Non c’è più chimicaL’impatto del cambiamento climatico nella comunicazione tra animali

Pesci, insetti e mammiferi si scambiano informazioni tramite l’emissione di sostanze biochimiche odorose. Questa strana forma di interazione è resa più complessa dal riscaldamento globale di origine antropica. Il risultato? La riproduzione è a rischio, e con essa la biodiversità del pianeta

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Oltre a stare in piedi e mangiare, fin da piccoli gli animali imparano a comunicare. Un’azione di vitale importanza che permette loro, tra le altre cose, di riconoscere i propri simili, di corteggiare, di riprodursi, di difendersi dai predatori, di fiutare le prede e di identificare l’ambiente circostante. Ci riescono in tantissimi modi diversi: parlano attraverso il corpo o emettono dei suoni, per esempio. Ma uno dei sistemi considerato più efficace, maggiormente diffuso e antico del Pianeta – ma meno visibile agli esseri umani – è quello che si avvale della comunicazione chimica, basata cioè sull’emissione di sostanze biochimiche odorose tramite cui gli altri individui recepiscono delle informazioni. 

Queste, una volta prodotte e rilasciate nell’ambiente dall’organismo che le genera, vengono trasportate tramite acqua o aria verso un altro essere vivente, che le riceve. Dopo averle decifrate, quest’ultimo risponde all’impulso adottando un cambiamento fisiologico o comportamentale. Alcune specie vegetali, ad esempio, si servono di tale procedura per diversi scopi: attirare a sé gli impollinatori, respingere gli organismi dannosi e, in alcuni casi, comunicare “ai vicini” la presenza di elementi pericolosi. 

Tale forma di “dialogo”, che gli esperti definiscono «linguaggio della vita», oltre a regolare le interazioni tra gli organismi, è essenziale per il corretto funzionamento degli ecosistemi. Tuttavia la sua efficacia si sta via via affievolendo a causa del cambiamento climatico. Alcuni studi hanno infatti dimostrato che il riscaldamento globale sta modificando – e nei casi più gravi interrompendo – la comunicazione chimica di specie marine e terrestri, con implicazioni di vasta portata per il pianeta e il benessere umano (senza impollinatori, per esempio, non avremmo buona parte del cibo che portiamo a tavola). 

Può quindi capitare che gli animali non si capiscano più o non riescano a rilevare le informazioni lasciate da un simile: difficoltà che potrebbero impedirgli di svolgere attività quotidiane essenziali per la sopravvivenza e la riproduzione – gruppi di animali utilizzano le tracce chimiche per riconoscere potenziali compagni e aumentare le possibilità di accoppiarsi. 

Alcune specie di formiche, che come gli altri insetti dipendono fortemente dal loro sistema olfattivo per capire l’ambiente e chi gli sta attorno, fanno fatica a tenersi “in contatto” perché i segnali chimici – le tracce, per intenderci – lasciati da alcune di loro affievoliscono la propria forza comunicativa per via delle alte temperature. In acqua certe piccole specie di pesci stanno perdendo la capacità di distinguere i predatori dal resto degli animali. Gli squali, che invece utilizzano le sostanze biochimiche per captare la presenza di una preda a distanze considerevoli, potrebbero presto non riuscire a farlo come si deve. Non essere più in grado di cogliere tali segnali è un problema anche per le larve dei cirripedi (crostacei), che seguono la scia odorosa presente sulle superfici per capire su quale sia meglio attaccarsi. 

Una condizione che potrebbe riguardare sempre più specie, visto che la ricerca scientifica ha dimostrato che variazioni di temperatura, aumento dell’anidride carbonica e acidificazione degli oceani – tutte conseguenze del cambiamento climatico – possono influenzare in maniera decisiva il modo in cui gli organismi comunicano tra loro. 

Come ha raccontato Mahasweta Saha, ecologa marina e coautrice di uno degli ultimi studi in materia di comunicazione chimica animale, è stato scoperto – tramite un esperimento in laboratorio – che l’acqua carica di anidride carbonica e molto più acida del normale impedisce ai pesci di rilevare il segnale di allarme che individui della stessa specie hanno rilasciato per avvertire gli altri della presenza di predatori. Situazione che, seppur in condizioni diverse, può verificarsi anche sulla terraferma e le cui conseguenze è piuttosto improbabile che rimangano limitate esclusivamente agli organismi direttamente coinvolti. È più corretto pensarla invece come una reazione a catena che accelera gli effetti del cambiamento globale sulla perdita di biodiversità e sulla distruzione dell’ecosistema. 

Senza contare che, oltre a influenzare i processi chimici, alcune conseguenze del surriscaldamento globale sono inoltre in grado di ostacolare altri strumenti sensoriali, come la vista o l’udito, altrettanto importanti per l’accoppiamento e nelle interazioni predatore-preda. Per esempio l’aumento della torbidità dell’acqua, dovuto alla proliferazione di alghe, può rendere difficoltoso il riconoscimento dei compagni, così come la ridotta visibilità può diminuire l’efficacia dei rituali di “bellezza” che i maschi di alcune specie mettono in campo per conquistare gli esemplari femmina. Allo stesso modo, il rumore prodotto dalle attività umane può distorcere i segnali acustici – o renderli recepibili solo a brevi distanze – con cui gli uccelli cantano per attirarsi a vicenda, o per avvisare della presenza di predatori e, nel caso dei più piccoli, per comunicare ai genitori il bisogno di cibo. 

Ma a dipendere da un’efficace comunicazione non sono solo gli animali: è in ballo anche la nostra sopravvivenza. Motivo per cui, come dicono gli esperti, «non c’è dubbio che affrontare i cambiamenti ambientali indotti dall’uomo è una sfida sociale ed economica cruciale che alla fine determinerà la salute sia degli ecosistemi che degli organismi, compresi gli esseri umani».

In quest’ottica assume una connotazione ancora più positiva la recente approvazione da parte del Parlamento europeo della Nature restoration law, considerata la proposta di legge cardine all’interno del Green deal – il pacchetto di norme presentato dalla Commissione europea contro la crisi climatica. 

Per quale motivo? Se questa riuscirà a superare anche l’ultimo scoglio (l’assenso del Consiglio Ue), una volta entrata in vigore imporrà ai Paesi membri l’ambizioso obiettivo di attuare, entro il 2030, misure a tutela e ripristino di almeno il venti percento di tutte le aree terrestri e marine dell’Unione europea. Così da fermare, da una parte, l’eccessivo sfruttamento commerciale delle risorse naturali, e provare a recuperare gli ecosistemi danneggiati dall’altra. Sarebbe, tra l’altro, la prima legislazione in assoluto a mirare esplicitamente al ripristino della natura, in tutte le sue sfaccettature, nell’intero continente. 

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