Disastro annunciatoGli errori in serie della Francia che hanno portato al golpe in Niger

L’idea di poter intervenire sul territorio con operazioni solo militari si è rivelata fallace: ha permesso la diffusione di un messaggio demagogico contro il contingente Nato (apparso come un corpo estraneo alla popolazione locale), facilitando la penetrazione della propaganda della Russia e della Wagner

AP/Lapresse

«C’è come un’aria di dejá vu nelle scene che ci giungono da Niamey, un’aria che ci ricorda la débâcle di Kabul nel 2021 che segnò la sconfitta dell’intervento occidentale in Afghanistan». Le Monde sotto il titolo “Dall’Afganistan al Sahel, scacco speculare” rigira il coltello nella piaga e impietosamente paragona lo smacco subito dalla Francia in Niger, Mali e Burkina Faso a quello subito dagli Stati Uniti dai Talebani, che ebbe conseguenze epocali che sono arrivate sino all’invasione russa dell’Ucraina.

Naturalmente il quotidiano francese scrive che «gli autori Talebani dello stravolgimento e i putchisti nigerini non hanno nulla in comune» ma giustamente rileva – questo è il punto – che «la metodologia contro insurrezionale è all’origine di un pantano comparabile». È infatti fuori di dubbio che il massiccio intervento militare dal 2012 in poi nel Sahel della Francia e di altri Paesi Nato, Italia inclusa, contro l’Isis in Mali, Burkina Faso e Niger, non solo sia fallito nel contenimento del jihadismo, ma sia l’elemento scatenante dei tre golpe antifrancesi che nell’arco di due anni hanno accomunato i tre Paesi. Golpe portati a segno, questo l’apparente paradosso, proprio dai vertici di quelle Forze Armate nazionali che la forza multinazionale guidata dalla Francia è accorsa ad aiutare e supportare nella lotta contro un Isis che ormai ha in Africa il suo baricentro.

Dunque, la Francia, ma anche l’Italia – con trecentocinquanta militari in Niger – hanno fallito proprio rispetto all’assunto fondamentale della dottrina Nato dell’intervento anti-terrorista che si sviluppa sulla centralità del rapporto positivo con le popolazioni. Elaborata e applicata con successo dal generale statunitense David Petraeus col suo “Surge” in Iraq nel 2006 (ma debitrice del modello definito dal tenente colonnello francese David Galula), questa dottrina postula che «vittorie strettamente militari sono vane se non si accompagnano alla protezione delle comunità coinvolte per sottrarle all’influenza degli insorti abili nello sfruttare il fallimento dello Stato».

Questo dunque è stato l’errore strategico dell’intervento contro l’Isis della Francia nel Sahel: il rapporto con la popolazione: «Ci siamo presentati come liberatori, ci considerano occupanti», commenta Le Figaro.

Un mastodontico errore tutto politico di un intervento solo militare, carente di strumenti di penetrazione nel disagio sociale e materiale della popolazione, incapace di dominare – punto fondamentale – le dinamiche delle tensioni tribali e etniche – in primis nei confronti dei Tuareg – e infine capace di fornire alle élite militari (tutti i golpisti sono stati formati in Francia o negli Stati Uniti), come civili, solo una formazione tecnica o amministrativa, senza saper infondere principi universali di democrazia.

Un errore che ben si spiega se si paragona il modus operandi del nucleo duro di Barakhane, il nome dato all’operazione francese in Mali e nel Sahel, la Légion Étrangère, con quello dei nostri Carabinieri. La Légion, si sa, è una perfetta macchina da guerra, ma la sua composizione, il suo arruolamento eterogeneo, la sua tradizione operativa e la sua storia la rendono strutturalmente, volutamente impermeabile a qualsiasi interazione col contesto sociale.

Opposto il principio operativo dei Carabinieri, la cui azione militare, il suo impianto territoriale diffuso pesino nei piccoli centri italiani, per lunga tradizione, si plasma invece su un profondo rapporto conoscitivo e di scambio con la popolazione e con gli stakeholder civili che ne determinano i comportamenti. Due visioni opposte dell’intervento militare.

Un errore per di più meccanicistico, perché invece di affidare a nuclei snelli e autonomi di militari il compito di intervenire sui problemi di vita e di tensione della popolazione e sui conflitti tribali, con poteri decisionali anche economici e amministrativi, come fece David Petraeus in Iraq nei confronti delle tribù sunnite, la Francia ha affidato questo ruolo alle Ong, peraltro lautamente finanziate, ma dal carattere assistenziale, non inserite in una strategia politica, esterne e non sovrapposte ai contingenti militari. Non solo, Parigi ha permesso che la distribuzione del più di un miliardo di dollari di aiuti negli ultimi anni da parte della Francia e degli Stati Uniti sia finita nel mare magnum della corruzione sia del governo, che degli stessi militari.

Un quadro impietoso di errori, che ha permesso la penetrazione e la presa di un demagogico messaggio antifrancese contro un contingente militare Nato che è apparso a parte della popolazione come un corpo del tutto estraneo, neocoloniale, facilitando la diffusione di un messaggio anti-coloniale da parte dell’efficiente apparato di propaganda della Russia e della Wagner.

Il disastro del Sahel dunque, può e deve servire per una profonda riflessione sullo sviluppo indispensabile di quel massiccio intervento dell’Italia e dell’Europa in Africa che finalmente sta prendendo corpo, sia pure con lentezza. Un intervento che ha una duplice urgenza: i flussi di immigrati irregolari che dal Sahel filtrano sulle coste del Mediterraneo e il contrasto contro i gruppi jihadisti che sono fortissimi nel Sahel.

Le linee di intervento che hanno portato al fallimento della leadership francese devono essere sviscerate, sulla scorta della prima analisi pubblicata da Le Monde. La certezza è che il piano Mattei, che desta interesse in Europa, dovrà articolarsi su una complessa molteplicità di linee, di azione intersecate che richiedono peraltro un ruolo innovativo delle Forze Armate, molto penetrante dal punto di vista politico e della capacità di affrontare e risolvere, avendone i mezzi, le contraddizioni sociali e tribali. Meno Légion, dunque, e più Carabinieri.

Non sarà facile, perché è prevedibile che Mali, Burkina Faso e Niger vivranno un periodo convulso, determinato dal prevedibile e totale fallimento economico delle raffazzonate giunte golpiste. Ma sarà possibile a patto che si instauri con le nazioni africane che le contrastano un rapporto non solo solidale e paritario, ma anche di definizione di innovative linee di intervento.

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