Plot twistL’apertura di Meloni sul salario minimo costringe il Pd a fare i conti con le sue incertezze

La premier approfitta della disomogeneità delle opposizioni dicendosi disposta al dialogo: adesso Schlein deve scegliere tra una battaglia destinata alla sconfitta oppure prendere tempo per un confronto dopo l’estate, con una minima possibilità di concludere qualcosa di concreto

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L’imprevista apertura di Giorgia Meloni a discutere di salario minimo – imprevista perché solo due giorni prima il suo ministro degli Esteri Antonio Tajani l’aveva catalogata come un roba da Unione Sovietica – ha spiazzato le opposizioni. Come al solito, che la premier dica cose opposte a quelle dei ministri non fa notizia: tutti sanno che la maggioranza è un carrozzone il cui unico vagone rilevante è quello della presidente del Consiglio. Al governo queste contraddizioni vengono perdonate perché tutti sanno che alla fine conta solo lei, essendo gli altri sonnambuli della politica che vivono una stagione fortunata sparandole a casaccio.

A fare sempre notizia invece è la permanente disomogeneità delle opposizioni, divise – detta in modo nobile – tra massimalisti e riformisti, o meglio tra chi fa propaganda e chi fa o cerca di fare politica.

Qual è il dilemma che la non banale mossa di Meloni pone soprattutto al Partito democratico? È la scelta tra proseguire adesso con una battaglia destinata alla sconfitta – una sconfitta da usare poi come arma propagandistica contro il governo – oppure sospendere la questione in attesa di un confronto con il governo dopo l’estate, con tutte le incognite del caso ma anche con una minima possibilità di concludere qualcosa di concreto.

In altre parole, Elly Schlein deve scegliere se piantare una bandierina oppure rinviare in attesa di una pur difficile mediazione. Insomma, meglio una sconfitta oggi o un possibile accordo domani? La questione si presta a diverse valutazioni. Non c’è dubbio che Giuseppe Conte, uno che malgrado nella vita abbia fatto accordi con tutti a scapito di coerenza e morale, da Donald Trump a Matteo Salvini, da Nicola Zingaretti a Vladimir Putin, sia risolutamente contrario a cercare un accordo con il governo, essendo la sua una linea dura e pura che ovviamente se ne frega altamente del merito e anzi punta al tanto peggio tanto meglio.

A occhio, il gruppo dirigente del Partito democratico, compresa la segretaria, non ha una posizione molto diversa da quella dell’avvocato del popolo, anche perché non vuole da lui farsi scavalcare a sinistra. Per questo Schlein ha rilanciato chiedendo al governo di ritirare l’emendamento soppressivo della proposta di legge Pd-M5s-Calenda (nove euro orari lordi come minimo) che in effetti è un emendamento ai limiti della decenza politica e in cambio di ciò è disposta a incontrare la premier (quando tempo fa Carlo Calenda andò a palazzo Chigi venne praticamente accusato di tradimento ma le cose cambiano…).

Vedremo se il “lodo Schlein” verrà accettato ma pare molto difficile dato che la presidente del Consiglio vuole fermare la discussione per riprenderla – così almeno dice – più in là. Alla segretaria del Partito democratico in fondo forse non dispiacerebbe molto tenere il punto e andare alla pugna parlamentare che pure avrebbe l’esito certo della sconfitta: la linea della “bella morte” che sembra non convincere l’area riformista, o come si chiama, del Partito democratico.

Carlo Calenda invece ha una linea più pragmatica: niente pregiudiziali e niente ricatti, si entri nel merito, senza l’emendamento-killer e lasciando aperta la discussione, tenendo anche conto che la maggioranza ha la facoltà di spostarne i tempi.

Ufficialmente non risulta una telefonata Meloni-Schlein ma i contatti ci sono. La premier ha il coltello dalla parte del manico, cioè ha i numeri dalla sua parte, per cui o si segue il suo percorso o arrivederci e grazie.

Se salta tutto, Schlein utilizzerebbe la rottura come propellente per una campagna d’autunno che Maurizio Landini ha già annunciato facendo squillare la tromba dello sciopero generale (ma ha avvertito la Cisl?) contro una legge di Bilancio che sarà nota tra tre mesi, rendendo chiaro che lui si sta preparando alla linea della lotta dura senza paura e per questo si augura che la trattativa sul salario non decolli.

La vittima sacrificale di una posizione intransigente Schlein-Conte sarebbe naturalmente il salario minimo, dal momento che per sperare di ottenerlo magari in una forma sperimentale o comunque come primo passo di una riforma più complessiva bisognerebbe fidarsi di Giorgia e andare a vedere le sue carte. Ma ci vorrebbe un Bruno Trentin. Un po’ di coraggio. Un po’ di politica. Magari un’estate meno militante e più vincente.

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