La giravolta del SultanoPerché la Turchia ha accettato l’ingresso della Svezia nella Nato (no, non per entrare nell’Ue)

In cambio del via libera a Stoccolma nell’Alleanza atlantica, Erdogan ha ottenuto delle immediate ricompense in termini di rifornimenti militari. Sul piano politico ha riaperto il dialogo con Bruxelles sulla gestione dei migranti e sulla liberalizzazione dei visti

AP/Lapresse

Dopo una «sessione di riscaldamento» durata più di un anno, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha finalmente dato il suo via libera all’adesione della Svezia nella Nato durante il vertice di Vilnius. L’assenso del leader turco non era affatto scontato, nonostante la mediazione del Segretario generale Jens Stoltenberg e i compromessi fatti da Stoccolma. Il Paese scandinavo infatti ha dovuto aggiornare le sue leggi nazionali sul terrorismo per venire incontro alle richieste turche e poche settimane fa è arrivata anche la prima estradizione in Turchia di un uomo curdo vicino al Partito dei lavoratori curdo, il Pkk.

Alla fine però un compromesso è stato raggiunto, anche se Erdogan ha saputo sorprendere ancora una volta i suoi alleati riportando al centro del dibattito l’adesione all’Unione europea. Una richiesta in discussione dal 1999 e alquanto impossibile da soddisfare nell’immediato, come sa bene lo stesso presidente.

Il sostegno di Erdogan all’entrata della Svezia nella Nato d’altronde non è stato certo disinteressato. Il capo di Stato turco ha ottenuto diverse concessioni da Stoccolma e la stessa Alleanza atlantica si è impegnata a creare un organismo di coordinamento per la lotta al terrorismo, un progetto che ha trovato il sostegno anche dell’Italia.

Ma ciò a cui Erdogan puntava davvero erano gli F-16 americani. il Congresso statunitense aveva bloccato la vendita dei nuovi jet e la fornitura di kit di ammodernamento per quelli già in dotazione all’aviazione turca a causa delle ripetute minacce mosse dalla Turchia alla Grecia, a cui non solo sono stati forniti gli F-16 ma anche promessi gli F-35.

Adesso però il Congresso sembra aver cambiato idea, grazie anche alle pressioni del presidente Joe Biden e alla momentanea stabilità nelle relazioni tra Atene e Ankara. Entrambi i Paesi hanno dovuto affrontare due catastrofi – il terremoto in Turchia e l’incidente ferroviario in Grecia – e i rispettivi presidenti, entrambi recentemente rieletti, hanno momentaneamente messo da parte i toni bellicosi.

Oltre alle rassicurazioni sugli F-16 da parte degli Stati Uniti, Erdogan sembra aver ottenuto anche la fine dell’embargo sulla vendita di armi dal Canada. Un’ottima notizia per l’industria militare turca, che ha diversi progetti all’attivo che prevedono l’uso di componentistica realizzata in Canada.

L’adesione (difficile) all’Unione europea
La Turchia però ha già avanzato nuove richieste, in particolare la ripresa dei colloqui per l’ingresso nell’Unione europea. Il processo è iniziato ufficialmente nel 1999, ma dal 2018 è in una «fase di stallo», come decretato dalla stessa Unione in un documento ufficiale sullo stato delle relazioni con la Turchia.

La Svezia si è impegnata a sostenere attivamente la richiesta di Ankara ma la reazione di Bruxelles non è stata molto entusiasta, anche se il presidente del Consiglio Charles Michel ha promesso che nel giro di poche settimane sarà presentata un nuovo documento sullo stato delle relazioni Ue-Ankara.

Aspettarsi una ripresa seria delle trattative sull’adesione però è impossibile. La Turchia non ha ancora raggiunto un accordo con la Grecia sulla divisione di Cipro e ha messo in dubbio la sovranità di Atene su alcune isole, oltre ad aver minacciato gli interessi di diversi Paesi membri che si affacciano sul Mediterraneo.

Vi è poi un problema di rispetto dei diritti e di democrazia: nelle carceri turche ci sono centinai di prigionieri politici, i media e la magistratura sono controllati dal presidente e le libertà dei cittadini e in particolare delle minoranze sono sempre più ristrette. Senza contare lo stato disastroso in cui versa l’economia del Paese.

Erdogan d’altronde sa bene che entrare nell’Unione non è un’opzione possibile e forse non è nemmeno davvero interessato. Per il presidente ciò che importa è riprendere il dialogo con Bruxelles sulla gestione dei migranti e sulla liberalizzazione dei visti. La Turchia continua a ospitare quattro milioni e mezzo di profughi siriani a cui si sono aggiunti quelli provenienti dal continente asiatico, in particolare dopo la presa del potere in Afghanistan da parte dei talebani, e la questione è stata centrale in campagna elettorale. In cambio della gestione dei flussi migratori il governo turco aveva ottenuto già nel 2016 l’impegno da parte dell’Unione europea a rendere più semplici le procedure per far entrare i cittadini turchi in Europa, ma le trattative si sono presto arenate per questioni legali.

Un miglioramento delle relazioni con l’Unione europea dovrebbe avere anche altri effetti positivi per la Turchia. Erdogan mira a trasformare il suo Paese in un hub del gas diretto verso il mercato europeo, soprattutto dopo la guerra in Ucraina, e su diversi dossier internazionali potrebbe lavorare all’Unione o ad alcuni paesi membri insieme per raggiungere obiettivi comuni. Allo stesso tempo, un riavvicinamento all’Unione e in senso più largo agli Stati rassicurerebbe gli investitori stranieri, di cui la Turchia ha ampiamente bisogno per far fronte alla crisi economica.

La postura adottata da Erdogan a Vilnius però non deve ingannare. Il presidente non è disposto a fare concessioni sul fronte interno e continuerà a mettere al primo posto gli interessi della Turchia anche sul piano internazionale, a partire dalle sue relazioni con la Russia. Erdogan d’altronde è riuscito a ritagliarsi un ruolo di mediatore – o quantomeno di facilitatore – nel conflitto ucraino ed è l’unico in grado di parlare con Mosca e il blocco occidentale. La Turchia poi è attivamente impegnata in diversi teatri in cui convergono gli interessi russi, europei e americani – dall’Africa fino all’Asia centrale – e potrebbe rivelarsi un interlocutore con cui è bene avere rapporti. Molto però dipenderà dallo stato dell’economia turca e proprio su questo dossier Erdogan conta sull’Unione. Un collasso della Turchia d’altronde rappresenta una minaccia per gli interessi europei, considerando l’alto numero di profughi presenti sul territorio turco.

Il vertice di Vilnius ha rappresentato un momento di svolta per la Nato, ma sulle relazioni tra Turchia e Unione europea c’è ancora molto su cui lavorare.

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