No pasaránLa destra spagnola è stata fermata dalla rimonta socialista

Il Partito Popular è il primo partito, ma non ha i numeri governare. Sfuma la possibilità di una coalizione con Vox. Sánchez tenterà la riconferma tramite accordi con i partiti regionali

AP/Lapresse

Il vincitore, Alberto Núñez Feijóo, mastica amaro mentre i suoi sostenitori scandiscono il nome di Isabel Ayuso, la presidente della regione di Madrid che probabilmente lo sostituirà presto alla guida del suo partito. Lo sconfitto, Pedro Sánchez, sorride sornione salutando con la mano sul cuore una folla festante, che urla forte e chiaro «No pasarán», lo slogan che i repubblicani opponevano all’avanzata di Francisco Franco.

Il Partido Popular, di centro-destra, batte alle urne il Psoe di centro-sinistra, è il primo partito di Spagna sia in termini di voti che di seggi conquistati e guadagna tre milioni di elettori, ma non riuscirà a formare un governo. Né in solitaria né con l’estrema destra di Vox, che con diciannove parlamentari in meno dell’ultima volta è il grande sconfitto della tornata.

Due blocchi quasi uguali
Dalla variopinta tavolozza delle elezioni spagnole non esce un colore dominante. Il blu del Pp si allarga nella penisola con il passare dei minuti dalla chiusura delle urne, i numeri si gonfiano man mano che lo spoglio procede nella comunità di Madrid, popoloso feudo elettorale del centrodestra. Alla fine saranno centotrentasei seggi e il trentatré per cento dei voti: molto di più del 2019 (ottantanove seggi e ventuno per cento), ma non abbastanza per aprire la strada che porta alla Moncloa.

Perché al momento decisivo sbiadisce il verde di Vox: il partito di destra radicale, che molti vedevano pronto a governare insieme ai popolari, si ferma a trentatré seggi e perde tre punti percentuali dall’ultima tornata. Resta la consolazione di rimanere la terza forza a livello nazionale, ma dallo sguardo, dal tono e dalle parole di Santiago Abascal trapela la delusione per l’occasione mancata: «Qualcuno ha venduto la pelle dell’orso prima di averlo ucciso».

In tutto una coalizione Pp-Vox farebbe centosessantanove: anche con l’appoggio dei due deputati di Coalición Canaria e Unión del Pueblo Navarro si arriva a centosettantuno, a cinque seggi dalla maggioranza assoluta del Congreso.

In chiaroscuro le sfumature del centro-sinistra. La scommessa di Pedro Sánchez di convocare elezioni anticipate ha pagato: il Psoe tinge di rosso la Catalogna e si porta a casa centoventidue seggi, persino due in più del 2019. Non male viste le premesse sconfortanti dei sondaggi e un governo uscente complicato dalle crisi della pandemia e della guerra in Ucraina.

L’esordio di Sumar, piattaforma collettiva di partiti di sinistra, non è invece memorabile: un 12,31 per cento che significa trentuno seggi, quattro in meno del suo «antenato» Podemos, e nemmeno la soddisfazione di superare gli acerrimi rivali di Vox. Yolanda Díaz sorride e ringrazia, dice che gli spagnoli «andranno a dormire più tranquilli» per aver evitato un governo con l’estrema destra, ma il suo futuro politico non sembra roseo come il colore del partito.

Il blocco di centro-sinistra, che attualmente governa la Spagna, somma 153 deputati, ma al contrario di quello di destra ha più margine per ottenere appoggi esterni: quasi garantito il singolo voto del Bloque Nacionalista Galego, così come i sette di Esquerra Republicana de Catalunya e i sei di Euskal Herria Bildu, a prezzo di concessioni a catalani e baschi. La somma farebbe 167, con la possibiblità, più complicata, di convincere altri baschi e catalani: il Partido Nacionalista Vasco (cinque seggi) e Junts per Catalunya (sette).

Rischio «bloqueo»
L’estate spagnola sarà torrida, e non solo per le temperature. Dopo la pausa parlamentare, il re Felipe VI assegnerà come da prassi l’incarico di formare un governo al leader della formazione politica più votata, e in caso di fallimento passerà ad altri.

In Spagna è possibile di diventare presidente pure senza la maggioranza assoluta, bastta ottenere più più «sì» che «no» nella seconda tornata del dibattito d’investitura. Ma anche così Feijóo non ha praticamente chances: i voti di Vox, che gli servirebbero per entrare alla Moncloa, rendono pressoché impossibile l’astensione benevola dei baschi del Pnv. Il partito che persegue una maggiore autonomia dei Paesi Baschi difficilmente potrebbe far digerire ai propri elettori un governo con il partito più nazionalista e centralista di Spagna.

Il Pnv guarderà più probabilmente a sinistra, pronto a negoziare (caro) il suo appoggio. Ma l’ostacolo più grande per Pedro Sánchez è la Catalogna, insieme trionfo e punto debole della sua strategia, quella di ammorbidire il conflitto separatista. Nella regione ha stravinto il Partido socialista catalano, costola del Psoe, che ha conseguito più voti di tutti i partiti indipendentisti messi insieme, risucchiando elettori e seggi soprattutto a Esquerra Republicana de Catalunya.

Proprio gli indipendentisti, però, sono l’ago della bilancia, con i loro 14 eurodeputati tra Ecr e Junts per Catalunya. Senza il loro appoggio, l’unico scenario è il «bloqueo»: impossibilità di eleggere un presidente e conseguenti nuove elezioni.

La sinistra catalana deve interrogarsi sulle ragioni della sua débâcle (sei deputati in meno rispetto al 2019). Ma con le parole del suo portavoce Gabriel Rufián ha già fatto capire che chiederà scuole, ferrovie e il dialogo tra Barcellona e Madrid per garantire il suo sostegno, già essenziale nell’ultima legislatura.

Più sibillina Miriam Nogueras, la sua omologa di Junts per Catalunya. «Non renderemo Sánchez presidente senza nulla in cambio». Sulle contropartite pretese da questo partito, che ancora rivendica l’indipendenza della Catalogna, si deciderà, probabilmente, il prossimo governo della Spagna.

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