Design nomadeCome cambia il concetto dell’abitare nell’epoca (affollata) del sovrappopolamento

A più di cinquant’anni dalla mostra newyorchese in cui i progettisti italiani mostrarono la loro capacità di immaginare modelli per una società alternativa a quella industriale, le loro intuizioni appaiono attualissime. Come sostiene l’architetto olandese Eduard Böhtlingk, «l’abitare mobile è la migliore forma di abitare temporaneo: basta ripiegare la propria casa e si parte»

In California, vicino al Joshua Tree National Park, le A-Z Wagon Stations dell’artista Andrea Zittel sono pensate per chi ha una «fantasia del deserto» da realizzare

New York, maggio 1972: il MoMa, prestigiosa istituzione museale, inaugura la mostra Italy: The New Domestic Landscape, dopo che per una settimana se n’è fatto un gran parlare. Chi sono questi italiani che espongono in America? E che cos’hanno da dire al mondo i loro progetti? 

Emilio Ambasz, il lungimirante architetto che ha curato l’esposizione, è convinto che la forza dell’Italia non stia soltanto nel design di prodotto (sebbene dirompente), bensì anche nella sua capacità di immaginare modelli per una società alternativa a quella industriale. E infatti, oltre agli oggetti, che saranno le future icone del design made in Italy, la mostra presenta alcuni ambienti che spiegano qual è, o quale potrebbe essere, il compito del design. 

C’è, per esempio, l’unità abitativa mobile di Marco Zanuso e Richard Sapper e, accanto, la Kar-a-sutra di Mario Bellini, vera e propria abitazione in movimento che ricorda l’automobile dei mimi alla fine del film Blow-up. Ci sono i container per il vivere mobile (e minimo) di Ettore Sottsass, il sistema di arredo totale di Joe Colombo, gli elementi componibili di Gae Aulenti. 

In tutti prevale una certa ostilità verso il consumismo e la convinzione che un cambiamento politico e sociale sia necessario. «La mostra è ambigua ma bella», scrive il New York Times all’indomani dell’apertura. Certamente è «cosmica»: il design – ci dice – organizza la nostra vita e le nostre attività e lo fa entro i limiti inevitabili della società in cui opera.

A poco più di 50 anni da quell’esposizione leggendaria ci si chiede cosa sia rimasto della capacità non soltanto di abitare il presente ma di inventare gli spazi del futuro. In un’epoca come la nostra, in cui le case si fanno più compatte e possedere beni fisici non pare così necessario, la creatività e la forza sovversiva che animava i progetti dei designer italiani suonano come uno straordinario grido di libertà. 

La Camper Bike dell’artista canadese Kevin Cyr fonde mezzi
di trasporto orientali e occidentali

L’insegnamento di Mario Bellini – che parlava della sua Kar-a-sutra come di un ambiente in movimento, diverso dagli spazi trasportabili delle roulotte, «totem sostitutivi dell’abitare urbano, concepiti per riprodurre indifferentemente e dovunque gli stessi impermeabili riti domestici» – riecheggia nella Camper Bike dell’artista canadese Kevin Cyr, fusione impossibile e sensata di un risciò e di una casa per le vacanze.

«L’abitare mobile è la migliore forma di abitare temporaneo: basta ripiegare la propria casa e si parte», dice l’architetto olandese Eduard Böhtlingk che con Markies ha costruito una casa pieghevole dove le pareti laterali si abbassano per creare nuovi spazi abitativi. Essere mobili significa per lui vivere senza alcuno schema prestabilito. 

Non è per forza qualcosa di fisico: si può viaggiare anche con la mente – e il divano Reverso Mustang del belga Lionel Jadot lo dimostra –, magari conducendo una seconda vita su Internet. Ma più che la tecnologia, ciò che rende una casa veramente tale è la relazione che si instaura tra chi la abita e lo spazio circostante, come suggeriva anche l’installazione A Home is not a Hole dell’artista-architetto Didier Fiúza Faustino.

A Home is not a Hole è l’architettura effimera di Didier Faustino per il sito archeologico di Lagar Velho, in Portogallo

Nel libro Loveless: The Minimum Dwelling and its Discontents gli architetti Pier Vittorio Aureli e Martino Tattara dello studio Dogma tracciano una storia dell’abitare minimo, chiedendosi se spremere più funzioni da meno spazio corrisponda ancora ai nostri bisogni. Nel secondo dopoguerra, per esempio, la crisi degli alloggi portava un ingegnere francese di nome Raymond Camus a mettere a punto un modello di casa prefabbricata ispirato alla produzione americana di automobili in serie. 

Meno di trent’anni dopo erano state costruite circa 350.000 unità abitative in venti Paesi diversi. Nel 1958 uno dei suoi progetti, la casa Marabout, prendeva forma nel laboratorio dell’architetto Jean Prouvé, anche lui interessato alla costruzione di strutture prefabbricate capaci di soddisfare le esigenze sociali con un uso economico delle risorse. Ne furono ordinati circa 150 esemplari, ma solo uno è giunto fino a noi grazie al lavoro di restauro del gallerista Clément Cividino e alla sua fascinazione per l’architettura prefabbricata del ’900.

A condividere l’entusiasmo per i piccoli rifugi abitativi è, ai giorni nostri, anche la statunitense Andrea Zittel, il cui lavoro unisce arte, architettura, design. Le A-Z Wagon Stations che dal 2003 progetta nel deserto a sud-est della California guardano sia all’immagine dei carri coperti che partivano alla conquista del Far West sia alle station wagon di oggi.

In California, vicino al Joshua Tree National Park, le A-Z Wagon Stations dell’artista Andrea Zittel sono pensate per chi ha una «fantasia del deserto» da realizzare

Più drammatica è invece la riflessione che ancora Didier Faustino propone con Home Suit Home e che i giovani designer Aldo Mucciarone e Giacomo Quinland hanno messo in scena con il progetto 8Miliardi. Global Clautrophobia in collaborazione con lo studio di architettura Park Associati. Tra la casa come rifugio e come impossibile meta idilliaca c’è la constatazione che il sovrappopolamento aumenta le disuguaglianze, riducendo anche lo spazio fisico disponibile. Torna in mente l’auspicio di Ettore Sottsass: «Qualcosa si farà, prima o poi, per mettersi addosso una casa quasi come si indossa un vestito, ogni giorno come si sceglie un libro da leggere oppure un teatro dove andare».

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