Doppio binarioIl governo che si indigna per lo «spionaggio» a Crosetto allargherà ai comuni mortali l’uso dei trojan

Non c’è nessun «dossieraggio» se non nelle paranoie di qualcuno. Il problema semmai è l’esternalizzazione dei servizi informatici. La politica scopre l’acqua calda: in Italia esistono centrali di dati riservati, previste dalla legge, e sulla conservazione degli stessi non c’è alcuna tutela

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L’ultimo scandalo agostano su una presunta «centrale di dossieraggio istituzionale» è l’ennesima conferma, semmai ce ne fosse bisogno, del «doppio binario» su cui la classe dirigente di governo fa viaggiare i propri diritti: separati rigorosamente da quelli di tutti gli altri.

Come è noto, il ministro della Difesa Guido Crosetto nei mesi scorsi ha presentato una denuncia per un articolo pubblicato su Domani in cui l’autore, Nello Trocchia, forniva dati riservati sulla sua passata attività di titolare di una apprezzata società di consulenza in materia di forniture di armamenti. Per la cronaca, prima di divenire ministro, il politico piemontese era presidente di Aiad, l’associazione che rappresenta le  aziende italiane aerospaziali, la Difesa e la Sicurezza.

A seguito di ciò, con apprezzabile sollecitudine, la procura di Roma aveva avviato degli accertamenti ricevendo un prezioso supporto dalla Direzione nazionale antimafia che segnalava una nutrita serie di accessi al proprio sistema informativo da parte di un sottufficiale delegato alle verifiche sulle segnalazioni di operazioni sospette (Sos) che quotidianamente l’Ufficio di Informazione Finanziaria di Banca d’Italia invia a una serie di agenzie nell’ambito della prevenzione del riciclaggio.

Il sottufficiale è indagato a Perugia per il reato di accesso abusivo a sistema informatico e ha protestato la propria innocenza, rivendicando la legittimità del suo operato, e ha negato ogni rapporto con la stampa.

L’Uif di Banca d’Italia, va detto, non è un’agenzia di spioni ma è stata istituita dal decreto legislativo numero 231 del 2007, in esecuzione di convenzioni internazionali che prevedono la presenza in ciascuno Stato di una Financial Intelligence Unit (Fiu) dotata di piena autonomia operativa e gestionale, con funzioni di contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.

Magari non tutti lo sanno, ma nelle segnalazioni confluisce materiale diverso, da ingentissime transazioni milionarie sino alla donazione effettuata da un genitore al figlio magari per acquistare casa.

La legge, come solo le normative italiane sanno essere, è del tutto vaga e fa genericamente obbligo a intermediari finanziari e ai professionisti (notai, commercialisti e avvocati) di segnalare all’Uif «quanto sanno, sospettano o hanno buoni motivi di sospettare che siano in corso o siano state  compiute o tentate operazioni di riciclaggio… desunte dalle caratteristiche, entità e natura dell’operazione o da qualsiasi altra circostanza conosciuta». Voi capite che con tale premesse la messe di segnalazione è di vasta entità: per l’esattezza, nel 2021, le Sos sono state 139 mila e 155 mila nel 2022, con un incremento del diciassette per cento. Il 2023 promette altrettanto bene.

Questa massa informativa viene inviata a una serie di agenzie e di autorità che incrociano tali segnalazioni con i dati in loro possesso.

In particolare, per ciò che concerne la Dna, un apposito ufficio (cui apparteneva il sottufficiale  indagato) verifica se gli autori delle operazioni segnalate siano persone sottoposte a procedimenti penali o con precedenti, o per l’appunto che siano soggetti «politicamente esposti» (Pep: deputati, senatori, parlamentari europei, membri degli organi direttivi centrali di partiti politici, ambasciatori, incaricati d’affari e ufficiali di grado apicale delle forze armate) come nel caso di Crosetto o dei loro congiunti.

