Scontro identitarioIn Spagna la vera protagonista della campagna elettorale è la polarizzazione

L’esperienza del primo governo di coalizione della storia, la scomparsa dell’unico partito centrista alle scorse elezioni e l’ascesa dell’estrema destra hanno contribuito a creare una spaccatura senza precedenti nel Paese (ma simile a quella già vista altrove in Europa e nel mondo)

AP/Lapresse

Le elezioni anticipate volute dal presidente spagnolo Pedro Sánchez hanno costretto i principali partiti a una campagna elettorale ridotta e, per molti versi, atipica. La chiamata alle armi del Partito socialista (Psoe) per limitare l’ascesa dell’estrema destra di Vox ha spinto la sinistra a ricompattarsi intorno alla nuova piattaforma politica della ministra del Lavoro uscente Yolanda Díaz, ma ha anche permesso alla destra di trasformare le elezioni di domenica in un referendum su Sánchez e il suo modo di fare politica. Una polarizzazione che è nuova per la Spagna e che ha costretto il dibattito a focalizzarsi su pochi temi – le alleanze tra i partiti, l’economia e i valori –, lasciando l’esito delle elezioni di domani estremamente incerto.

«Storicamente, i principali partiti spagnoli (Psoe e Pp, Partido Popular) sono molto radicati sul territorio e abituati ad alternarsi al potere. L’esperienza del primo governo di coalizione della storia (tra Psoe e Podemos, estrema sinistra), la scomparsa dell’unico partito centrista alle scorse elezioni (Ciudadanos) e l’ascesa dell’estrema destra hanno contribuito a creare un elevatissimo livello di polarizzazione politica, che per la Spagna è una grande novità», ha spiegato a Linkiesta Andrea Betti, professore di Relazioni Internazionali all’Università Pontificia Comillas di Madrid.

Di per sé, infatti, la polarizzazione non è un fenomeno nuovo nella politica contemporanea di molti altri Paesi europei e non: a preoccupare in Spagna è la rapidità con cui si diffonde e l’esistenza di una serie di questioni fondamentali irrisolte, come l’eredità del franchismo, l’esistenza della monarchia e, soprattutto, la tensione tra Stato e regioni indipendentiste.

In questo clima caratterizzato da una componente emotiva molto forte (il ricercatore Luis Miller l’ha chiamata infatti «polarizzazione affettiva»), la destra ha deciso di puntare tutto sulla cosiddetta lotta al sanchismo. «Con il termine sanchismo, i politici di destra si riferiscono alla volontà di Sánchez di rimanere al governo a tutti i costi, anche stringendo patti in parlamento con partiti indipendentisti o di estrema sinistra. Il messaggio che vuole trasmettere è che il Partito socialista ha smesso di essere una forza moderata per incarnare un progressismo eccessivo, dannoso», ha aggiunto Betti.

Di conseguenza, uno dei temi principali delle ultime due settimane di campagna elettorale sono stati proprio i patti che il Psoe ha stretto con Bildu (partito nazionalista basco) ed Erc (sinistra indipendentista catalana) durante l’ultima legislatura.

L’esecutivo di Sánchez è stato anche fortemente criticato per aver concesso la grazia a nove leader separatisti catalani nel 2019 e per aver eliminato il reato di sedizione lo scorso anno. Inoltre, nonostante il gruppo terrorista basco Eta non sia più attivo da anni e Bildu sia un partito pienamente democratico, «la destra ha accusato Sánchez di essere sceso a patti con l’indipendentismo basco e, sostanzialmente, di aver tradito la Spagna», ha precisato Betti. A sua volta, il presidente uscente ha spesso criticato il centrodestra per aver stretto in seguito alle scorse elezioni amministrative e comunali più di centoquaranta accordi di governo con Vox, un partito che nega l’esistenza della violenza di genere e del cambiamento climatico.

«Durante la campagna elettorale si è parlato spesso, anche se abbastanza male, di economia. È come se gli elettori fossero davanti a due “Spagne” diverse: quella della destra è una Spagna che non arriva a fine mese, colpita dall’inflazione e dall’aumento del costo dell’energia, mentre la sinistra dipinge il ritratto di un Paese che cresce, specialmente in termini di occupazione, e che ha reagito meglio di altri alla pandemia e alla guerra in Ucraina», ha aggiunto Betti.

L’ultimo grande tema di dibattito sono stati i diritti civili. Durante la legislatura, il governo di Sánchez ha portato avanti un’agenda tra le più progressiste d’Europa, riuscendo ad approvare importanti leggi sull’autodeterminazione delle persone trans, sull’eutanasia e sugli abusi sessuali, anche se non sempre con i risultati sperati. «Riassumendo, nelle ultime settimane lo scontro culturale e identitario ha preso il posto di temi che sono davvero importanti per il futuro della Spagna, come la politica estera, soprattutto quella europea, e l’ambiente», ha commentato Betti.

Con i sondaggi fermi a lunedì scorso e molta incertezza sul tasso di affluenza, gli scenari più plausibili sono quattro. «Il centrodestra non ha i numeri, ma punta lo stesso a governare da solo. Per questo motivo, ha chiesto il voto utile contro Vox non solo ai suoi sostenitori, ma anche ai socialisti moderati», ha spiegato Betti. Come è già accaduto a livello locale, tuttavia, è probabile che il Pp scelga di allearsi con Vox per formare un governo di coalizione o chiedendo il suo appoggio esterno. «Esiste una corrente del Pp che è molto favorevole a quest’ipotesi: non dimentichiamoci infatti che Vox nasce da una scissione del Pp. L’obiettivo dell’estrema destra spagnola è quello di imitare Fratelli d’Italia ed entrare al governo: il prezzo che riuscirà a far pagare al Pp dipende tutto dai seggi che sarà capace di ottenere», ha aggiunto Betti.

Nel caso in cui Pp e Vox insieme non raggiungessero la maggioranza assoluta e un accordo di governo, tutto resta possibile. «In Spagna si dice che Sánchez ha sette vite: con Sumar come suo alleato dichiarato, il Psoe potrebbe tornare al governo stringendo nuovi patti con tutti i partiti locali, inclusi quelli indipendentisti», ha spiegato Betti.

Infine, lo scenario più temuto sia dalla popolazione spagnola che dall’Europa, dato che da inizio luglio la Spagna è alla guida del Consiglio dell’Unione europea: andare alle urne per la terza volta in un anno.

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