Tragedia nell’ArticoQuando la plastica ruba il posto al ghiaccio marino

Nella regione boreale dell’Artide si sono ammassate ben duecentodiecimila tonnellate di microplastica nell’acqua, nella banchisa e negli strati di sedimenti che si sono accumulati dagli anni Trenta

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Secondo uno studio modellistico dell’Università di Scienza e Tecnologia di Pohang, pubblicato di recente su Nature Communications, il circolo polare artico potrebbe ritrovarsi senza ghiaccio marino già nel settembre 2030. Stando alle stime degli scienziati, questa previsione si realizzerà con un decennio d’anticipo, indipendentemente dalla futura (e non scontata) riduzione dei gas serra. 

Il ghiaccio marino artico è diminuito rapidamente in tutte le stagioni degli ultimi decenni, ma a partire dal 2000 lo ha fatto con maggiore intensità. Non è difficile capire che le ripercussioni di un Artico senza ghiaccio marino ricadrebbero sia sugli ecosistemi naturali, sia sulle società umane all’interno come all’esterno del circolo stesso. Così come non lo è comprendere l’importanza di pianificare l’adattamento a un circolo polare artico stagionalmente privo di ghiaccio marino.

Sull’Artico, tuttavia, pesa un’altra catastrofe di cui siamo totalmente responsabili: la contaminazione da microplastica è cresciuta in modo esponenziale e di pari passo con l’incremento della produzione di plastica. La quantità globale di rifiuti di plastica che si prevede triplicherà entro il 2060. 

Uno studio da poco pubblicato sulla rivista Science Advances ha analizzato l’acqua di mare e i sedimenti nella parte occidentale dell’Oceano Artico, che costituisce il tredici per cento della sua superficie totale. Il risultato? Solo in quella regione si sono ammassate ben duecentodiecimila tonnellate di microplastica nell’acqua, nel ghiaccio marino e negli strati di sedimenti che si sono accumulati dagli anni Trenta. 

I ricercatori hanno scoperto che i livelli di microplastica nei sedimenti raddoppiano ogni ventitré anni, ed è probabile che il trend continui a peggiorare. In un’intervista recente pubblicata su Wired, uno scienziato marino della Incheon National University ha dichiarato che l’aumento di microplastiche nell’Artico è avvenuto in modo esponenziale negli ultimi decenni, con un tasso incrementale annuo del tre per cento.

Lo studioso prevede anche «che la produzione di massa di plastica con un aumento annuo dell’8,4 per cento, unita a sistemi di gestione dei rifiuti inefficienti, aumenterà ulteriormente i carichi di plastica che entrano nell’oceano per i prossimi decenni, e quindi la plastica che entra nell’Artico crescerà in modo proporzionale».

L’elemento interessante da notare, evidenziato da questo nuovo studio, è il livello più elevato di microplastiche attorno alla linea di ritiro del ghiaccio marino estivo, che potrebbe essere dovuto al sistema del tutto biologico delle alghe che crescono sul lato inferiore del ghiaccio marino artico. Queste, infatti, forniscono cibo agli altri organismi come lo zooplancton, che a sua volta garantisce elementi nutritivi alle creature che vivono in fondo al mare, che a loro volta fanno il pieno di microplastiche.

Siamo di fronte a una novità sorprendente? La risposta è “no”. Gli studiosi stessi sottolineano che ciascuno di questi report – oltre a confermare che la contaminazione dell’ambiente con materie plastiche è divenuta un fardello per tutti gli ecosistemi – aggiunge anche un livello di preoccupazione in più che dovrebbe aiutarci a capire l’urgenza di un’azione vigorosa, concertata a livello globale affinché finalmente si metta un limite alla produzione. 

Intanto, dalla settimana di negoziati Onu sulla plastica che si è svolta a Parigi alla fine di maggio, si è ottenuto un mandato per arrivare entro novembre a una prima bozza di quello che potrebbe diventare il primo trattato globale per frenare questo tipo di inquinamento. 

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