Qualcuno come il neo renziano Enrico Borghi ha citato a sproposito la famigerata legge «spazzacorrotti» dell’ex ministro grillino Alfonso Bonafede per sostenere balzanamente che vada cancellato l’obbligo di segnalazione per i politici.

Un’idea bislacca di suo (visto che Bonafede non c’entra nulla), ma in ogni caso irrealizzabile in quanto la norma è stata introdotta nel 2017 in esecuzione di due direttive della Commissione europea e di un regolamento Ue, sicché solo ipotizzare la sua rimozione susciterebbe frizioni con l’Europa.

Dunque, non facciamoci ridere appresso, non c’è nessuna «centrale di dossieraggio» se non nelle paranoiche idee di qualcuno.

Il problema semmai, come ha bene evidenziato un osservatore attento ed esperto come l’ex procuratore di Torino Armando Spataro, è l’esternalizzazione dei servizi informatici a operatori privati che possono accedere ai dati riservati.

Un vecchio problema posto qualche anno fa dalle più importanti procure italiane che denunciarono i «buchi» nella loro rete di dati delle intercettazioni, scoprendo che essi rimanevano registrati e permeabili nei server dei fornitori delle attrezzature (tutti privati) con cui vengono captate oltre centomila utenze annue (secondo dati ufficiali delle autorità giudiziaria, mentre nulla si sa di quelle riservate di cui si è parlato qui) su cui il governo ha pensato bene di stringere il proprio controllo.

Mentre la politica insorge sdegnata dopo aver scoperto l’acqua calda, che cioè in Italia esistono centrali di dati riservati, regolarmente previste dalla legge, e che sulla conservazione degli stessi non esiste alcuna tutela e certezza, il governo che si indigna per il «Crosetto spiato» varerà al prossimo Consiglio dei ministri un decreto legge con la massima urgenza che allargherà per noi comuni mortali le più invasive tra le intercettazioni, quelle dei trojan operativi ventiquattro ore su ventiquattro in ogni anfratto della nostra vita.

Come questo giornale ha segnalato, il governo su stimolo della premier Giorgia Meloni si è mosso  – sollecitato ancora dal procuratore antimafia e da altri uffici giudiziari – per sterilizzare gli effetti di una sentenza di un anno fa della Cassazione che ha ribadito un principio più volte affermato anche dalle Sezioni Unite secondo cui si può ricorrere alle intercettazioni più invasive e devastanti solo in caso di concreti elementi di prova su reati di criminalità organizzata e terrorismo, mentre negli altri casi occorre che vi siano motivazioni adeguate e stringenti.

La Cassazione aveva negato che potesse bastare la sola contestazione del ricorso a modalità mafiose (l’uso di intimidazioni basato sulla fama delinquenziale) che non vuol dire, si badi bene, che non possano farsi intercettazioni ma che debbano essere sottoposte a precise condizioni (ad esempio per intercettare dentro un domicilio occorre dimostrare che ivi si svolge un’attività criminosa).

Ciò in perfetta aderenza a una radicata giurisprudenza anche della Consulta che ha sempre ribadito che di fronte ad esigenze di rango costituzionale contrapposte (tutela sociale e difesa del principio di riservatezza ai sensi dell’articolo 15 della Carta) si debba procedere a un bilanciamento.

Il punto è che quest’opera di minuziosa “pesatura” dei diritti è compito istituzionale dei giudici e della Corte Costituzionale e che un decreto legge del governo che si sostituisca, addirittura con procedura d’urgenza, alle Corti superiori è qualcosa di devastante in un’architettura costituzionale che autorizza futuri sciagurati e ben più gravi interventi.

Un’ultima cosa: sia nella vicenda Crosetto sia in quella della Cassazione si è potuta constatare una evidente “sinergia” tra la procura nazionale antimafia e l’attuale governo. La «leale collaborazione» tra le istituzioni è elemento portante di uno Stato democratico, ma sia consentito esprimere una doverosa riserva sul fatto che esso legittimi di per sé solo un’interferenza dell’esecutivo sulla funzione giudiziaria.

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