Conservatori o visionari?Il movimento contro l’architettura senz’anima

Rifiuta la sobrietà del neomodernismo e l’instabilità delle forme geometriche alla base del decostruttivismo. In generale, odia gli edifici squadrati, grigi e ultramoderni. E punta a una democratizzazione del concetto di “bello”, che spesso viene modellato in esclusiva da una ristretta élite di professionisti. Dentro lo sviluppo di “Architectural uprising”

Gli edifici squadrati di Oslo sono molto criticati dal movimento Architectural uprising (Unsplash)

Lungo i fiordi norvegesi è facile imbattersi nei “risørholmen”, abitazioni bianche dall’aspetto squadrato e non particolarmente integrate nella natura circostante. Da qualche anno, però, questi edifici si stanno gradualmente trasformando grazie all’aggiunta di tetti spioventi rossi – ispirati alla tradizione norvegese – e a processi di ristrutturazione fondati su linee più morbide e sinuose.

Il merito è anche della pressione dal basso esercitata dai membri di Architectural uprising (Arkitekturupproret), collettivo nato nel 2014 come un semplice gruppo Facebook e attuale punto di riferimento europeo nella “lotta” contro l’architettura ultramoderna, asettica e – a detta loro – senz’anima. 

L’iniziativa, considerando tutte le piattaforme su cui si sviluppa, vanta più di centomila follower e tocca una quarantina di settori dell’universo architettonico. Possono partecipare, tramite semplici contributi social o mobilitazioni presso le istituzioni, esperti di design, ingegneri e architetti, ma anche cittadini “normali” che si sentono estromessi dai processi che, nel tempo, hanno permesso alle città di cambiare volto in modo spesso non coerente con la storia, la natura e la tradizione. Architectural uprising si dice contrario alla «continua bruttificazione» dei centri urbani nordeuropei, rifiuta la sobrietà dell’architettura neomoderna e l’instabilità delle forme geometriche alla base del decostruttivismo. 

Dal sito di Architectural uprising (arkitekturupproret.se)

Secondo i fondatori, il design è entrato in un’era che tende a far prevalere il contrasto sull’atemporalità. E, ci tengono a specificare, il loro movimento non è contro l’innovazione, ma contro la manipolazione del concetto di “bello” da parte degli esperti di architettura. 

Qualcuno noterà qualche punto di contatto con l’ordine esecutivo trumpiano “Make federal buildings beautiful again”, proposto dall’ex presidente degli Usa nella speranza di dare un volto più “classico e tradizionale” ai nuovi edifici federali. L’obiettivo di Donald Trump era quello di estromettere «artisti, architetti, ingegneri, critici d’arte e architettura e chiunque rientri in qualsiasi gruppo che abbia a che fare con design o edilizia» dal confronto pubblico necessario per approvare il progetto di un nuovo palazzo. 

Architectural uprising, che opera come non profit dal 2016, è meno estremo perché non vuole tarpare le ali a chi ha studiato – e applicato – design e architettura per una vita, ma dare più valore alle persone che, pur non padroneggiando le materie, vivono le città come qualsiasi professionista del settore. C’è chiaramente una nota conservatrice all’interno del movimento, ma, secondo i fondatori, è in linea con le esigenze dei residenti. 

Il Guggenheim di Bilbao è stato progettato da Frank O. Gehry, considerato uno dei padri della corrente decostruttivista (Wikimedia commons)

«Ciò che costruiamo oggi dovrebbe durare il più a lungo possibile e, affinché ciò accada, dobbiamo costruire in modo tale da rendere l’edificio amato dal pubblico, dai suoi utenti. Gli edifici devono essere belli anche per chi non è architetto e non lavora nel design. Chi è dietro al movimento merita di essere ascoltato, perché anche loro, come tutti gli altri, hanno il diritto di avere sentimenti o reazioni nei confronti dell’architettura», spiega a Bloomberg l’architetto Kurt Singstad.

Architectural uprising sbandiera il concetto di democratizzazione applicato ai processi di sviluppo delle città. Città che, stando ai membri del movimento, sono sempre più allineate ai gusti di una élite ristretta ma influente. Il rischio è che le volontà delle persone comuni restino nel dimenticatoio. Anche per questo, uno degli obiettivi futuri del movimento è quello di entrare nel vasto mondo del recupero degli edifici abbandonati (in Italia, secondo l’Istat, sono circa sette milioni), sperando di dare loro un aspetto più classico e integrato con la natura circostante. 

Il movimento si sta dimostrando abile a sfruttare tutti gli strumenti offerti dai social, in particolar modo i meme fondati sulla formula del “prima e dopo”. In questo modo, confrontano immagini storiche di luoghi iconici della Scandinavia con foto scattate appena dopo una demolizione o una ristrutturazione. 

Il Museo Munch di Oslo (Wikimedia commons)

In Norvegia, Svezia e Finlandia, i Paesi dove Architectural uprising raccoglie più adesioni, i membri del collettivo organizzano sondaggi pubblici annuali – compilati da più di diecimila persone alla volta – per selezionare gli edifici «più brutti». Di recente, hanno “vinto” il nuovo Museo Munch a Oslo – progettato da Estudio Herreros – e il Museo Nazionale di Oslo. E non è tutto: esponenti del movimento sono stati chiamati in causa durante le fasi di riprogettazione di Upplands Väsby, cittadina della Svezia centrale nella contea di Stoccolma, e di alcuni stabilimenti lungo la riva del fiume Skeppsbron (Stoccolma), recentemente rinaturalizzato e aperto alla balneazione. 

«È necessario che ci sia rabbia. Le persone hanno il diritto di arrabbiarsi, perché tutta la bruttezza che vedono è fatta apposta, e se parliamo apertamente veniamo chiamati conservatori. Ma noi siamo convinti che si possano costruire cose belle e nuove. Dobbiamo creare molto rumore, altrimenti non cambierà nulla», spiega a Bloomberg Michael Diamant, cofondatore della sezione svedese di Architectural uprising. 

 

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Comprensibilmente, gli architetti e designer professionisti guardano ad Architectural uprising con una certa diffidenza: «Quando li incontro per strada o nei ristoranti, mi trattano con freddezza», confessa Erik Holm, esperto di marketing e cofondatore della sezione norvegese del collettivo. Al netto delle opinioni, la realtà dice che, in meno di dieci anni, il movimento ha raggiunto Paesi come Germania, Estonia, Paesi Bassi, Polonia e persino gli Stati Uniti (in Colorado, per esempio). Un obiettivo che, nel lontano 2014, nessuno osava immaginare. 

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