ElBulli 1846 Cronaca di un pellegrinaggio sentimentale

Siamo stati a trovare uno dei cuochi che nel passato recente ha cambiato il corso della cucina internazionale con la sua creatività. Il suo ristorante, dopo 18 anni, da elBulli è diventato elBulli 1846, per numerare le invenzioni dello chef. Oggi non si mangia più, ma ci sono una fondazione, un museo, un concetto. Un’esperienza

elBulli1846 @Marianna Corte

Roses, Cala Montjoi, 15 agosto 2023

Un investimento di undici milioni di euro per quattromila metri quadrati di celebrazione della cucina dello chef che ha rivoluzionato più di ogni altro il concetto stesso di “cucinare”.

Un viaggio sentimentale, quasi un pellegrinaggio. Così è stata la nostra visita, nata solo per curiosità e verso la quale non riponevamo alcuna aspettativa. Nel senso che siamo partiti verso la meta senza sapere nulla. Sospendendo ogni giudizio e ogni ricerca in rete: siamo arrivati qui solo con il ricordo della cena che fu. E questa volta con la pancia piena, ben sapendo che nulla, ma proprio niente, lì si sarebbe potuto mangiare.

Perché se «mangiare è nutrire l’anima», come lo stesso Adrià ha dichiarato, da oggi possiamo affermare che anche guardare chi e cosa sta dietro a un piatto non solo nutre l’anima, ma anche alimenta il pensiero.

Torniamo a oggi, a poco più di due mesi esatti dall’apertura de elBulli 1846 (il 15 giugno 2023). È una giornata torrida di metà agosto a Roses; la salita attraverso il Parc Natural del Cap de Creus parte da un anonimo parcheggio, neanche a dirlo assolato, e invero desolato, di questa che è una classica e affollata cittadina della Costa Brava: lungomare, acque basse, case bianche, qualche ecomostro immobiliare, spiagge libere, barche, barchini e barconi.

Tante le agenzie che promuovono affitti e vendite di case. Nulla, insomma, che lasci immaginare la bellezza dello scenario tipicamente mediterraneo, con tanto di profumi sprigionati dalla macchia, che circondano anche Cala Montjoi sulla quale si affaccia elBulli 1846, un’ansa ben ridossata e profonda, circondata dai pini marittimi che rendono il piccolo specchio d’acqua verde tra l’azzurro dei fondali (consigliamo di portarsi un costume e di prenotare il bus di rientro in tempo per concedervi un bagno e uno spuntino nel ciringuito su quella spiaggia libera).

Cala Montjoi

Qui eravamo venuti nel 2005 in una sera di inizio primavera, fresca e forse persino piovosa; eravamo partiti in aereo da Milano a Girona (ci sono ancora voli diretti Ryanair), dopo aver inseguito una prenotazione per un tavolo per due per diversi mesi.

Allora la fortuna aveva voluto che quel tavolo fosse pronto per noi proprio la sera del mio compleanno. E allora, se regalo gastronomico doveva essere, tanto valeva fare la doppietta e prenotare il pranzo, successivo alla cena, dall’altro grande maestro della cucina iberica, quel Santi Santamaria che in quegli anni battibeccava proprio con Adrià sul concetto di cucina. E di rivoluzione gastronomica.

È stato così che quel 2 aprile 2005 abbiamo sperimentato la cucina di Adrià, in quello che può essere definitivo il suo periodo gigantista, come ci è stato svelato durante la vista al museo, allora storditi e conquistati da olive sferiche e caviale di melone. Quasi quaranta “portate” abbinate a un classico Cava, perché quella girandola di pensieri, concetti, sapori, profumi, idee, non aveva lasciato in noi lo spazio ad alcun altro guizzo creativo nella scelta del calice ideale. Che peraltro non avremmo comunque trovato, perché per noi quella era stata un’esperienza totalizzante per la mente e per il palato. E bastava così.

Da allora per noi elBulli era rimasto un ricordo indelebile, un menu conservato in un cassetto della scrivania, insieme al factice della scatola di caviale iraniano che in quella cena aveva racchiuso sfere perfette di melone.

Oggi per raggiungere la Fondazione seguiamo il consiglio che ci viene dato al momento della prenotazione, scegliendo di arrivare a Cala Montjoi con un pulmino, piccolo abbastanza per potersi arrampicare sulla strada stretta ma comunque troppo grande per noi due, gli unici passeggeri che hanno prenotato la visita, dall’Italia, alle 12.30.

Una prenotazione che, se non fosse per i 27,50 euro, tanto costa un biglietto, segue a tutti gli effetti i canoni della prenotazione a un ristorante stellato: «Grazie signori per la visita, raccomandiamo la puntualità, speriamo siate stati bene e che vogliate tornare… Certo che potete anticipare l’orario di visita, ovviamente solo se c’è posto, mi faccia controllare», ci manca che ci venga detto dove posso appoggiare la borsa salita a bordo di questo shuttle e poi davvero mi sentirei al cospetto di un maître.

Arrivati nel parcheggio de elBulli 1846, il distributore di acqua fresca è un miraggio e quell’acqua non è una solita acqua, ma al secondo sorso, placata la sete, il sapore si svela leggermente sapido ed è delicatamente frizzante. D’altra parte, come avvisa la didascalia sul distributore (di legno scuro), si tratta dell’acqua che si serviva già al elBulli e quindi “ordinaria” non poteva essere.

Ad accoglierci al cancello di ingresso, lo staff in divisa blu, sorriso accogliente e modi discreti di chi è stato educato a dare il benvenuto a degli ospiti graditi e non a semplici visitatori.

Dopo i primi convenevoli e le indicazioni su come scaricare l’app e ascoltare l’audio guida, inizia il vero e proprio cammino attraverso storia, filosofia e ricerca.

Si scopre così che dietro alla ricetta di un pollo al curry ci possono e forse persino ci devono essere oltre trentacinque passaggi, che la brigata contava fino a sessanta persone, che dietro a ogni preparazione c’erano factice di plastilina, fatti a mano, che servivano da modello per la realizzazione della versione commestibile.

E ancora si scopre che il processo creativo segue una piramide rigidissima, dove il ruolo dei media e la relativa critica gastronomica è l’ultimo tassello di una filiera complessa responsabile non tanto del successo ma appunto della creazione di un piatto.

Una visita che scorre veloce per due ore e trenta minuti, tanto è il tempo previsto, più o meno come quello di una cena al tavolo del Bulli, e oggi come allora da questa esperienza si esce storditi e ammirati, pur sempre con la pancia vuota ma con il sorriso.

Una visita divertente e persino emozionante, soprattutto se ti capita di riconoscere il tavolo al quale avevi cenato diciotto anni prima e con grande stupore ti accorgi che su quel tavolo ci sono riprodotte alcune delle portate di quell’aprile 2005.

E così, di fronte a questa incredibile coincidenza, ti piace pensare che oggi come allora sia stato un maître ad allestirlo così proprio per te.

elBulli1846
Cala Montjoi s/n
17480 Roses, Girona (Es)

Le fotografie sono di Marianna Corte

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