Scusateci, ragazzeLa fine dei vent’anni, la fatturazione di Taylor Swift e la storia del figlio di La Russa

C’è la concreta possibilità che il problema principale d’una ventenne di oggi non sia la notte in cui non si ricorda d’aver fatto sesso, ma il libero arbitrio di cui l’abbiamo privata: quella notte di cui non si ricorda deve diventare un problema, perché se lei e quelle come lei esulano dal paradigma vittimario viene meno tutto un indotto comunicativo ed economico

(Unsplash)

L’altra sera mi hanno mandato un filmato da un concerto di Taylor Swift. C’era lei – 33 anni, il primo disco è di quando ne aveva 17 – che stava per cantare uno dei molti ritratti dei suoi ex che contiene il suo canzoniere. Quello in particolare è la storia d’una diciannovenne che sta con un adulto, lo incise a 21 anni.

Prima di cantare quella canzone, nelle immagini che mi sono arrivate TS diceva così: «Non m’importa niente dei miei vent’anni, tranne che per le canzoni che io e voi abbiamo scritto insieme». Era una frase furba – il pubblico non scrive un bel niente, ma in questo secolo non glielo puoi dire perché lo turba la verticalità – ma anche un viatico di gran saggezza: a che serve avere trent’anni se non per non averne più venti e magari continuare a incassarne le royalties ma per il resto scordarseli?

Sabato, mentre in Italia c’interrogavamo sul presidente del Senato che dice che suo figlio non ha fatto niente di male, Sarah Brady ha riempito Instagram di immagini di messaggi del suo ex.

Sarah Brady è una surfista venticinquenne che ha avuto una storiella, una storiella della rilevanza delle storielle che puoi avere a ventitré anni, con Jonah Hill, attore americano piuttosto famoso (quello che non era DiCaprio in “The Wolf of Wall Street”, per capirci). Jonah Hill è un adulto, e qui ci sarebbe da aprire la questione dei quarantenni che si mettono con le ventenni, ma magari un’altra volta.

Si lasciano un anno fa, e tre giorni fa lei – con la scusa del secolo: lo-faccio-per-la-mia-salute-mentale – decide di sputtanare il poveretto pubblicandone tutti i messaggi privati (o comunque moltissimi). A leggerli, tornava in mente quella vecchia canzone di Mina: «Chiunque ci sentisse, in questa discussione, direbbe lei è cretina, ma lui che gran coglione».

Nei messaggi, Hill sostanzialmente dice, in maniera verbosa e passivoaggressiva e insicura e tutto quel che vi pare, che non vuole stare con una che si mette su Instagram col culo di fuori. Che lui non potrebbe mai stare con una modella, che per lui è inconcepibile che una tenga alla propria presenza social. Inaccettabile che sia esibizionista (non usa la parola precisa perché è un litigio tra americani, gente la cui povertà lessicale fa sembrare gli italiani un cenacolo d’intellettuali).

Lei, a parte un messaggio in cui dice «beh, magari potevi chiedermi all’inizio che lavoro facessi» (è una surfista, vive col culo di fuori: dalle torto), ha perlopiù il tono «i tuoi piedi sulla mia testa» che abbiamo – specie tra i venti e i trentacinque – quando ci teniamo proprio molto a non venire mollate da un arnese di cui anni dopo ci chiederemo «ma come ho fatto?».

Io credo che il problema di Sarah Brady non sia che Jonah Hill è un maschio tossico (una definizione così vaga e imbecille che gli archeologi rideranno tantissimo di noi, quando ne constateranno l’onnipresenza).

Io credo che il problema di Sarah Brady sia che è andata a rileggere i propri messaggi e si è vergognata della sua zerbinaggine. E, non avendo il talento di Taylor Swift e non potendo farne canzoni con cui riempire gli stadi, le restava da fare solo quello: degli screenshot che facessero dire alle portatrici di cuoricini «tu sei stupenda e lui un mostro».

Avere vent’anni in questo secolo – se non hai un talento eccezionale, una rara personalità forte, o la fortuna d’incontrare adulti che non somiglino agli adulti di questo secolo – è una somma fregatura. È la cosa che ho iniziato a pensare vedendo i primi commenti sulla storia del figlio di La Russa, e non ho più smesso.

Nel secolo scorso, le femministe erano intellettuali che si prendevano il disturbo di ragionare sulla realtà, e di dirci cose che non avevamo voglia d’ascoltare. Camille Paglia, quando si chiedeva come potesse essere mai stupro quello di Tyson sulla ragazza che era andata nella sua stanza d’albergo in camicia da notte: i segnali esistono, i vestiti sono un linguaggio. Susan Sontag, quando spiegava che la sessualità «è un luogo molto oscuro e un teatro del demoniaco», e insomma le cose spiacevoli dai per scontato siano parte del pacchetto nel momento in cui ti metti sul mercato della carne.

In questo secolo, le femministe sono adulte che fatturano assecondando le fragilità delle ventenni, invece che incoraggiandole a procurarsi spalle larghe con cui muoversi nel mondo. All’inizio di questo secolo, una che poi è diventata ricca e famosa dicendo alla platea ciò che la platea voleva sentirsi dire aveva detto una frase illuminante: non credo d’essere mai stata a letto la prima volta con un uomo senza essere sbronza.

