal medesimo autore nel volume Mafia e politica, pubblicato nel 1962. Spiego chi fosse Pantaleone. Rampollo di una famiglia eminente di Villalba (paese in provincia di Caltanissetta), esponente di un socialismo locale contrapposto alla fazione cattolico-separatista guidata dal capo-mafia don Calò/Calogero Vizzini, era divenuto un personaggio di rilievo nella sinistra siciliana già dal 16 settembre 1944.

Quel giorno, nella piazza appunto del suo paese, era rimasto coraggiosamente accanto al leader comunista isolano Girolamo Li Causi, attaccato e ferito (con altre 13 persone), a suon di revolverate e bombe a mano, dai seguaci di don Calò. Torneremo a suo tempo su quest’episodio, che è cruciale nella nostra storia. Diciamo ora che Pantaleone fece poi la sua strada quale deputato all’Assemblea regionale siciliana per il Blocco del popolo, e giornalista d’opposizione. Strinse un rapporto con un grande del meridionalismo, Carlo Levi, e fu magari per questo che il suo libro venne pubblicato da Einaudi, con la prefazione proprio di Levi.

Ecco, in sintesi, il contenuto delle pagine in cui Mafia e politica affronta la questione che maggiormente ci interessa. L’idea-base: la trama newyorkese del ’42 tra i servizi di sicurezza statunitensi e Lucky Luciano sarebbe stata finalizzata a coinvolgere la mafia siciliana nella programmazione dell’operazione Husky, e addirittura si sarebbe risolta in una cogestione delle operazioni militari nell’isola.

Lo stesso Luciano viene dunque indicato come un personaggio-chiave, e insieme a lui il colonnello Charles Poletti, futuro governatore statunitense della Sicilia, che a dire del nostro autore sarebbe giunto «a Palermo clandestinamente» nel 1942 per mettersi d’accordo coi mafiosi locali, mentre sul territorio isolano si verificavano «gravi e frequenti atti di sabotaggio», e si moltiplicavano gli «sbarchi clandestini di siculo-americani».Un terzo personaggio-chiave: Calogero Vizzini, che già conosciamo quale capo-mafia di Villalba, qui indicato come il «capo riconosciuto di tutta la mafia siciliana», dunque come il principale contraente isolano del patto.

Il momento clou. Nei giorni immediatamente successivi allo sbarco, aerei americani avrebbero lanciato su Villalba certi foulard ricamati con una «L» come Luciano, e carri armati recanti un analogo vessillo avrebbero trionfalmente preso a bordo don Calò. A seguire, il capo-mafia avrebbe comunicato con lettera cifrata i piani di battaglia al suo collega Giuseppe Genco Russo di Mussomeli: «che gli amici preparassero focolai di lotta e gli eventuali rifugi per le truppe». Insomma, i mafiosi avrebbero direttamente partecipato alle operazioni militari alleate, e dal canto loro i militari italiani avrebbero abbandonato le loro posizioni, sempre grazie all’intervento pressante di «autorevoli amici», di modo che «le truppe di occupazione avanzarono nel centro dell’isola con un notevole margine di sicurezza».

Conseguenze immediate: il Governo militare alleato (in sigla: AMGOT, o semplicemente AMG), chiamato a reggere la Sicilia, avrebbe nominato sindaci «persone notoriamente mafiose o legate alla mafia» sempre seguendo l’indicazione dell’onnipresente don Calò.

(…) Da parte mia, debbo rilevare come la successiva ridislocazione della storia stessa, dalla sfera di una combattiva saggistica d’opposizione a quella propria di un testo istituzionale (la Relazione della Commissione antimafia), accentui il problema della sua inverosimiglianza, e anche aggravi l’altro suo difetto evidente: la mancanza di una documentazione. Infatti, lo stile apodittico delle affermazioni sia di Pantaleone che di Carraro riposa più che altro su una sequenza di incontrollabili «si dice»; l’uno e l’altro citano in sostanza una sola fonte, un breve brano del senatore statunitense Estes Kefauver (1951) (il quale in verità – anticipo quanto avrò modo di dimostrare a suo tempo – non avalla per niente la teoria del Grande complotto).

Da “Il mito del grande complotto”, di Salvatore Lupo, Donzelli, 112 pagine, 15,20 euro

 

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