Principio di crisiIl governo prova a distogliere l’attenzione dai suoi pasticci, ma non può nascondersi dietro a un dito

I problemi del Pnrr di questi giorni si sommano ai disastri di Santanchè, Delmastro, La Russa: forse l’esecutivo non sta per cadere, ma di sicuro è in affanno. In fondo, Fratelli d’Italia non ha mai governato nemmeno un municipio. E si vede

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A memoria del cronista è la prima volta dal 25 settembre che qualcuno parla di crisi di governo. Ci sarà una componente di wishful thinking ma l’espressione l’ha pronunciata Carlo Calenda parlando con HuffPost, e Calenda non è certo un estremista.

Certo, è probabile che anche per il leader di Azione si tratti di un’ipotesi estrema, cioè di una crisi nel caso di un naufragio del governo sul Pnrr: ma è pur vero che improvvisamente il governo si è accorto di essere spaventosamente in affanno e ha dovuto cambiare un bel po’ del Piano in una riunione “di guerra” – con Raffaele Fitto, responsabile dell’andamento lento del Pnrr c’erano tutti i i ministri, cinque sottosegretari alla presidenza del Consiglio e i rappresentanti degli enti locali – che ha dato la sensazione quasi da ultima spiaggia.

E il perché è presto detto. Come scrivono tutti i giornali, a parte ovviamente quelli che sono proprio amici amici, c’è un ritardo nell’ottenere i diciannove miliardi della terza rata per il semplice motivo che dopo otto mesi il governo non ha ancora discusso con Bruxelles fino all’ultima virgola, com’è necessario, con il prevedibile risultato che nessuno può giurare sul fatto che i sedici miliardi della rata arriveranno entro la fine dell’anno, anche se Fitto si è detto sicuro che la questione si risolverà a breve.

Ma il problema ancora più serio è quello sul quale batte con insistenza quotidiana Elly Schlein, che anche ieri ha chiesto a Giorgia Meloni di venire in Parlamento a chiarire la situazione – questo fa parte della tattica del marcamento a uomo, anzi: a donna, da parte della leader dem rispetto alla premier – ed è il problema della quarta rata, altri sedici miliardi, che sicuramente non arriverà che l’anno prossimo, proprio mentre si rende chiaro che lo Stato in cassa ha pochi soldi.

Per tutto questo ieri Fitto e i ventiquattro ministri hanno dovuto cambiare ben dieci obiettivi del Piano su ventisette – su queste modifiche ci sarà una discussione in Parlamento – il che fa sorgere spontanea una domanda: ma il ministro se n’è accorto a luglio della necessità di cambiare mezzo piano per la quarta rata? Calenda ha osservato che a questo punto «è chiaro che non riusciremo a completare i 155mila bandi previsti dal Piano»: ed è l’esempio più clamoroso della vera difficoltà di questa classe di governo, quella di non sapere concretizzare, di «mettere a terra» i progetti, come si dice, e a ben guardare non è nemmeno un problema di destra e sinistra ma di un’evidente incapacità, forse anche figlia di inesperienza di gestione delle cose, di una mancanza di dinamismo e creatività, di concretezza e di capacità di concertare le soluzioni con i vari soggetti.

Fratelli d’Italia – perché questo è il punto – non ha mai governato nemmeno un municipio, questi non conoscono i problemi e le criticità di un sistema amministrativo e burocratico come quello italiano, né hanno particolare attitudine a rivolgersi a chi padroneggia le questioni ma non fa parte dei vincitori del 25 settembre.

Gli appelli di Calenda a vedere insieme cosa si può fare restano inascoltati. E in un certo senso in effetti è anche opportuno che il governo si assuma le proprie responsabilità. Ieri Giorgia Meloni, da Vilnius, dove si trova sostanzialmente ad assistere ai lavori del vertice Nato, ha trovato il tempo – lei che all’estero in teoria non parlerebbe di cose italiane – per un videomessaggio pubblicitario a favore della card del governo (si chiama «Destinata a te», sembra una canzone degli anni Sessanta) che servirà alle famiglie più indigenti, 383 euro una tantum, la Cgil calcola che ne vien fuori un caffè al giorno mentre il dem Antonio Misiani parla di una «mancetta» per un totale di cinquecento milioni investiti «dopo aver tagliato due miliardi strutturali di stanziamenti contro la povertà».

È chiaro che il governo cerca in questo modo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica da tutti i pasticci di questi giorni, il filotto nero Santanchè-Delmastro-La Russa e la contrapposizione con la magistratura che a quanto pare avrebbe messo alla premier quel tanto di apprensione da consigliarle una via più soft e più lenta nel trattare la riforma Nordio.

Di certo, quella che ormai aleggia sulla situazione politica è un’atmosfera di incertezza e nervosismo che stringe il governo nell’angolo e inaspettatamente ridà un po’ di ossigeno alle opposizioni, al Partito democratico in particolare. Tocca a lei, a Giorgia Meloni, mettere a posto un po’ di cose. Se ci riesce. Deve farlo in fretta perché il vento caldo dell’estate può tramortire.

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