Avevamo tutte annuito con un vigore che non potremmo permetterci oggi, oggi che bisogna solo ripetere in tono contrito che mai mai mai bisogna sfiorare una donna ubriaca, neanche se altrettanto poco lucidi (dalla mascolinità tossica si pretende un controllo sul proprio tasso etilico che dalle donne non esigiamo).

Ho passato ubriaca tutti gli anni del liceo e forse anche qualche anno successivo, e ho due cose da dire su quegli anni. La prima è che tendo a pensare che l’ultima cosa che volevo avere fosse il controllo della situazione: cosa passi anni perpetuamente sbronza a fare, se non perché ti succedano cose che non vuoi sapere, di cui non ti vuoi ricordare, di cui ti toccherebbe sennò vergognarti?

La seconda è che mi sono – come qualunque donna adulta, anche meno dissoluta di me – svegliata in letti nei quali non avevo memoria d’essere entrata, o sono entrata in letti in cui non avevo voglia d’entrare perché era più semplice che mettersi a discutere, e comunque sono stata con uomini di cui vergognarmi vent’anni dopo, venti minuti dopo, e a volte persino in anticipo. L’hanno fatto tutte quelle che non hanno avuto in sorte la monogamia dagli anni di scuola in poi (e di gente che stia con quello con cui s’è messa a scuola non ne conosco moltissima).

La differenza fondamentale tra questa aneddotica e la vicenda della ragazza che sarebbe stata stuprata dal figlio di La Russa non è che quelli con cui ci accoppiavamo non avessero un padre imbarazzante che dicesse ai giornalisti che eravamo delle poco di buono. Certo, è anche quella, ma era un altro secolo: l’ottanta per cento delle dichiarazioni dei politici non era costituito da uscite che facessero commentare «certo che poteva pure starsi zitto».

Già allora – come ora, come sempre – qualunque sospettato di violenza sessuale avrà sempre qualche persona che gli vuole bene e gli crede e dice che non è possibile, e non perché quella persona è un vecchio fascista: da Lena Dunham in giù, è successo anche alle più rinomate femministe che il «believe women» sia diventato un più plausibile «credere alla persona che mi pare più credibile», che nel caso d’un maschio che conosci è il maschio.

La differenza fondamentale non è neanche nelle versioni dei fatti divergenti e nell’accusa formale di violenza: la violenza sessuale è una questione giuridicamente scivolosa perché, a parte casi come quello di Alberto Genovese, è fatta quasi sempre di versioni divergenti, è sempre un Rashomon in cui uno dei due la mattina dopo è convinto d’aver passato una serata fighissima e l’altra vuole morire di vergogna, e chi non conosce la natura umana pensa che uno dei due menta, pensa che l’oggettività esista, pensa di poter conoscere la verità e che la soluzione stia negli slogan, «le donne su queste cose non mentono mai» e altri infantilismi. Fino, appunto, alla volta in cui il maschio che conosci è l’unico non tossico di tutto il patriarcato occidentale.

Nell’anno in cui sono nata, Roberto Vecchioni pubblicava una canzone, “La leggenda di Olaf”, per cui oggi verrebbe cacciato dalla società civile. Era la storia d’una moglie di re che cercava di sedurre un cavaliere mentre il marito era lontano. «Lui allora le rispose: grazie, madonna, no, io sono un cavaliere e il re non tradirò». Lei per vendicarsi del rifiuto lo accusava di stupro, il re capiva che era una calunnia e lo faceva fuggire.

La differenza fondamentale non è neanche quel che non è mai cambiato: la natura ha dato agli uomini maggior forza fisica, la possibilità di approfittarsene, e quindi reso noialtre a perpetuo rischio-stupro; l’invenzione della reputazione ha dato a noialtre la possibilità della ripicca (non esiste essere umano che non abbia mai voluto vendicarsi d’un inciampo relazionale), di sputtanare uno con un’accusa che, anche se non provata, resterà sempre un sospetto.

La differenza fondamentale è che noialtre avevamo il lusso di dimenticarceli, gli inciampi. Che svegliarci in un letto nel quale eravamo entrate non troppo lucidamente era una cosa di cui potevamo scordarci in un attimo, perché la società non ci aveva convinte che se non c’è il consenso informato allora la mascolinità tossica si sta approfittando di noi, se non sappiamo scrivere canzoni allora ci conviene sfogarci su palcoscenici social o di tribunali, se non ci ricordiamo cosa sia successo allora il paradigma vittimario è la scelta migliore.

Esattamente come Ignazio La Russa, non posso sapere cosa sia successo tra suo figlio e quella ragazza, e certo che c’è la concreta possibilità che lui si sia approfittato di lei, e anche quella che l’abbia fatto e un tribunale non riesca comunque a condannarlo.

Ma c’è l’ancora più concreta possibilità che il problema principale d’una ventenne di oggi non sia la notte in cui non si ricorda d’aver fatto sesso, ma il libero arbitrio di cui l’abbiamo privata: quella notte di cui non si ricorda deve diventare un problema, perché se lei e quelle come lei esulano dal paradigma vittimario viene meno tutto un indotto comunicativo ed economico.

E quindi noi adulte siamo qui, a dire alla ragazza che il modulo di consenso informato non risulta firmato, e quindi ci spiace, ragazza: ti tocca catalogare quel che non ricordi come trauma, e occupartene per tutti gli anni che durerà un processo, e ricordarti per sempre d’una notte dimenticata. A dirglielo rovinandole la psiche e la serenità e la leggerezza, e sostenendo che lo facciamo per tutelare la sua salute mentale. Scusateci, ragazze.

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