La scuola non contaGli undicenni somari in matematica e il poco onorevole record italiano della Dad pandemica

L’ultima prova Invalsi mostra quanti danni ha fatto la scelta del governo Conte II di chiudere le scuole per trecentoquarantuno giorni durante la pandemia

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Chissà se a qualcuno, leggendo i dati tanto prevedibili quanto terrificanti dell’ultimo Rapporto Invalsi (2023), è tornata alla mente la discussione surreale che, all’inizio di gennaio del 2022, oppose il Presidente del Consiglio Mario Draghi, deciso a riaprire le scuole malgrado il picco dei contagi, a tutto il caravanserraglio dei professionisti dell’anti-Covid: dall’Ordine dei Medici alle associazioni dei presidi, dai governatori e sindaci di ogni colore agli scienziati di qualunque risma e dottrina, tutti persuasi che quella mossa arrischiata avrebbe seppellito l’Italia, malgrado il nostro fosse un Paese in cui il numero abnorme di giorni di lockdown scolastico, accumulati dal marzo 2020, già chiaramente rappresentava un effetto o un corollario del numero abnorme di morti per Covid, non un’efficace barriera opposta alla diffusione e alle conseguenze della pandemia.

Già allora, insomma, l’Italia era il Paese che più di tutti, in Europa, aveva chiuso le scuole e instaurato un sistema di Dad generalizzata (lasciamo da parte le ossessioni reclusorie del Governo Conte II, che meriterebbero un approfondimento psico-ideologico, cui la parabola successiva di Giuseppi offrirebbe spunti interessanti) e insieme il Paese in cui di Covid si moriva come mosche, anche rispetto ad altri con analoghe caratteristiche socio-demografiche. Quindi si chiudevano le scuole non per strategia, ma per demagogia e per liturgia propiziatoria. Per non sapere cosa fare e per dimostrare che tutto, in qualche modo, si stava facendo per meritare la benevolenza del destino. E le prime vittime sacrificali chi sono state? Gli studenti.

Ci sono stati vari capipopolo – come i due inarrivabili omonimi, il campano Vincenzo De Luca e il siciliano Cateno De Luca – che sfidarono il Governo, prorogando comunque con ordinanza la chiusura delle scuole per scongiurare l’ecatombe. Persero, grazie a Dio, davanti al giudice amministrativo nella loro caccia all’untore di Palazzo Chigi.

Rimane il fatto che l’Italia ha chiuso causa Covid le scuole per complessivi trecentoquarantuno giorni mentre in Europa le chiusure sono state mediamente pari circa a un terzo e in alcuni fortunati Paesi (mediamente descritti dagli esperti italiani come irresponsabili) di pochissimi giorni. E chissà cosa sarebbe successo se Draghi non si fosse impuntato all’inizio del 2022, scommettendo tutto sull’efficacia e diffusione della campagna vaccinale e non su quel “tutti a casa” che negli anni della pandemia ricordava sinistramente quello dell’8 settembre 1943.

L’altra faccia della medaglia di questa strategia per cui le scuole, fino alla decisione di Draghi, sono state la prima cosa a chiudere e l’ultima a riaprire è che i risultati dell’istruzione scolastica sono diventati gravemente scadenti (non che prima fossero eccellenti) e tutti i ritardi accumulati si sono consolidati (o per meglio dire cronicizzati) con il trascorrere del tempo. Prendiamo un dato esemplare dell’ultimo Rapporto Invalsi: il trentasei per cento degli alunni delle quinte elementari (classe 2012) non ha competenze sufficienti in matematica. Ci sono significative differenze tra territori, scuole e classi diverse (i divari non sono solo territoriali, ma anche socio-culturali): comunque, nel complesso, gli undicenni italiani sono somari in matematica come mai erano stati, neppure negli anni immediatamente precedenti.

Non c’è la controprova, ma non ci vuole troppa fantasia né malizia per correlare questi risultati al fatto che gli alunni che quest’anno hanno finito le elementari (cioè gli undicenni) hanno passato in classe meno dei due terzi del proprio corso di studi e hanno frequentato per il resto del tempo le lezioni a distanza, dove le differenze delle situazioni familiari (in che case vivono, con quali dispositivi telematici e quali spazi fisici disponibili, con quali sostegni emotivi e cognitivi) amplificano i divari, in buona parte irrecuperabili, nell’apprendimento.

La verità è che chiudere le scuole non è mai stata una strategia anti-Covid, ma una campagna di comunicazione, un modo per arginare il rischio del discredito e dell’impopolarità a fronte dello spappolamento della medicina territoriale e delle conseguenze di una pandemia fuori controllo. È stata la scelta ritenuta suicidariamente meno costosa e demagogicamente più spendibile (non mandiamo i bimbi a scuola così non infettano i nonni – come siamo solidali) proprio perché in Italia il tema dell’equità intergenerazionale delle politiche pubbliche non è solo negletto, ma concettualmente abolito.

Si sono chiuse le scuole più di tutti per la stessa ragione per cui anche dopo la riforma Fornero abbiamo più di tutti largheggiato nella spesa previdenziale. Per la vecchia storia per cui, in vista delle prossime elezioni, si fottano pure le prossime generazioni, che tanto non votano.

Tra le varie lezioni che il Covid c’ha impartito questa massimamente dovremmo apprendere: in società invecchiate, impaurite e demograficamente fragili, non è solo la difesa della Patria, ma anche la difesa della salute l’estremo rifugio delle canaglie politiche. Tanto stiamo diventando così scarsi in matematica da non riuscire neppure a far di conto sui danni di tutta questa delinquenza.

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