Dottoressa Jekyll e signora HydeI due volti di Meloni e l’imprevedibile attacco a La Russa

A Vilnius la presidente del Consiglio ha cercato di non alzare la tensione con la magistratura, ma si è contraddetta ribadendo che le procure fanno opposizione. E allo stesso tempo ha criticato il presidente del Senato, assumendosi però possibili rischi politici interni

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Alla fine ha parlato. Contraddicendosi. È la fotografia di una Giorgia Meloni alla dottor Jekyll e Mister Hyde, da una parte mette la sordina alle polemiche e dall’altra rivendica l’assalto alla magistratura espresso con la nota anonima di palazzo Chigi di qualche giorno fa, «la magistratura fa opposizione». Qual è la vera Meloni? Sì, alla fine ha parlato, la presidente del Consiglio. Facendo capire di ritenere insostenibile la pesantezza dello scontro con le toghe («Non c’è nessuno scontro da parte mia») ritirando così la manina dalle unghie smaltate di rosso: a spegnere i falò non si sbaglia mai. Certo, quella nota l’ha rivendicata: come avrebbe potuto sconfessarla? 

Meloni una e bina, dice subito il Partito democratico. Può darsi però che nella sostanza il partito della trattativa stia prevalendo su quello dello scontro di tipo berlusconiano: d’altronde è un partito molto forte nell’entourage della presidente del Consiglio, annoverando personalità di governo come Guido Crosetto e Alfredo Mantovano, due personaggi sui quali certamente il Quirinale, che tra l’altro ha sul tavolo la legge Nordio sulla quale pare esserci qualche problema, conta per evitare un prolungamento lacerante della guerra dei trent’anni dipietrista-berlusconiano. 

Con viso non corrucciato a beneficio di telecamere, persino sorridente e come riposata (questi viaggi all’estero la salvano da uno stress insopportabile), da quel di Vilnius Meloni ha dato un mezzo segnale di voler tirare i remi in barca più che per intima convinzione, perché resta sospettosa sul fatto che in qualche modo vi sia un complotto di ambienti contro il governo, per opportunità politica, oberata com’è da un’improvvisa preoccupazione sui conti pubblici, complice anche il pasticcio sul Pnrr, dall’evidente crisi di Forza Italia e dal permanente e istrionico fare e disfare di Matteo Salvini, aggiungiamoci le gaffe quotidiane dei suoi e il gioco è fatto, nel senso che in questo quadro politico più che complicato è chiaro che alla presidente del Consiglio non dovrebbe convenire l’apertura di un nuovo fronte. Ma il messaggio di fondo è stato inviato: chi pensa che si torni alla stagione berlusconiana si sbaglia. 

Dopodiché, nel merito della triplice vicenda “nera” Santanchè-Del Mastro-La Russa, la presidente del Consiglio non ha attaccato la prima, anzi l’ha salvata (per ora) perché «un avviso di garanzia non comporta automaticamente le dimissioni»; ha abbastanza difeso il secondo perché «il giudice non dovrebbe sostituirsi al pubblico ministero» (anche se non c’è nulla di irregolare nel pronunciamento del Giudice per le indagini preliminari di Roma che ha ordinato l’imputazione coatta per il sottosegretario alla Giustizia, ndr).

Ma a sorpresa ha abbastanza mollato Ignazio La Russa, un pezzo da novanta non solo a livello istituzionale ma proprio nel caleidoscopio post-fascista nel quale oggi rifulge la luce di Giorgia. La Russa non doveva intervenire: è già questa è una bacchettata sulle nocche come quelle che le maestre di un tempo rifilavano agli scolari. Ma non basta, ecco la solidarietà di Meloni alla denunciante il presunto stupro che avrebbe come responsabile Leonardo Apache La Russa, il figlio dei presidente del Senato. Questa è grossa. Alla seconda carica dello Stato non avrà fatto piacere. Uno come lui queste cose se le ricorda. La storia non è destinata a finire a Vilnius. Perché se Giorgia è un po’ dottor Jekyll e un po’ Mister Hyde, Ignazio è Mister Hyde e basta. E lei lo sa.

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