Tendenza FratoianniLa sciagurata convergenza di governo e opposizioni sulla tassa agli extraprofitti bancari

Il Consiglio dei ministri ha approvato una norma che riprende le proposte del leader di Sinistra Italiana, di Giuseppe Conte e di Andrea Orlando. Una mossa populista fintamente redistributiva fatta solo per far dimenticare agli italiani la sostanziale assenza di una politica economica

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Povero Norberto Bobbio che teorizzava l’alterità irriducibile tra destra e sinistra, se avesse visto l’intesa cordiale di ieri tra governo, Partito democratico, Sinistra e Movimento 5 stelle avrebbe alzato il sopracciglio e ne avrebbe avuto ben donde. Giorgia Meloni e Matteo Salvini festeggiano il pollice alzato di Nicola Fratoianni, Andrea Orlando e Giuseppe Conte (Azione e Italia viva sono fuori da questo minuetto) sulla tassazione dei cosiddetti extraprofittti delle banche, una stangata che ha determinato la caduta degli istituti di credito in Borsa. 

E in effetti un bel crollo di Piazza Affari  ci mancava in questa estate non bella di clima matto e prezzi alle stelle, ma il governo ha provveduto e ieri la Borsa di Milano, come si dice, ha bruciato dieci miliardi mandando giù i titoli di tutte le principali banche italiane, effetto secco appunto del provvedimento a sorpresa varato lunedì sera dal Consiglio dei ministri: una tassa-stangata sugli extraprofitti, cioè i maggiori introiti guadagnati per via dell’aumento dei tassi di interesse su mutui e prestiti, una specie di ritorsione contro la Banca centrale europea e la sua politica di innalzamento dei tassi che non è una cattiveria di Christine Lagarde ma una strategia per abbassare l’inflazione.

Insomma, un capolavoro di insipienza la cui spiegazione è stata affidata non a caso a Matteo Salvini mentre pare che Giancarlo Giorgetti fosse freddo se non proprio contrario: ma è lui o non è lui il ministro dell’Economia? È probabile che Giorgia Meloni abbia voluto fare una cosa di sinistra, o sociale come si dice a destra, per far dimenticare agli italiani la sostanziale assenza di una politica economica degna di questo nome e per dare il segnale di una volontà di colpire l’emblema della ricchezza – le banche – dinanzi alla prospettiva di un autunno socialmente caldo. 

Populismo di governo che fa da pendant a quello dell’asse Schlein-Conte. Osserva Luigi Marattin: «In Italia non ci sono più destra e sinistra. Contro il populismo di dovrebbe essere uno schieramento riformista e liberal-democratico che unisce elementi che sono formalmente imprigionati nell’attuale centrodestra e nel centrosinistra». 

Già, è la questione politica (al centro dell’editoriale de Linkiesta di Christian Rocca cui ha replicato Carlo Calenda), che in teoria parrebbe naturale porre ma che stenta a venire avanti come fatto politico. E intanto ogni occasione è buona per rilanciare il bipopulismo, come nella fattispecie, peccato però che nel falò dei dieci miliardi vi siano anche i risparmi di piccoli e medi risparmiatori ma è chiaro che gli incompetenti di Palazzo Chigi non si attendevano una reazione della Borsa così drammatica. Ma che importa: il segnale robinhoodiano è stato dato.

Salvini ha infatti spiegato, senza fornire dettagli, che i presunti tre miliardi che deriveranno da questa tassa sugli extraprofitti delle banche verranno utilizzati «per aiutare famiglie e imprese colpite dall’aumento dei tassi» mentre secondo il Corriere della Sera una parte dei soldi potranno servire al governo per finanziare la riforma dell’Irpef. Curiosamente, ma non tanto, Meloni ha dunque voluto una norma che riprende le proposte di Nicola Fratoianni, di Giuseppe Conte e di Andrea Orlando.

La sinistra ieri ha sbocconcellato un apprezzamento della misura: «Meglio tardi che mai». Orlando d’altronde si può considerare l’antesignano della tassazione sulle banche visto che a luglio aveva presentato un documento parlamentare in cui diceva questo: «Nel complesso, ad aprile ammontava a quasi quindici miliardi di euro l’aumento annuo netto degli interessi che le banche stanno guadagnando dai loro clienti, rispetto a luglio 2022. Occorre evitare che l’inflazione sia pagata soprattutto dai settori più deboli della società e assumere misure di carattere redistributivo tra chi sta perdendo molto e chi sta guadagnando moltissimo». 

È chiaro che l’attenzione a evitare che il peso dell’inflazione ricada sui meno abbienti è sacrosanta. Ma la risposta classica della sinistra è quella di tassare, tassare, tassare: e anche ove questo fosse indispensabile, ad esempio in una situazione di vera emergenza nazionale o internazionale, si tratterebbe però di evitare di fare come gli elefanti in una cristalleria, cioè, fuor di metafora, di produrre disastri in Borsa e creare un allarme che gli istituti di credito faranno inevitabilmente ricadere sui risparmiatori. 

La sinistra pensa di muovere all’assalto del capitalismo finanziario ed espressamente avalla una misura negativa adottata da un governo che si butta falsamente a sinistra ma si cala le brache davanti alla corporazione dei tassisti, e intanto butta soldi dalla finestra: extraincapaci, altro che extraprofitti.

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